Crusaders Cagliari: interviste ai protagonisti del trentennale

Crusaders Cagliari -Caschi, ovali, divise (Foto Battista Battino)

Si parte da un compleanno memorabile, il trentennale dei Crusaders la squadra di Football Americano di Cagliari, per dipanare una storia intenzionata a procedere con più vigore su sentieri diversificati, alcuni già battuti, altri in procinto di aprire scenari capaci di dare nuovi sensi ad una franchigia che finora ha dato tantissimo al movimento del Football Americano sardo.

Nel frattempo, sono diventati trentuno, ma meditare sulla cifra tonda è più d’impatto, visto che rappresenta una pietra miliare dai tanti significati. Ecco alcune interviste dei protagonisti della squadra.

 

EMANUELE GARZIA: “I CRUSADERS MI HANNO AIUTATO NEI MOMENTI PIU’ TRISTI DELLA VITA”

Una squadra nata quasi per caso. Figlia di una idea, seguita da una proposta che senza la voglia di crederci si sarebbe fermata alla base teorica. E invece la ferma volontà di vivere e condividere un’esperienza unica nel suo genere ha fatto il resto. Come può Emanuele Garzia dimenticarsi quei giorni lontani, quando faceva parte di un gruppetto, a suo dire di giovani scalpitanti, voglioso di emulare le gesta dei valorosi atleti americani irradiate nei primi anni Ottanta dalle reti contrassegnate da un biscione? Da allora la vita del presidente è stata fortemente condizionata dalla grande venerazione per il Football Americano. “Ho sempre detto che quella dei Crusaders è come una seconda famiglia – rileva Garzia – e in diverse circostanze mi ha aiutato a superare momenti particolarmente difficili della mia vita”.

Un grande amore..

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Si, aiuta ad andare avanti, fa superare tanti ostacoli e difficoltà, perché poi c’è il gruppo che ti supporta, dà una mano nella stessa maniera in cui ci si aiuta in campo. In quel caso tutti si prodigano affinché l’azione venga compiuta nel migliore dei modi.

E il documentario realizzato da Stefano Sernagiotto serve proprio a rendere indelebili tanti momenti a forma di casco e palla ovale.
Sentivamo la necessità di documentare come il football americano sia cresciuto assieme a tutti noi. D’altronde all’epoca avevo 25 anni ed ora ne ho 55. In fondo racconta la nostra vita. Prima come giocatori, e poi in qualità di dirigenti e tecnici. Una bellissima storia da vedere e da condividere con chi ha fatto parte come noi di questa grande famiglia.

I ricordi si fondono col presente, avete appena accolto l’head coach americano Tim Tobin

Il nostro intento è fare un salto di qualità. Il supporto di un coach americano può garantirci quella spinta che diventa una rampa di lancio verso risultati eclatanti. È vero che in passato si sono alternati allenatori a stelle e strisce più o meno performanti, ma tutti quanti, venendo dalla patria del football, hanno avuto sempre e comunque una marcia in più rispetto a qualsiasi altro allenatore italiano. Perché hanno esperienza e vivono la disciplina sin da quando sono ragazzini. Non c’è cosa migliore che farsi guidare da un allenatore che vive di Football Americano e hamburger, come del resto la gran parte degli italiani si ciba di calcio e spaghetti.

Che squadra sarà quella della stagione 2022?

Ci sono parecchi prospetti nuovi, prevalentemente di tenera età, ai quali si aggiungono i giovani che giocarono lo scorso anno. Alcuni di loro si stanno ulteriormente formando grazie all’esperienza nel campionato CSI con gli Steel Bucks Caserta.

Con l’arrivo di Tim Tobin l’entusiasmo accrescerà.

È superfluo rilevare come ci sia un grande affiatamento sebbene attualmente si contino diverse assenze per infortunio o dovute a motivi di studio per alcuni giocatori attualmente fuori sede.

Importante sarà il ruolo di leader da parte del quarterback Michele Meloni: è sempre presente agli allenamenti. Mi fa piacere che abbia preso coscienza del suo carisma e di quanto è importante per tenere compatta la squadra. Come del resto è preziosissima l’assidua partecipazione dei coach Aldo Palmas, Nicola Polese, del runningback e interprete Riccardo Pili.

Tutto comincia a Sanluri fra una settimana..

È la grande occasione per ricordare Michelone De Virgiliis e gli altri crociati persi per strada come Massimiliano Antonino, Paolo Bruni, Paolo Murgia ed Eros Palmas. La recente scomparsa di Massimiliano è stata una grande perdita per tutti noi, non solo perché è stato il più forte linebacker della storia dei Crusaders. Era un ragazzo d’oro, un grande amico, un fratello. Michele De Virgiliis è costantemente nei nostri pensieri e al termine di ogni partita lo ricordiamo sempre. Mi ha fatto estremamente piacere che nel documentario abbia dato un importante contributo la sua mamma Eleonora con i due figli Alessandra e Guido.

E a Cagliari sperate di organizzare l’Italian Bowl

La vicinanza di Leoluca Orlando mi conforta. Il Consiglio Federale FIDAF, ha già preso in esame la nostra proposta e la Regione Sardegna, con l’Assessorato al Turismo, è disposta a contribuire in maniera decisiva e importante.

Riuscirete finalmente a prendere possesso del campo e della foresteria di Terramaini?

Leoluca Orlando sarà determinante anche per perorare quella causa, per noi importantissima. Esiste una delibera dirigenziale di affidamento. Sono stati risolti i problemi della doppia tracciatura e quelli relativi ai costi legati al fondo del campo, non compatibile con il nuovo manto sintetico. L’assessore comunale allo sport Andrea Floris ha fatto sì che i lavori riprendessero il prima possibile, però le condizioni meteo avverse non ci stanno aiutando.

TIM TOBIN: “DALLE COSE SEMPLICI NASCONO I CAMPIONI”

Si era fatto conoscere nel 2016 quando in piena primavera, ma solo per qualche settimana, diede una mano d’aiuto all’allora head coach Giuseppe Fiorito nel campionato nazionale di II divisione. A distanza di quasi sei anni il californiano Tim Tobin prende il posto di Aldo Palmas che però rimane più che mai in sella come offensive coordinator, assieme al responsabile della difesa Nicola polese. Prima di lui i Crusaders avevano avuto a che fare con i suoi connazionali e compianti Kirk Mastromatteo (2012) e Mark Garza (2014). In mezzo alle due esperienze, nel 2013, anche quella di Tony Simmons che sostituì l’artefice dei due Nine Bowl 2010 e 2011 Giacomo Clarkson. L’ultimo che approdò in città fu Jarvis McGarrah, nel 2018.

Tim Tobin ha scelto nuovamente Cagliari perché non si dimenticherà mai la disponibilità dei giocatori e della dirigenza quando sbarcò per la prima volta. “La squadra ha una grande parte del mio cuore. Mi ha aiutato in un momento difficile della mia vita e i giocatori mi hanno mostrato di essere duri”.

Prova a descriverti come allenatore.

Insegno i fondamentali e la tecnica. Mi assicuro che chi mi ascolta capisca e conseguentemente migliori ad ogni allenamento. Quest’anno il mio obiettivo principale sarà insegnare agli allenatori del coaching staff a costruire il successo futuro.

Da cosa comincerai?

Dal ripasso di schemi semplici; se non li capiscono subito, troverò la maniera per renderli ancor più immediati da assimilare. I giocatori non devono pensare troppo mentre giocano. Inoltre, dovremo costruire la linea offensiva e reclutare più atleti per giocare in quella posizione. Poi devo vedere in che condizioni è la difesa. Nel 2016 ricordo tanti buoni placcatori, spero che la situazione non sia mutata nel frattempo.

Come nasce la tua passione per il Football?

Da un genitore preoccupato che disse a mia madre: “Tim ha bisogno di giocare a Football”. Avevo otto anni e mi stavo cacciando in un sacco di guai. Nel mio primo anno di gioco ero il peggiore della squadra.

Da lì comincia l’ascesa

Ero bloccato in un gruppo di principianti. Giocavo come defensive lineman per una squadra della categoria Pop Warner chiamata Los Altos Spartans. Il mio numero era il 3. Disputai una sola partita per tutto l’anno. Ma nel successivo sono migliorato tantissimo. Il segreto sta nel non aver mai mollato. Sono stato premiato indossando un vero numero di linea difensiva, il 70. Ho giocato solo in quel ruolo constatando che ero abbastanza bravo.

Poi sei passato ai Mountain View Marauders

I Los Altos Spartans smisero di essere una squadra perché i genitori iniziarono a far giocare i loro figli a calcio. Ricordo che gli allenatori videro qualcosa di buono in me e prestarono molta attenzione a farmelo tirare fuori. Ho giocato in entrambe le direzioni, come guardia offensiva e difensore. Ho fatto molto bene e ho iniziato ad amare il gioco. L’anno successivo replicai con i Mountain View, miglioravo a vista d’occhio e diventai il capitano della squadra. Le scuole superiori cominciarono a notarmi e a mettere in giro voci su un loro probabile reclutamento.

Cosa accadde?

Continuai a giocare in Pop Warner, questa volta accasandomi con i Sunnyvale Vikings, squadra più grande e attrezzata che metteva davvero in mostra il mio talento. Mi hanno fatto diventare linebacker running back. Questo mi ha permesso di andare in una delle migliori squadre liceali della California e del paese, la Saint Francis High School.

Quindi inizia la tua esperienza con i College

Ho giocato nella Varsity per tre anni facendo entrambe le cose come centro e linebacker. Cosa che non molti hanno fatto in questo liceo. Nel 1982 giocammo 14 gare e risultammo l’unica squadra imbattuta dello stato. Ho ricevuto molti premi perché figurammo come la seconda squadra più forte di tutto lo stato. Alcuni college mi hanno reclutato pensando che fossi molto più grande. I visionatori dicevano: “Non avevamo idea che tu fossi solo 1,70 e 200 libbre. Durante il mio quarto anno di permanenza ho iniziato ad allenare le scuole superiori.

Perché sei diventato allenatore?

Mi piaceva molto il gioco e le emozioni mi davano dipendenza. Ho iniziato in una scuola superiore e qualcuno mi ha detto che avrei dovuto provare ad allenare a livello universitario. L’anno dopo ero all’Arizona State University: un giovane allenatore di 23 anni che lavorava con i migliori allenatori della nazione. Quell’anno vincemmo il Freedom Bowl e imparammo molto. In quella stagione allenai i linebacker e alcuni special team.

Il tuo curriculum dice che sei stato alla University of California Santa Barbara.

Lì ho allenato i defensive backs, gli special team e strength coach. Siamo andati molto bene e abbiamo imparato molto. Durante la stagione una grande squadra in Inghilterra mi ha voluto come capo allenatore: a 24 anni! Era troppo presto, ma l’ho fatto. Ha così inizio il divertimento come allenatore internazionale. Sono stato in Inghilterra, Australia, Germania, Romania, Austria, Polonia, Svizzera e Italia. Mi vanto di essere tra i primi allenatori ad insegnare ai giocatori di football australiano la tecnica del punting. Ora è diventata un grande business.

La tua storia si fa sempre di più interessante

Altri college in cui ho allenato sono stati la Shippensburg University 1999-2000. Siamo finiti al dodicesimo posto nella nazione. Poi la Kutztown University tra il 2006 e il 2011: il programma di Divisione 2 è stato nettamente migliorato nei libri dei record del football universitario. La Millersville University è stato il mio ultimo anno e sono stato assunto per aiutare con il reclutamento in città.

In definitiva quali sono i successi che ricordi maggiormente?

Come giocatore l’esperienza all’High School All Northern California 1982. Squadra 14-0 MVP. Come allenatore, la NCAA Division 2 Strength dove fui nominato coach dell’anno (2011).

Che idea ti sei fatto del Football Americano europeo?

È diventato un enorme bacino per il reclutamento del college e della NFL. Abbiamo la percezione che gli atleti in Europa non si mettano nei guai. Noi in America abbiamo un problema con i giocatori e i terribili effetti collaterali delle scelte che fanno.

E lo scorso anno l’Italia ha conquistato il titolo continentale

L’Italia mi ha davvero sorpreso. So che è uno dei paesi più importanti, ma pensavo che Germania e Austria avrebbero assunto un ruolo preminente. Ma non dimentichiamoci che l’Italia, alla fine degli anni ’80, era il paese di punta del Football europeo.

STEFANO SERNAGIOTTO: TRAVOLTO E RAPITO DA UN MONDO LARGAMENTE DOCUMENTATO

Le coincidenze fanno sempre pensare. Come quella capitata al mago dell’editing Stefano Sernagiotto quando, dopo aver accettato la proposta del presidente Emanuele Garzia per la realizzazione di un docufilm sui Cru, setacciando circa cinquanta ore di testimonianze filmate da asciugare e assemblare, si è imbattuto nelle gesta atletiche del mai dimenticato Michele De Virgiliis.

“Il mio primo contatto con il mondo del broadcast – ricorda Stefano – è stato con Infochannel Tv Sardinia. Se ho messo il primo piede nella realizzazione dei documentari è proprio grazie al regista Federico De Virgiliis, cugino di primo grado del mitico comandante. E visto che l’opera appena realizzata è dedicata anche a lui, penso sempre che la vita riservi a volte incredibili sincronismi”.

Come sei stato coinvolto in questa iniziativa?

Nel novembre del 2020 mi contattò lo staff crociato. Ho voluto accettare questa sfida anche perché trattasi del mio primo documentario sul Football Americano. E spero che il risultato finale possa piacere innanzitutto ai Crusaders e poi a tutti quelli che lo vedranno.

Un lavoro che ha richiesto tempo e pazienza..

Ho studiato a fondo la storia della squadra. E a tal proposito ringrazio la dirigenza che mi ha messo a disposizione dati, schede tecniche, contenuti del sito internet e soprattutto la vasta produzione di immagini, anche in vhs, che ho interamente digitalizzato in modo da preservarla dai rischi di deterioramento del supporto analogico.

Di sicuro non ti sono mancati i reperti fotografici

Li hanno messi a disposizione due super appassionati, a dir poco eccezionali, che non finirò mai di ringraziare per il supporto: Giulia Congia e Battista Battino. Persone con cui sono in continuo contatto anche per avere informazioni e immagini aggiornate per le necessità del montaggio. Battista l’ho conosciuto nel corso delle dirette streaming che hanno consentito ai tifosi, la scorsa stagione, di seguire i Crusaders. Oltre ad essere il responsabile del sito ufficiale, ha curato tutte le grafiche del documentario.

E poi ci sono le testimonianze dirette ed indirette dei protagonisti

Era indispensabile sviluppare una conoscenza approfondita delle persone che avrebbero caratterizzato il film. Ho dovuto intervistare venti persone.

Che tipo di impostazione hai dato al lavoro?

Una volta che ho preso visione di tutto il materiale archivistico in possesso di atleti e dirigenti, ho provveduto a fare uno storyboard, grazie alle grafiche curate da Battista Battino, con la cronologia delle tappe più importanti. Viene descritta l’evoluzione del team che attecchisce in una città monopolizzata soprattutto dal calcio e altri sport molto gettonati.

Cosa hai capito del fenomeno Crusaders?

Ciò che contraddistingue la squadra è questo grande entusiasmo nel raggiungimento di risultati importanti, come i due titoli nazionali. Il DNA di questo club è costituito dal senso di appartenenza ad una grande famiglia.

In realtà questa disciplina la conosci molto bene

Ho iniziato a seguirla quando stavo in New Jersey, nel 1998- 1999, ed ero appassionato dei Giants. Questo perché ovunque andassi trasmettevano partite di football dai ristoranti, ai bar e nei negozi di qualsiasi tipo.

Gli States sono stati importanti nella tua vita professionale

Coltivo questa passione da quando giocavo a pallacanestro, nell’Esperia Cagliari. Avevo una gran quantità di filmati e la mia idea era quella di imparare a montarli. Quando ho vissuto negli States un carissimo amico mi svelò i segreti dell’editing e quello che inizialmente era un diletto si è trasformato in lavoro. Ciò mi ha consentito di entrare in contatto con il mondo del broadcast subito dopo la mia tesi di laurea in Storia della Sardegna (Scienze Politiche) incentrata sui “Racconti di storie vissute in miniera”.

Dopo l’esperienza con Infochannel Sardinia tv ti sei tolto tantissime soddisfazioni

Dal 2007 lavoro presso il Consorzio del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna. Curo un progetto dedicato al recupero della memoria storica dei minatori sardi e mi occupo dei video promozionali dell’Ente. Tra i documentari più importanti degli ultimi anni di cui ho curato la regia, fotografia e editing c’è stato Deci – La base aerea di Decimomannu , vertente sulla storia e le attività che si svolgono all’interno della base aerea di Decimomannu, una delle più importanti in Europa. È la scuola dei Top Gun italiani. Poi nel 2015 ho realizzato, insieme a Giampaolo Salice, il documentario Cagliari 1943: memorie di uno sfollamento. Racconta la vicenda dello sfollamento dei cagliaritani in seguito ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ripercorro i rapporti che si instaurarono tra i cagliaritani e i paesani che li ospitarono.”

Resterai nell’orbita del Football Americano?

Credo proprio di sì. Intanto ringrazio la società per la fiducia accordatami con la speranza di aver confezionato qualcosa che rimanga nel tempo. La realizzazione di questo lavoro mi ha fatto venire voglia di provare a giocare a football, cosa che non ho mai avuto modo di fare e di cui mi devo pure pentire perché per problemi fisici ora non posso assolutamente cimentarmi con gli sport di collisione.

 

E’ possibile seguire i Crusaders su Twitter, Facebook e nella pagina web www.crusaders-cagliari.it