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Morto durante inseguimento, NO all’accanimento contro le Forze dell’Ordine

In appello chiesta la condanna dell’Agente che sparò. Il Coisp: “Dopo 6 anni ancora all’inferno un collega che ha usato legittimamente l’arma. E’ puro accanimento”

“Il collega già assolto per la morte di un fuggitivo risalente al lontano 2011 non solo si trova ancora sotto processo, ma addirittura oggi se ne chiede la condanna nonostante che l’uso dell’arma sia ritenuto legittimo. Un inferno giudiziario che dura già da sei anni, senza che ancora se ne intraveda la fine, e solo per aver fatto il proprio dovere. Se non è tortura questa… E’ puro accanimento contro chi porta la divisa e con essa, secondo una visione distorta ed inaccettabile di qualcuno, dovrebbe portare anche il peso insopportabile di una continua criminalizzazione sia che ci si comporti in un modo o anche nel modo esattamente opposto”.
Così Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, torna sulla vicenda di cronaca giudiziaria che ha coinvolto Michele Paone, l’Agente che all’alba del 30 luglio 2011 sparò contro l’auto su cui stava scappando sul Gra di Roma Bernardino Budroni, fuggito dalla Polizia chiamata dall’ex fidanzata che l’accusava di stalking. Il Coisp segue il caso dall’inizio, e nel luglio 2014 registrò con soddisfazione la piena assoluzione del collega. Inizialmente l’accusa contestata era di omicidio colposo aggravato dall’eccesso di uso delle armi, sentenziata in primo grado con il prevedibile strascico di polemiche sollevate dai familiari di Budroni, la madre e la sorella della vittima in particolare, nonché di altri amici presenti in tribunale quel 16 luglio. Paone fu assolto “perché il fatto non costituisce reato” poiché il giudice ritenne che quell’azione era stata adeguata e proporzionata all’entità della situazione. Al processo d’appello, però, il Procuratore generale ha chiesto di condannare il Poliziotto ad un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo. Secondo il rappresentante dell’accusa, come dettagliatamente riportato dai media, nel momento in cui Paone ha sparato, era intenzionato a colpire la ruota sinistra dell’auto in cui Budroni si trovava. E’ chiaro che l’Agente ha mirato alle gomme per impedire un’ulteriore forzatura del posto di blocco. Quindi c’è stato un uso legittimo dell’arma. Però ci sarebbe stato anche un errore nell’esecuzione ed il fatto di aver sparato male ha condotto alle conseguenze che ci sono state.
“Siamo assolutamente certi – aggiunge Maccari – che un tale ragionamento possa appartenere solo a chi non ha mai partecipato all’inseguimento all’alba di un soggetto da cui non si ha idea di cosa aspettarsi e che si lancia coscientemente contro un posto di blocco, né, ancor più certamente, ha mai sparato alle gomme di un’auto in corsa. Quando è arrivata la sentenza che ha assolto il collega, ormai quasi due anni fa, ci siamo erroneamente ed ingenuamente preoccupati del fatto che lui avrebbe dovuto sopportare ancora i lunghi e consueti strascichi socio-massmediatici che solo chi porta la divisa ha l’onore di poter conoscere, e solo per aver fatto il proprio dovere. Quello a cui lo Stato lo ha chiamato, quello che se non lo fai finisci nei guai fino al collo, e se lo fai finisci nei guai fino al collo lo stesso. E invece eccoci ancora qua a esprimere solidarietà ad un Poliziotto costretto ingiustamente su un banco degli imputati. Non possiamo che ripetere come la cosa, rispetto ad un Agente che ha usato legittimamente l’arma, appaia come accanimento puro. Ed a conferma di quanto sosteniamo, ripetiamo ciò che abbiamo sostenuto all’epoca degli infondati tentativi di inveire, calpestare, delegittimare e criminalizzare l’operato della Polizia che ci furono dopo la prima assoluzione di Paone: quando a bordo di un’auto in fuga ci sarà il terrorista di turno, o un pluriomicida che potrebbe sottrarsi alle sue responsabilità, senza che le Forze dell’Ordine sappiano prima esattamente con cosa e con chi hanno a che fare, attendiamo di sentire i commenti dei parenti delle vittime di quel criminale di fronte a colleghi che magari non mettono mano all’arma d’ordinanza per fermarne la fuga, come invece previsto, per il timore di passare in un batter di ciglia da Tutori della legge a criminali da sbattere in galera”.

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