Maltrattamento di animali: il triste primato della Sardegna

Un poco onorevole primato, quello della nostra Isola che, secondo un articolo apparso oggi sul quotidiano La Nuova Sardegna, risulta la prima regione in Italia per maltrattamenti a danno degli animali.

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Nessuna novità. Da anni ormai si discute del problema, eppure, malgrado la presenza nel nostro ordinamento di leggi specifiche che qualificano il maltrattamento di animali come reato, nessun passo avanti sembra esser stato fatto.

Dal 1° gennaio al 31 marzo 2019, secondo un’indagine di Aidaa (Associazione italiana difesa animali e ambiente), nella nostra penisola ci sono stati ben 1257 casi di cani torturati.

Ma basterebbe leggere gli articoli dei vari giornali per comprendere come in Sardegna le proporzioni del fenomeno siano, per usare un eufemismo, preoccupanti.

Colpiscono particolarmente le modalità delle sevizie. Oltre alle bestie “banalmente” avvelenate o uccise a fucilate (di cui non sempre si tiene conto) sono numerosi i casi di cani bruciati vivi, impiccati, ed ora trascinati legati alle automobili per le vie della città o del paese.

Altrettanto numerosi ma perlopiù sconosciuti, a causa di mancate denunce, sono i casi dei cani aizzati contro gatti o volpi.

Così come sconosciuto è naturalmente il numero degli animali volutamente investiti per le strade.

Se dunque i numeri sono incerti, quel che è certo è che in Sardegna esiste, come per numerosi altri aspetti, un grosso problema culturale.

Innanzitutto esiste la malsana idea per cui uccidere un animale in maniera brutale sia una cosa da poco, una bravata, una ragazzata. Volutamente si ignora il fatto che una persona, giovane o vecchia che sia, che prova piacere nel bruciare vivo un animale, nell’impiccarlo, nel sentire la sofferenza della povera malcapitata bestia ed osservare compiaciuta la vita che scompare dai suoi occhi, è una persona che evidentemente prova attrazione per la violenza, trae piacere dal togliere la vita ad un altro essere vivente.

Spesso poi le sevizie sugli animali non vengono denunciate. Perché? Talvolta perché si ritiene non valga la pena di sporgere denuncia contro il vicino che periodicamente crocifigge delle cornacchie. Ci autoassolviamo pensando che sia solo un povero scemo, uno ormai irrecuperabile.

Talvolta è la paura che ci frena, perché in fondo sappiamo che quel soggetto lì, potrebbe essere pericoloso, e chissà, potrebbe vendicarsi laddove venisse a sapere che siamo stati noi a denunciare. Quella persona potrebbe decidere di uccidere il nostro cane o gatto o chissà che altro. Inoltre con gli innumerevoli problemi e l’elefantiasi cronica de sistema giudiziario italiano, quel soggetto con ogni probabilità pagherà al massimo una multa, o verrà condannato a svolgere lavori socialmente utili, restando nei fatti, libero di fare ciò che vuole.

Ulteriore problema è quello che riguarda per lo più cacciatori e pastori, secondo cui il cane da caccia o da guardia, altro non è che uno strumento per recare utilità all’uomo. Così se la bestia non caccia più, o spinta dalla fame, sbrana l’agnellino che avevamo in mente di assaporare a Pasqua, deve essere lecitamente abbattuta, e non importa il modo. Naturalmente nessuno denuncia perché questa è una prassi e dinnanzi alla prassi ( pur se contra legem) pare debba regnare il più assoluto silenzio.

Allo stesso modo va abbattuto il cane che, dopo aver passato anni di vita privato della sua libertà, legato ad un albero con una fune, diventa aggressivo, violento, quasi avesse avuto un raptus d’ira improvviso.

Per non parlare poi delle innumerevoli violenze, di fatto non quantificate, perpetrate durante le battute di caccia, così come negli allevamenti (intensivi e non).

Infine c’è un altro problema, quello forse più diffuso, quello che non risparmia nemmeno le persone “perbene” ed è quello delle cure veterinarie.

Gli animali sono belli e ci donano tanto amore, ma guai a metter mano al portafoglio!

Ebbene, decidere di adottare un animale, sia esso un gatto, un cane, un canarino o un pesce rosso, comporta responsabilità e soldi.

Servono soldi per le vaccinazioni, per l’alimentazione dell’animale, per la castrazione o sterilizzazione e per le cure, laddove queste siano necessarie per il benessere dell’amico a quattro zampe.

Maltrattamento di animali: cosa prevede la legge?

Come scritto sopra, il maltrattamento di animali costituisce reato.

Nello specifico l’art. 544-ter c.p. Prevede che:

“Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 mesi a 18 mesi o con la multa da 5000 euro a 30000 euro”.

Ergo, impiccare un cane o un gatto, strappare le ali o le piume ad un uccello, per puro divertimento, e dunque con crudeltà, integra il reato previsto dall’articolo in questione.

Tagliare la coda o chiedere al veterinario di praticare la conchectomia, taglio delle orecchie (si veda in proposito la Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia) senza che vi siano motivi terapeutici, costituisce maltrattamento di animali ai sensi dell’art. 544-ter in quanto si configurano entrambi come lesioni inferte in mancanza di necessità.

Al secondo comma poi viene stabilito che la medesima pena può essere inflitta a chi si renda responsabile di doping dell’animale. Pensiamo ad esempio ai numerosi casi di somministrazione di stupefacenti nei cavalli specie in quelli da corsa (con conseguenti minacce a veterinari e giornalisti che denunciano).

Infine, al terzo comma si prevede un aumento della pena nel caso in cui l’animale muoia a seguito dei maltrattamenti subiti.

Come chiarito dalla giurisprudenza, per integrare il reato non è necessario che vengano inferte lesioni fisiche, ma è sufficiente la sofferenza dell’animale. Così lasciare il proprio cane solo in casa per giorni interi equivale a maltrattarlo. Idem per il cane tenuto mesi legato ad un albero. E’ sufficiente dunque, al fine della configurazione del reato in questione, una mera condotta omissiva consapevole. Il maltrattamento degli animali può consistere tanto in condotte commissive (fare qualcosa) quanto in condotte omissive (non fare qualcosa). Quindi non curare il proprio animale, sia esso d’affezione così come d’allevamento equivale a maltrattarlo, ergo a commettere un reato.

Al dì là del titolo IX-bis del codice penale (“Dei delitti contro i sentimenti per gli animali”) si ritiene importante puntare l’attenzione anche su un altro articolo del codice, concernente la non punibilità per particolare tenuità del fatto.

L’art.131-bis è stato introdotto nel nostro ordinamento essenzialmente come strumento di deflazione del carico giudiziario e prevede, per i reati puniti con pena detentiva non superiore nel massimo a 5 anni, ovvero con pena pecuniaria, sola o congiunta con la pena detentiva, l’esclusione della punibilità ove il danno sia particolarmente esiguo e la condotta non sia abituale. E’ evidente l’intento del legislatore di voler evitare che per reati particolarmente lievi il soggetto si ritrovi a scontare una pena detentiva, con tutte le conseguenze da questa derivanti, così come la volontà di alleggerire il carico di detenuti all’interno delle nostre carceri.

Ma ciò che rileva per il tema in questione è il comma 2 del predetto articolo secondo cui: “L’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità,(…), quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali (…)”. Il legislatore insomma ha ritenuto non sussistere la particolare tenuità del fatto nel caso di maltrattamenti a danno degli animali. Ciò significa che la giustificazione secondo cui “E’ solo un animale” non vale nel nostro ordinamento come causa di esclusione della punibilità.

Infine, sebbene questa non sia la sede più opportuna è necessario ricordare che numerosi psicologi, tra cui il dott. Francesco Rovetto (professore ordinario presso l’Università di Pavia e medico specialista in Psicologia clinica e specialista in psichiatria) ritengono vi sia uno stretto collegamento tra il maltrattamento di animali e la violenza perpetrata a danno di persone, specie se il mancato rispetto per l’altrui vita è già insito nell’ambiente familiare. Stando ad uno studio dello stesso Rovetto i bambini o adolescenti crudeli verso gli animali hanno una probabilità su tre di manifestare in età adulta comportamenti feroci e pericolosi.

Insomma, l’educazione al rispetto per gli animali risulta, specie nei bambini, essere di fondamentale importanza per far si che il soggetto sviluppi, in età adulta, maggiore empatia e tolleranza verso il diverso.

È dunque necessario non sottovalutare, come troppo spesso accade, i maltrattamenti sugli animali che talvolta possono costituire un campanello d’allarme.

Ovidio sosteneva che “la crudeltà verso gli animali insegna la crudeltà verso gli uomini”.

Difficile dargli torto.

Maria Caterina Falchi

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