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“Ricucire l’Italia per un nuovo assetto Euro-Mediterraneo”

“Proponiamo di assegnare 111 dei 209 miliardi di euro al Mezzogiorno. Nel manifesto “Ricucire l’Italia per un nuovo assetto Euro-Mediterraneo“, con il quale s’invita il Governo e il Parlamento di investire i fondi del Recovery Fund (Programma Next Generation EU) per sanare le disuguaglianze nel nostro Paese e avviare concretamente programmi di rilancio economico e coesione sociale attraverso lo sviluppo sostenibile e tecnologico, applicando i parametri scelti per attribuire le risorse (disoccupazione, reddito pro-capite, popolazione, perdita cumulata di PIL), si propone di assegnare 111 dei 209 miliardi di euro al Sud. Un dato, non una rivendicazione; una denuncia, che invita a por fine allo spreco di enormi potenzialità, ad arrestare la disgregazione frutto del crescente divario Nord-Sud e di quello, ancor più preoccupante, tra Italia ed Europa, che coinvolge anche le regioni settentrionali”. Lo ha affermato Antonello Fiore, Presidente Società Italiana di Geologia Ambientale.

Più di 500 i firmatati tra i massimi rappresentanti del mondo accademico

Il Comitato Promotore del Manifesto è composto da personalità importanti: Adriano Giannola – Presidente SVIMEZ, Roma – Gerardo Bianco – Presidente Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI), Roma – Giuseppe De Natale – Dirigente di Ricerca INGV, già Direttore Osservatorio Vesuviano, Napoli

Mario Bova – Ambasciatore, Roma – Francesco Venerando Mantegna – Presidente Conferenza Mediterranea (COMEN), Roma – Antonello Fiore – Presidente Società Italiana di Geologia Ambientale, Bari – Gian Giacomo Migone – Accademico, Politico e Storico, già Presidente Commissione Esteri del Senato, Torino – Vittorio Daniele – Professore, Dip. di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali, Università della Magna Grecia, Catanzaro. Tante altre personalità del mondo accademico, politico, culturale ed economico hanno già aderito al “Manifesto Ricucire l’Italia per un nuovo assetto Euro-Mediterraneo”

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E anche in queste ore dilaga il dissesto idrogeologico in Italia…

“Abbiamo voluto rendere centrale, nel Manifesto, tra le altre cose, la fragilità geologica del nostro territorio, esposto ai pericoli naturali come quello vulcanico, sismico e idrogeologico con alluvioni e frane. Sono questioni strategiche per lo sviluppo sociale ed economico che non possono essere prese in considerazione solo nel post evento e solo per la gestione delle fasi emergenziali e di ricostruzione, ma vanno assolutamente definite in fase di previsione e prevenzione.

L’Italia ha una conformazione geologica per la quale le principali pericolosità geologiche si manifestano con una serie di eventi – ha proseguito Fiore – che rappresentano il naturale evolversi e formarsi del paesaggio e del territorio che abitiamo; dalla ricostruzione del dopoguerra abbiamo avuto uno sviluppo non rispettoso degli scenari che questi pericoli naturali definivano e li abbiamo trasformati in rischi per il nostro tessuto socio economico e per la nostra stessa vita. I dati dicono che ancora nel 2020 in Italia per frane e alluvioni sono morte 12 persone oltre a 1 disperso e ben 18 feriti.

Abbiamo necessità di imparare dal passato per agire nel presente e progettare il futuro; dobbiamo risanare gli errori del passato per una rigenerazione urbana e realizzare le nuove infrastrutture in totale sicurezza; dobbiamo monitorare i fenomeni naturali per meglio prevenire i loro effetti e sviluppare un sistema di manutenzione indispensabile a garantire la sicurezza costante, dobbiamo potenziare gli istituti di ricerca, le strutture tecniche degli enti centrali e periferici per creare un processo (scelte – progetto -realizzazione – manutenzione) più agile e più corrispondete alle esigenze di una società che guarda con consapevolezza al suo futuro e guarderà con fierezza al suo passato.

Abbiamo bisogno di passare dalle emozioni e dagli annunci alle azioni senz’altro indugiare, per questo abbiamo voluto coinvolgere per questi aspetti tre dei massimi esperti nazionali dei pericoli naturali”.

Grandi nomi anche della Geologia Italiana, di caratura internazionale

“Per risolvere il problema del dissesto idrogeologico è necessario ridurre il consumo di suolo e finanziare gli interventi di protezione idrogeologica già programmati. Non c’è bisogno di fare nuove task force o nuovi piani nazionali. Basterebbe portare a compimento le tante azioni già iniziate. Da troppi anni giace in parlamento una proposta di legge sul contrasto al consumo di suolo: ogni mese di ritardo nell’approvazione della legge si traduce inesorabilmente in circa 2000 ettari di nuove edificazioni che causano impermeabilizzazione del terreno e nuovi elementi esposti a rischio. Da cinquant’anni si susseguono piani e programmi di mitigazione del rischio idrogeologico che prevedono opere diffuse – ha affermato Prof. Nicola Casagli, Presidente International Consortium on Landslides – e capillari, con un fabbisogno stimato di circa 2,5 miliardi di euro per almeno un ventennio. Inutile dire che gli investimenti finora effettuati sono stati del tutto insufficienti e concentrati soprattutto in grandi opere idrauliche scoordinate da un vero e proprio programma di riassetto idrogeologico dei bacini idrografici e del reticolo idrografico minore. È inoltre auspicabile l’estensione alla protezione idrogeologica delle agevolazioni fiscali per i privati già previste per gli interventi di riqualificazione sismica ed energetica”.

Va messo in sicurezza il patrimonio antico, storico del Mezzogiorno

“Ricucire l’Italia, quindi, e prima di tutto il patrimonio urbanistico del suo Mezzogiorno, con i suoi numerosi centri storici e borghi montani: spesso ricchi d’inestimabili beni artistici, ma poveri di attenzioni e per questo altamente vulnerabili.

Apprendiamo dal Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (http://storing.ingv.it/cfti/cfti5/#) che nel nostro paese esistono oltre 4.800 località che hanno alle spalle importanti storie di distruzioni e di ricostruzioni; di queste, 55 sono città del Sud che contano oggi tra 50.000 e un milione circa di abitanti. In queste città vivono oltre sei milioni di abitanti, circa il 10% dell’intera popolazione italiana: dunque circa il 30% della popolazione che vive in centri medio-grandi del Mezzogiorno è esposta a terremoti – ha dichiarato Gianluca Valensise, Dirigente di ricerca Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV –  che nel corso della storia hanno raggiunto almeno il VII grado della scala Mercalli, e considerando i centri minori si arriva a superare il 40%.

Per mitigare i danni causati dagli inevitabili futuri terremoti, che per gran parte del Mezzogiorno sono una ‘catastrofe annunciata’, il governo italiano nel 2017 ha varato il Sisma Bonus, uno strumento che consente la detrazione delle spese sostenute per gli interventi antisismici sul patrimonio edilizio italiano, seguito nel 2018 dall’omologo Eco Bonus, finalizzato all’efficientamento energetico. Nel 2020, sulla spinta dell’emergenza economica causata dal COVID-19, il Governo ha unito Sisma ed Eco Bonus in un singolo strumento, il SuperBonus 110%, attraverso cui le spese di riqualificazione sismica ed energetica saranno poste interamente a carico dello stato.

Così facendo però la platea degli aventi diritto al Bonus si è ampliata a dismisura, anche perché l’accesso al Sisma Bonus è stato esteso a vastissime aree dell’Italia settentrionale, incluse molte nelle quali la pericolosità sismica è bassa o bassissima. Tra molti addetti ai lavori serpeggia ormai la convinzione che il SuperBonus servirà in larghissima misura a spingere – doverosamente! – l’efficientamento energetico, e che per la prevenzione sismica resteranno le briciole, soprattutto nel Mezzogiorno. Il danno oltre alla beffa: uno schiaffo che aumenterà il divario tra il Mezzogiorno e il resto dell’Italia. La politica è ancora in tempo per cambiare il corso delle cose: ma avrà la forza di farlo?”.

E ancora il rischio vulcanico

“Il rischio vulcanico in Italia è estremamente variabile, poiché dipende dalla natura e dalla localizzazione degli apparati vulcanici considerati. L’Etna è un tipo di vulcano che non pone rischi immediati per la vita umana, sebbene alcune colate laviche possano talvolta minacciare i centri abitati localizzati nella parte alta del vulcano. Il rischio principale associato al vulcanismo Etneo è quello sismico, legato ai processi vulcanici e alle faglie che contornano il vulcano.

I vulcani delle Eolie sono caratterizzati da livelli modesti di esplosività. Gli episodi come quelli verificatesi a Stromboli nel luglio e agosto 2019 sono però imprevedibili – ha concluso Giuseppe De Natale, Dirigente di Ricerca INGV, già Direttore Osservatorio Vesuviano, Napoli – e molto rischiosi per i turisti che affollano l’isola vulcanica. L’isola di Stromboli, con il fianco estremamente instabile della Sciara del Fuoco, rappresenta inoltre la maggiore sorgente di rischio tsunami nel Mar Mediterraneo, in cui gli eventi massimi costituiscono una minaccia d’incredibile portata per le coste di tutto il Mediterraneo.

Anche i vulcani sottomarini, numerosi nel Basso Tirreno, sono potenziali sorgenti di tsunami, sebbene di minore pericolosità. Il rischio vulcanico più alto al Mondo, però, è quello dell’area Napoletana, per la presenza di molteplici aree vulcaniche caratterizzate da altissima esplosività (fino a VEI 7), estremamente popolate: Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia, oltre ad altre possibili sorgenti di eruzioni ignimbritiche nella Piana Campana. Nell’area Napoletana, circa 3 milioni di persone abitano entro una distanza di circa 20 km da una possibile bocca vulcanica. La mitigazione del rischio vulcanico in quest’area rappresenta una sfida unica al Mondo, e può essere ragionevolmente perseguita soltanto diminuendo drasticamente la densità di popolazione residente in queste aree.

È importante rilevare che queste aree, di enorme valore turistico, culturale e naturalistico, non vanno certo desertificate; il problema è di valorizzarne la fruizione, scoraggiando però nel contempo la residenzialità. In queste aree si deve poter lavorare, fare turismo, cultura e svago; ma stabilendo residenza permanente al di fuori di esse. Solo in tal modo è ipotizzabile predisporre Piani di Evacuazione programmata, in caso di chiari segnali pre-eruttivi, che possano funzionare sia in termini logistici sia economici: considerando anche il carattere empirico e l’intrinseca incertezza della previsione delle eruzioni”.