“I Due della Città del Sole” per le città della Sardegna

CeDAC, Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna, Stagione di Prosa 2021-2022

I Due della Città del Sole – Altra Scena; L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello, con Giorgio Colangeli – Vincenzo De Michele – Valentina Perrella, regia Giancarlo Nicoletti

giovedì 21 ottobre / venerdì 22 ottobre – ore 21 – Teatro Civico – Alghero; sabato 23 ottobre – ore 21 – Teatro “Tonio Dei” – Lanusei; domenica 24 ottobre – 21 – Teatro Comunale – San Gavino Monreale

Nell’Isola – sotto le insegne del CeDAC per la Stagione di Prosa 2021-2022 – “L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello con la regia di Giancarlo Nicoletti (produzione I Due della Città del Sole – Altra Scena).

Sotto i riflettori Giorgio Colangeli nel ruolo del “trasparente” professor Paolino accanto a Vincenzo De Michele (il capitano Perella) mentre Valentina Perrella interpreta la moglie trascurata, incarnazione della “virtù” ma vittima della crudeltà del consorte per una rilettura contemporanea di un classico del Novecento.

La pièce – dopo il debutto IERI (giovedì 21 ottobre) e la replica di STASERA (venerdì 22 ottobre) alle 21 al Teatro Civico di Alghero sarà in scena DOMANI (sabato 23 ottobre) alle 21 al Teatro “Tonio Dei” di Lanusei e infine domenica 24 ottobre alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale.

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Una commedia dolceamara, con toni grotteschi e quasi da farsa, in cui per proteggere la donna amata da un terribile scandalo, il protagonista è costretto a spingerla tra le braccia del marito fedifrago, facendo leva sui suoi più brutali istinti per ricordargli i doveri coniugali, per una riflessione sula condizione femminile ma soprattutto sull’ipocrisia della società.

Il fascino del teatro di Luigi Pirandello con una moderna rilettura de “L’uomo, la bestia e la virtù” per una speciale “Edizione del Centenario” 1919-2019 con la regia di Giancarlo Nicoletti e un cast in cui spicca Giorgio Colangeli (premio David di Donatello per “L’aria salata”) accanto a Vincenzo De Michele e Valentina Perrella, oltre a Cristina Todaro, Alessandro Giova, Alex Angelini, Alessandro Solombrino e Giacomo Costa, con scene di Laura De Stasio, costumi di Giulia Pagliarulo, disegno luci di Daniele Manenti – produzione I Due della Città del Sole – Altra Scena con il sostegno del MiBAC.

Dopo il debutto in prima regionale IERI (giovedì 21 ottobre) alle 21 e la replica STASERA (venerdì 22 ottobre) alle 21 al Teatro Civico di Alghero approderà DOMANI (sabato 23 ottobre) alle 21 al Teatro “Tonio Dei” di Lanusei e infine domenica 24 ottobre alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale sotto le insegne della Stagione di Prosa 2021-2022 organizzata da CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna.

Un classico del Novecento per Giorgio Colangeli, attore di teatro e cinema e volto noto del piccolo schermo, che interpreta il professor Paolino, un uomo di nobile spirito e saldi principi, invaghitosi suo malgrado della madre di un allievo, la sfortunata signora Perella, donna “virtuosa” ma indegnamente trascurata dal marito – cui presta volto e voce un’intensa Valentina Perrella – alla quale egli offre conforto e consolazione finché la segreta liaison non rischia di avere tragiche conseguenze, allorché la donna rimane incinta.

Vittima della crudeltà mentale del consorte, il capitano Perella – un convincente Vincenzo De Michele – che ha di fatto abbandonato la famiglia per crearsene un’altra altrove e nelle rare visite si comporta con villania e prepotenza, la donna sarebbe inevitabilmente travolta dallo scandalo, ma viene escogitato un curioso stratagemma per riportare le cose nel loro ordine naturale.

Il progetto ingegnoso e dal sapore vagamente “boccaccesco” intreccia sapienza medico-farmaceutica e maldestre arti di seduzione per risvegliare nel marito gli istinti sopiti, così da “costringerlo” in qualche modo a rispettare i propri doveri coniugali e assumersi ipso facto la paternità del nascituro: una trama quasi da farsa assume, dato il carattere dei personaggi, la forma di un grave dilemma filosofico e umano.

Se le regole e le convenzioni della società non lasciano scampo, dal momento che una sposa ancorché tradita e abbandonata non può intrattenere relazioni amorose men che platoniche, e preferibilmente neppure quelle, senza rinunciare al proprio buon nome e offrire a colui che l’ha umiliata e offesa il pretesto per rivalersi su di lei (basti pensare che il reato di adulterio è stato abrogato nel 1968 e fino al 1981 in Italia esisteva il “delitto d’onore”), la risoluzione presa dagli amanti lascia adito a più di una perplessità dal punto di vista etico e morale.

In primis la scelta di ingannare il malcapitato capitano, e perfino “drogarlo” per indurlo ad assecondare i loro piani, e naturalmente la “trasformazione” della moglie secondo i canoni di una certa bellezza triviale, cui lei si sottomette a malincuore – invece di affrontare a viso aperto le conseguenze delle proprie azioni e restituire a quella passione, seppure clandestina, dignità e valore agli occhi del mondo.

Ma ancor più grave per una sensibilità contemporanea è l’obbedire a leggi che si considerano ingiuste, così che la signora Perella subisce l’onta e il martirio pur di salvare – forse più che le apparenze – quel che resta del suo matrimonio, a partire dal figlio, un vero enfant terrible, ed evitare alla nuova creatura che porta in grembo una oscura nascita e il peso della vergogna – senza pensare a possibilità anche peggiori che la malvagità del capitano lascerebbe presagire.

Ella è inerme, può solo difendersi come sa e come può e cercare di proteggere i figli, ma davanti alla società il suo mancato sacrificio – come donna e come madre – e l’abbandono al piacere dei sensi, o più semplicemente l’essersi lasciata lusingare dalla speranza di un nuovo amore “romantico” rappresentano una debolezza e una colpa.

Paolino riconosce in lei – e non del tutto a torto – l’incarnazione della “virtù”, è stato conquistato dalla di lei dolcezza e delicatezza di sentimenti, dalla nobiltà d’animo ma il loro amore è pieno di spine (il divorzio non è neppure pensabile, prima del 1970 e la riforma del diritto di famiglia risale al 1975): pur temerari nel loro agire i due innamorati non osano sfidare fino in fondo le convenzioni, si adeguano e trovano proprio nella legge un a via di salvezza.

“L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello mette a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia della società, il “moralismo” e la durezza e inumanità delle leggi, con una storia paradossale ma insieme “esemplare” che anticipa con forza profetica questioni cruciali del presente: per i protagonisti – compreso il capitano Perella, che avrà pur avuto le sue ragioni per non sopportare più il clima di quella casa e gli obblighi del matrimonio, ma continua a tenere “prigioniera” la moglie costretta a sua volta a sopportarne le intemperanze e la brutalità – non c’è via di fuga, o l’inganno o il disonore.

Il dilemma di Paolino è più sottile, vi si dibattono l’innamorato e il filosofo, l’uomo integerrimo e di alti principi, che vorrebbe corrispondere alla propria immagine di “educatore” ma cade doppiamente in tentazione per amore di una donna sia pure simbolo delle “virtù” muliebri e il “peccatore” reo di aver violato la legge degli uomini e pure i precetti divini: egli escogita da sé la punizione, privandosi di colei che ama per consegnarla a un avversario per nulla temibile, se non avesse dalla sua parte l’autorità derivante dal suo ruolo di marito, ma certamente indegno.

La mise en scène firmata da Giancarlo Nicoletti ripropone, a cento anni dal debutto nel maggio del 1919 al Teatro Olimpia di Milano, la celebre e fortunata commedia, un divertente e malizioso “apologo in tre atti” che dopo una prima incerta e quasi tiepida accoglienza, anche per la “materia” così particolare del dibattito e per la sottesa critica verso il retaggio di una civiltà patriarcale dove la donna è in qualche modo “sottomessa” e non libera di agire, né padrona di sé, poi con sempre maggiore successo (tanto da ispirare l’omonimo film di Steno con Totò, Viviane Romance e Orson Welles, accanto alle innumerevoli e applaudite rappresentazioni teatrali).

Focus sul contrasto tra l’essere e l’apparire, sul tentativo di sottrarsi al giudizio del mondo o meglio salvaguardare la propria immagine, a ogni costo, che appare di stringente attualità in un’epoca dominata dall’uso dei social media, in forma ancora più accentuata dopo l’isolamento del lockdown, dove lo sguardo degli altri, come uno specchio in cui riflettersi, distingue e evidenzia qualità e difetti, virtù e fragilità e (quasi) definisce i confini dell’identità.