Elezioni Sardegna, la Lega non cavalca il voto. Governo forte se il M5S regge

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Calma e gesso. La Lega si gode il successo in Sardegna, dopo quello in Abruzzo, con l’elezione a presidente della Regione di Christian Solinas, senatore del Carroccio eletto a Milano (ora andrà sostituito) nonché esponente del Partito sardo d’azione con il quale Matteo Salvini ha stretto un accordo già alle Politiche del 4 marzo. Anche se la Lega non ha ottenuto quel 20% sperato, il risultato è assolutamente soddisfacente, anche perché incrementa i voti rispetto al 2018 nonostante la presenza di moltissime liste, tra cui gli autonomisti sardi che correvano con il proprio simbolo (e non in quella del Carroccio come alle Politiche).

Ma qui l’analisi del Carroccio si ferma. Cagliari non è Roma, e al governo non cambia nulla. Non a caso il ministro dell’Interno a metà pomeriggio esce con il primo commento: “Dalle Politiche a oggi se c’è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd“. Nessun affondo contro il M5S che nell’Isola ha subito una flessione perfino più pesante di quella in Abruzzo. E non poteva essere altrimenti. L’ordine preciso di Salvini e Giorgetti è categorico: sangue freddo, il governo va avanti, non attaccare Luigi Di Maio. Nel Carroccio sono perfettamente consapevoli che il dato dei 5 Stelle è preoccupante. Si aspettavano una flessione degli alleati di governo, ma non una perdita del 30% dei voti circa rispetto alle Politiche dello scorso anno.

In questo momento la Lega non ha alcun interesse ad irritare i pentastellati e non per il salvataggio del ministro dell’Interno sul caso Diciotti, ma perché se il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico finisce nel mirino dei suoi (e guarda caso la Nugnes ha già messo le mani avanti: “Dopo il voto in Sardegna la leadership di Luigi Di Maio va ridiscussa”) le fibrillazioni nel governo aumentano e anche i problemi per la Lega. Gli oppositori interni di Di Maio, da Di Battista a Fico, non aspettano altro che tornare a sparare sul Carroccio ed ecco perché l’ordine partito da Salvini e Giorgetti a senatori, deputati ed esponenti della Lega di ogni ordine e grado è quello di evitare qualsiasi tensione con gli alleati di governo. Proprio per non mettere in difficoltà Di Maio e, quindi, l’esecutivo.

Ed ecco che, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, non ci sarà da parte dei leghisti nessuna accelerazione sui temi divisivi come la Tav Torino-Lione, l’autonomia regionale per il Nord e la legittima difesa. Nessun dietrofront, ovvio, ma meglio non puntare troppo su provvedimenti e temi sui quali ancora non c’è l’accordo nella maggioranza proprio per non scatenare inutili polemiche. Il tutto almeno fino al 26 maggio, giorno delle elezioni europee. Il voto per l’Europarlamento sarà “politico“, aveva detto Salvini dopo l’Abruzzo. In quel caso voterà tutto il Paese e non ci sarà la solita giustificazione delle liste locali per eventuali forti perdite di consenso.

Nella Lega non si parla di crisi dopo le Europee, assolutamente, ma certamente se il distacco fosse di dieci punti (o anche superiore) a favore del Carroccio, a quel punto l’agenda dell’esecutivo – almeno per Salvini e Giorgetti – dovrebbe cambiare. Sì alla Tav, anche se mini, o stop alle resistenze sull’autonomia regionale sarebbero le prime conseguenze.

Anche perché – sottolineano diversi parlamentari leghisti – “noi andiamo avanti con il governo Conte, ma se dovesse crollare tutto – non per colpa nostra – numeri alla mano il Centrodestra è maggioranza”. E, qualcuno si lascia scappare, “Salvini si potrebbe trasferire dal Viminale a Palazzo Chigi…”.

di Alberto Maggi

Fonte: www.affaritaliani.it

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