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Cagliari. Il 1° febbraio, Coldiretti Sardegna manifesterà in piazza per portare il grido di dolore del mondo agricolo

Il Consiglio di Coldiretti Sardegna, vista la grave crisi che attanaglia il comparto agricolo sardo, e visto il lungo elenco di vertenze rimaste ancora aperte e che non hanno trovato soluzione, se non, in alcuni casi, parziale e insufficiente, annuncia che il 1 febbraio 2017 manifesterà insieme ai propri soci a Cagliari.

L’Organizzazione ha percorso tutte le strade diplomatiche per far arrivare il grido di dolore che arriva dal mondo agricolo alla massima Istituzione sarda. Lo ha fatto non limitandosi a denunciare il problema ma proponendo sempre delle soluzioni concrete.

L’elenco delle vertenze aperte è lungo, e contiene delle questioni che in alcuni casi si sono anche incancrenite arrivando ad un punto di non ritorno.

In questo momento, il Consiglio regionale, come ultima ratio non vede altra soluzione alla manifestazione di piazza, per cercare di sensibilizzare il mondo politico, portando, anche visivamente, il disagio, ed in alcuni casi il dramma degli allevatori e agricoltori davanti al Palazzo.

In breve il riepilogo delle principali vertenze:

OVICAPRINO. La situazione del settore è allo stallo. E’ da un anno che Coldiretti Sardegna ha lanciato l’allarme sul pesante momento speculativo che si sta perpetrando alle spalle dei produttori di latte dell’isola. E’ stato denunciato il fatto che ad un normale riallineamento della domanda all’offerta, si affiancavano voci ripetute ed ingiustificate di abnormi possibili produzioni di latte per via di una stagione invernale mite, tali da ipotizzare oltre 100 milioni di litri di latte ovino in più.

Tali dichiarazioni, che Coldiretti Sardegna ha tentato di smentire con il conforto tecnico di una pubblicazione sui mass media del professore Giuseppe Pulina, , si sono poi rivelate una bufala. Ai 430 milioni di litri di latte che si prevedevano (messi nero su bianco in una lettera datata 9 marzo 2016 inviata dai presidenti di Legacoop, Consorzio del Pecorino romano e Confindustria Sardegna al governatore Francesco Pigliaru), la realtà dei fatti riporta per il 2016 a una produzione totale di latte lavorato in Sardegna sotto i 290 milioni di litri (dati dell’organismo di controllo Ineq).

In quel periodo è iniziato il percorso sull’interprofessione, fatto importante in un momento ancora positivo. E da subito sono state chieste da Coldiretti Sardegna garanzie per tutti gli attori della filiera accompagnati da importanti interventi: dal prestito di conduzione per evitare le “maledette” caparre, agli interventi di capitalizzazione del sistema cooperativo che, infatti, oggi è quello che soffre maggiormente il momento di crisi, essendo pesantemente sottocapitalizzato.

Nel frattempo, mentre la trasformazione non è riuscita a mettersi d’accordo e ad arrestare la caduta del prezzo del Pecorino romano, ha continuato a dare le colpe dell’iperproduzione dello stesso formaggio al troppo latte, anche quando si sapeva che non vi era stata maggiore quantità di latte prodotto. Insomma la trasformazione sarda ha prodotto 356 mila quintali di pecorino rispetto ai 300 mila del 2015 solo per paura che ci fosse troppo latte. Una paura letta da tutti gli attori del mercato, compresi i grandi compratori americani che quando hanno visto che il settore era in stallo hanno cominciato ad aumentare le pretese di sconto, portando il Pecorino romano a perdere 5 euro al chilo all’ingrosso nell’arco di un anno.

Coldiretti Sardegna è convinta che un prezzo di 10 euro al chilo fosse difficilmente sostenibile dal mercato ma ritiene anche che con un intervento volontario di regolazione della produzione così come con la prudenza sulla gestione dei dati produttivi non si sarebbe raggiunta una perdita stimabile per la filiera di circa 150 milioni di euro.

Oggi a pagare le inefficienze di chi non è riuscito ad organizzarsi per evitare questo tracollo sono i pastori. Come sempre. Infatti il prezzo del latte è passato da 1 euro di fine campagna 2015 ai 0,55 centesimi di euro di questa campagna.

Moltiplicando il differenziale di prezzo per il latte prodotto, cioè poco meno di 290 milioni, il conto è presto fatto: i pastori pagano la perdita dell’intera filiera di circa 150 milioni per una cifra pari a 130 milioni di euro.

Queste non sono favole.

E’ quanto nel complesso perdono gli oltre 10 mila pastori della Sardegna:

E’ per questo che Coldiretti Sardegna chiedeva:

  • un tavolo urgente sul prezzo del latte che non è mai stato convocato.
  • di interrompere il tavolo dell’interprofessione che, sino a quando non si sarebbero chiariti bene i rapporti dentro la filiera, rischiava e rischia di diventare purtroppo un flop, soprattutto perché con un pagamento della materia prima a 55 centesimi (eccetto i pochi fortunati che hanno sottoscritto dei contratti a 80 ed 85 centesimi) moltissime aziende chiuderanno, dovendo sopportare perdite di ricavi eccessive, con  un costo di produzione che si attesta nettamente al di sopra della remunerazione che si sta attualmente pagando.

Nonostante le ripetute denunce di Coldiretti Sardegna, solo ora altri, in modo assolutamente tardivo ed inadeguato, si accorgono dello stato di crisi del settore.

Oramai è tardi per correttivi o ripensamenti e non c’è neppure tempo per critiche e processi ai responsabili di questo sfascio (ci sarà tempo e modo per farlo). In ballo c’è (purtroppo senza enfasi) la sopravvivenza di un comparto, del quale si conosce l’importanza dal punto di vista economico, sociale, culturale e identitario.

Per evitarlo l’unica soluzione, in questo momento, è che si strutturino importanti sostegni diretti al reddito dei pastori, necessari per colmare queste perdite. Strada che non si sarebbe mai voluta chiedere perché i pastori della Sardegna sono dei veri e capaci imprenditori che non meritano di essere umiliati da un assistenzialismo inutile solo per colpa di chi si è dimostrato per l’ennesima volta incapace di programmare e organizzare il proprio lavoro, essendo abituato a privatizzare i profitti e socializzare i debiti,  speculando e scaricando i problemi sull’anello più debole della filiera.

Coldiretti Sardegna chiede:

  • che ogni centesimo pubblico destinato al comparto debba avere una ricaduta certa e diretta sui pastori. Sarebbe un ulteriore schiaffo per i produttori e per i sardi tutti elargire solo un centesimo pubblico a chi chiuderà, anche in tempo di crisi, i bilanci in attivo perché lucra sulla propria filiera.
  • di verificare e accelerare l’apertura del bando per gli indigenti;
  • la compensazione del reddito dei pastori con un intervento di circa 40 milioni con il de minimis;
  • di attivare il prestito di conduzione;
  • l’attivazione della misura del Psrn (programma di sviluppo rurale nazionale) 17.3 Strumenti di stabilizzazione del reddito: è prevista dal regolamento sullo sviluppo rurale per la gestione del rischio. Un fondo mutualistico per le compensazioni in caso di riduzione del reddito subito dall’azienda agricola;
  • un intervento straordinario per lo sblocco immediato dei fondi del Psr, con anticipi su indennità compensativa e su benessere animale;
  • l’attivazione di un Osservatorio che monitori mensilmente le produzioni del latte,
  • il Consorzio di secondo livello che consentirebbe di dare maggior forza al mondo cooperativistico oggi in  netta difficoltà. Si tratterebbe di aggregare in un unico consorzio tutte le cooperative che producono Pecorino romano, con la compartecipazione in fase di start up della Sfirs. In questo modo si unirebbe una parte oggi disaggregata che produce oltre il 60 per cento del Pecorino romano, consentendogli di esercitare e imprimere nel mercato la propria forza.

PREMI COMUNITARI BLOCCATI. La situazione è da troppo tempo insostenibile. Il comparto non è più in grado di reggere il ritardo dei pagamenti dei premi della Pac stimato in decine di milioni di euro. Sono tante e da diversi anni, infatti, le domande bloccate che non consentono l’arrivo in azienda dei premi comunitari ormai già messi in bilancio. Occorre intervenire immediatamente e in modo deciso.

Questi ritardi pesano ulteriormente in un sistema distorto come l’agricoltura sarda in cui non si riconosce a tutti gli attori della filiera la giusta remunerazione, spesso al di sotto dei costi di produzione: questo vale per il latte cosi come per il grano e le altre produzioni agricole.

Per non parlare dei danni causati dagli agenti atmosferici: siccità, gelo, alluvioni, piuttosto che da danni causati dall’imprudenza dell’uomo come gli incendi.

E’ di questi giorni la notizia dei gravi danni arrecati alle carciofaie dalle gelate, con tantissimi agricoltori che hanno dovuto rinunciare a stipulare le polizze assicurative (e si dovranno dunque accollare tutte le perdite) a causa dei gravi ritardi nei rimborsi  assicurativi.

ENTE PAGATORE SARDO. Per dare delle risposte a questi infiniti ritardi Coldiretti Sardegna ne ha da tempo proposto l’istituzione. Con un’Agea azzoppata dai tagli statali, che ne limitano l’operatività, la Regione deve avere il coraggio e soprattutto la forza di ottenere l’Ente pagatore regionale che snellirebbe le procedure e agevolerebbe la liquidazione delle pratiche in minor tempo.

Si tratta di uno di quei percorsi virtuosi che si devono intraprendere per avvicinare la pubblica amministrazione ai bisogni reali delle imprese agricole.

REFRESH. A causa delle anomalie riscontrate per il nuovo Refresh è stato congelato il pagamento di decine di milioni di euro di premi comunitari. Dal mese di novembre 2014 Coldiretti Sardegna ha sollevato pubblicamente il problema. L’ultimo aggiornamento delle aereofotografie effettuato da Agea (2013), penalizza oltremodo la Sardegna, le zone interne in particolare, in quanto non rispecchia il nostro territorio caratterizzato da un’alta estensione della macchia Mediterranea.

Una vertenza lunga. Si è dovuto aspettare un anno, prima che nell’ottobre 2015 fosse accolta la soluzione prospettata dalla Coldiretti: la riapertura dei termini per riesaminare le istanze delle domande del Psr e della Pac nelle quali sono state riscontrate delle anomalie a causa del refresh. Dopo oltre un anno però gli sportelli regionali, in cui dovevano essere riesaminate queste pratiche,  non sono stati ancora attivati.

PSR 2014 – 2020 ANCORA FERMO. La Sardegna non è riuscita a spendere 26 milioni di euro (tra fondi comunitari, statali e regionali) del vecchio Psr ed è al terzo posto nella lista nera delle Regioni italiane che hanno disimpegnato più fondi comunitari (dopo Sicilia e Campania); senza contare che diversi milioni sono stati spesi all’ultimo momento: 10,7 milioni per l’acquisto di mezzi (vedi terne) di cui l’agricoltura sarda non ha ne potrà mai goderne gli effetti. Insomma soldi spesi tanto per spendere.

A un anno e mezzo dal via libera arrivato dall’Europa per il nuovo Psr 2014-20, i bandi non sono aperti con tutte le conseguenze per le imprese agricole che hanno dovuto congelare i propri progetti, in primis i giovani, molti dei quali nel frattempo hanno perso i titoli; oltre a condannare la Sardegna alla restituzione, ancora una volta, di milioni di euro.

Su questi ritardi ha influito l’aver smontato e parcheggiato il Siar, il sistema informatico agricolo regionale, per il quale la Regione ha speso diversi milioni di euro (decisione tra l’altro che va nella direzione opposta all’istituzione dell’ente pagatore regionale). Un sistema messo da parte con troppa facilità e di cui oggi ne paghiamo le conseguenze con una situazione che va oltre il ridicolo: ci ritroviamo con bandi prima annunciati e poi sospesi o forse revocati.

GRANO. Il mondo cerealicolo è attraversato da una crisi senza fine. Nell’ultimo anno il prezzo del grano è crollato del 30 per cento, passando dai 30 euro del 2015 a meno di 20 nel 2016 (nel 1976 un contadino per un quintale di grano riceveva più di quanto non riceva oggi: 48 mila lire rispetto ai 20 euro di quest’anno).

Negli ultimi 12 anni la superficie destinata alla coltivazione del grano è scesa del 60 per cento, perdendo 58.129 ettari. Si è passati dai 96710 ettari coltivati nel 2004 ai 38581 del 2015.

Ma il rischio è anche quello di perdere questi 40mila ettari (non si riesce a pagare i costi di produzione) se non ci saranno misure immediati e forti in grado di difendere il grano sardo da questa crisi dovuta alla concorrenza sleale che arriva dall’estero.

CREDITO. L’indebitamento dell’agricoltura sarda nei confronti delle banche è stimato in circa 800 milioni di euro. La vecchia provincia di Cagliari è il territorio con più debito incagliato ed in sofferenza d’Italia dopo la provincia di Latina, rappresentando oltre il 60% del dato regionale.

Coldiretti Sardegna propone un intervento sinergico tra la Regione, la Sfirs e le banche per individuare un percorso per la ristrutturazione e il riposizionamento dei debiti che consenta alle tantissime aziende agricole di scrollarsi dei pesi del passato derivanti spesso da azioni politiche poco attente. Azione questa che deve essere inclusiva anche del mondo cooperativistico che ha una forte esposizione debitoria.

Non finanziamenti a fondo perduto ma una seria programmazione ed una politica ad hoc.

BUROCRAZIA. E’ il principale ostacolo allo sviluppo del settore, per questo non è più rinviabile la semplificazione e lo snellimento delle procedure.

Ci sono tantissime domande del premio unico e del Psr bloccate proprio per cavilli e lungaggini burocratiche. Una situazione che va risolta in tempi brevissimi in quanto ricevendo in ritardo le provvidenze gli agricoltori sono spesso costretti ad ovviare al mancato introito aggravando la loro posizione debitoria.

COSTO ACQUA. Incide moltissimo nei bilanci delle aziende essendo l’agricoltura il comparto che presenta un fabbisogno irriguo pari al 70% della disponibilità complessiva. Per questo è necessario, se si vuole una agricoltura competitiva, innanzitutto garantire quantità adeguate di acqua ed a costi sostenibili e certi, senza scaricare i debiti della mala politica attuata negli anni dai Consorzi di bonifica ai consorziati, come sta avvenendo in questi giorni a Oristano.

La Regione deve mettere in atto il piano di riorganizzazione delle strutture dei Consorzi di bonifica, che dovranno avere maggiore autonomia gestionale, essere liberati dalle ingerenze del mondo politico, ed ottenere un sostegno finanziario regionale finalizzato ad attenuare le ricadute dei costi di gestione sugli agricoltori. Insomma l’acqua deve essere gestita da chi conosce e lavora nel mondo agricolo.

EPIZOZIE. Sono troppe le emergenze sanitarie animali che hanno colpito la Sardegna in questi ultimi 20 anni evidenziando un sistema sanitario e preventivo inefficiente e inefficace. Si arriva sempre in ritardo, quando ormai le malattie si sono diffuse in tutto il territorio, compromettendo la salute degli animali e spesso la tenuta delle aziende. Le conseguenze, infatti, oltre per il contingente (gravissime) spesso lasciano dei lunghi strascichi che incidono pesantemente nella produzione e dunque nella rendita dell’azienda.

Finora non ci sono stati grossi risultati. Si è sempre in emergenza, c’è troppo burocrazia e poche azioni pratiche e soprattutto nessun colpevole. I costi ricadono sempre nelle tasche degli allevatori e in quelle pubbliche. Manca la prevenzione, per questo Coldiretti Sardegna ribadisce la necessità di una struttura strategica che si occupi in modo sistemico ed esclusivo della programmazione e lotta alle emergenze sanitarie animali.

FAUNA SELVATICA. Anche su questo fronte si riscontrano insufficienti risposte nonostante una lunga e costante richiesta di intervento con una politica seria e programmata che contenga l’imperversare di cinghiali, cornacchie, cervi, cormorani e nutrie.

Animali che stanno crescendo in maniera esponenziale e con essi i danni subiti dalle aziende agricole che spesso si ritrovano a non poter programmare con tranquillità il proprio lavoro.

Senza contare che non possono neppure contare in un ristoro per i danni subiti per via della troppa burocrazia e delle sempre più esigue somme stanziate.

I principali responsabili dei danni alle colture agricole sono i cinghiali. In Sardegna come nel resto d’Italia negli ultimi 10 anni il numero è praticamente raddoppiato (a livello nazionale si è passati da 600mila a oltre 1milione nel 2015).

Al secondo posto ci sono le cornacchie che colpiscono principalmente le ortive in pieno campo nel periodo che va da inizio primavera sino all’autunno inoltrato;

Nel Campidano c’è un carico eccessivo di cervi, ben tre volte maggiore rispetto alla media europea: 28 capi per km quadrato rispetto ai 7 di media europea.

Nelle zone umide della Sardegna centro occidentale invece l’incubo dei pescatori si chiama “cormorani”. Un fenomeno in continuo aumento: dai monitoraggi eseguiti dall’Amministrazione provinciale di Oristano, dal 2008 al 2014, sono aumentati dell’86,5%, passando da 8.384 a 15.636 del dicembre del 2014. Si stima che solo nel 2015 abbiano consumato oltre 2 milioni e mezzo di euro di pesce.

RIFORMA ENTI AGRICOLI. Coldiretti Sardegna, ritiene che per accompagnare una seria politica agricola, sia necessaria e non più rinviabile la riforma degli enti agricoli.

Devono essere più snelli, dinamici, flessibili ed a diretto contatto con il mondo della produzione. Strutture che diano risposte rapide e chiare e non creino ulteriore burocrazia e lungaggini; che valorizzino ed esaltino e non soffochino le tante professionalità che vi sono al loro interno.

Dopo il latte, anche il grano italiano avrà la sua etichettatura DOC

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