Sua Altezza,il basso. Incontro con Pino Presti, il re del Fender

Provate a “googlare” il nome di Pino Presti.Verrete letteralmente travolti da un’onda di informazioni, filmati, recensioni, interviste che coprono un doratissimo cinquantennio, ed oltre. Ragazzo prodigio nei tellurici anni sessanta, ad appena diciassette anni è già unanimemente considerato un autentico mago del basso elettrico. Il suo fender jazz incanta, negli anni, il gotha della musica italiana e internazionale, che se lo contende gelosamente. Nascono così le straordinarie collaborazioni con Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Wilson Pickett, Shirley Bassey, Quincy Jones, Maynard Ferguson, Shirley Bunnie Foy, Stéphane Grappelli, Aldemaro Romero, Eartha Kitt, Lara Saint Paul, Caterina Valente, Bill Conti, George Aghedo, Hugo Heredia, Maurice Vander, solo per citarne alcuni. Ne rimarrà letteramente conquistata anche Mina, che dal 1964 lo vuole nei suoi dischi e nelle due tournée del 1970 e 1971, scoprendolo anche come arrangiatore. Il suo talento conosce molteplici declinazioni-direzione d’orchestra, arrangiamento, composizione-regalandoci anche quello che può essere considerato, a buon diritto, il primo pezzo Dance-Funk Italiano,”Funky Bump”, a dimostrazione del fatto che Dirotta su Cuba e Articolo 31 non hanno inventato niente. Genio innovatore, precursore da sempre di sonorità e stili musicali, perfettamente a suo agio tra pop, jazz, funk, musica latina, ha accettato con entusiasmo di soddisfare, dal suo buen retiro di Nizza, alcune, per dirla mazzinianamente,”legittime curiosità”.

Il basso è l’anello di congiunzione tra la ritmica e la melodia, così come nel calcio il mediano fa da tramite tra difesa ed attacco. Si sente più vicino alla fantasia di Pirlo o al “moto perpetuo” dell’instancabile Oriali?

– Falcão (centrocampista della Roma dello scudetto) ancora più fantasioso di Pirlo (scusa l’immodestia). Ma quando è necessario un bassista deve saper anche essere come Oriali, che è stato una delle carte vincenti dell’Italia campione del mondo nel 1982 (e lo dico da juventino).

 

Secondo Lei la musica possiede realmente un’intrinseca attitudine alla comunicazione di sentimenti o invece l’espressività che le attribuiamo è soltanto una nostra proiezione,come riteneva Igor Stravinskij?

– Senza pensare non posso che rispondere di si, la musica puo’ suscitare senza alcun preavviso le emozioni più forti.

 

Secondo Frank Zappa “Pochissime persone suonano per scelta il basso. Ad alcuni tra il pubblico piace ascoltare il basso, perché amano le frequenze gravi e quel che gli mettono in corpo. Ma il ruolo del bassista in un gruppo generalmente non è il ruolo più eccitante, perché deve suonare FIGURE RIPETUTE.” Lei ha mai avvertito la sensazione castrante di essere esclusivamente un bassista all’interno della sezione ritmica e di avere un ruolo, meramente funzionale, di accompagnamento del solista?

– Mai, un bassista innovatore con una forte personalità puo’ essere leader anche se accompagna. Un bassista se vuole rovinare un solista ha mille modi per farlo, non il contrario. Quindi il solista sarà sempre “grato” a chi sa valorizzarlo. Quando suonavo con Mina, Shirley Bassey, Wilson Pickett, Astor Piazzolla, Gerry Mulligan e i tanti maestri del jazz che ho avuto il piacere di accompagnare, ero consapevole che “vivevano” le loro interpretazioni anche appoggiandosi alle linee di basso, al sound, al cuore pulsante che questo strumente nelle mani giuste, è in grado di offrire.

 

Placido Domingo, intervistato recentemente in occasione di uno speciale Rai, ha definito Frutta e Verdura un album straordinario.Un aggettivo per definire la sua storica collaborazione con Mina?

– Sono molto fiero della dichiarazione di Placido Domingo; Frutta e verdura, che ho arrangiato e diretto quasi intieramente, è stato considerato dai critici uno dei punti più alti della carriera di Mina e anch’io lo considero un album straordinario, straordinario come la mia collaborazione con il mito assoluto della musica italiana.

 

Lei è cintura nera 5° dan di karate Stile Shotokan.Uno dei principi fondamentali del karate è “Sii sempre creativo”. La creatività è assolutamente innata o secondo Lei si può apprendere? Ha mai avuto paura di smarrirla nel percorso?

– La creatività è innata, si può anche migliorare con la passione e l’esperienza. Ma se uno non la possiede… il rischio di perder lo smalto è dietro l’angolo, l’importante è avere le motivazioni per vivere nuove esperienza, senza limiti e confini.

 

La sua ecletticità e il suo carisma l’hanno proiettata nell’empireo della musica italiana e internazionale. La sua carriera le ha regalato collaborazioni letteralmente stellari ed un consenso unanime. La soddisfazione (meritatissima) è la morte dell’arte o la culla di nuovi progetti e sperimentazioni?

In questo momento l’ambiente che ci circonda sembra quasi impedire il nascere di nuovi entusiasmi, un artista – se non è un incosciente – vive le atmosfere che lo circondano e gli accadimenti sembrano spingere più al combattimento che alle note e alle composizioni. Comunque i progetti e le sperimentazioni continuano ad esistere e, senza stress, a manifestarsi.

 

A quale regista affiderebbe la realizzazione di un film sulla sua vita?

– In Italia a Pupi Avati (degli esordi). Saprebbe raccontare molto bene la mia infanzia di piccolo musicista, con un padre-maestro che anche con “le cattive”, visto che ero un ribelle, ha saputo dare senso alla mia vita. Senza dimenticare l’apporto fondamentale di una mamma indispensabile e per me magnifica.

 

La cattiva musica le ispira proustiana indulgenza, in virtù della consapevolezza del ruolo sociale che essa comunque dispiega, o la fa arrabbiare?

– La cattiva musica mi fa andare il più lontano possibile dalla fonte da cui proviene, ma sono benevolo se chi tenta di fare musica, anche goffamente, si rende conto dei suoi limiti ed è spinto da una passione genuina, pura. Completamente all’opposto se la cattiva musica arriva da personaggi tracotanti e iperconvinti di essere dei fenomeni.

 

Musica e letteratura, sorelle o rivali? Com’è ,secondo Lei, destinata ad evolversi la dialettica tra queste due forme d’arte?

– Nelle mani giuste sorelle, sempre. Credo ci siano due strade, opposte: allontanrsi completamente dalla realtà, raccontando sogni o affrontarla sviscerandola con la massima consapevolezza.

 

A proposito del suo trasferimento a Nizza leggo, nella sua pagina facebook, che “a volte, emigrando all’estero, si fa la scelta giusta”. Le capita di avere nostalgia dell’Italia, nonostante tutto?

– Non ho lasciato le mie radici volando al di là di un Oceano. Sono a breve distanza dall’Italia, ma in un’atmosfera diversa, un’ atmosfera che mi ha permesso di lasciare dietro le spalle le tante cose della “nuova Italia” che non mi piacciono o mi annoiano.

 

Claudia Erba