Gavoi:”Povera Patria”. All’Isola delle Storie Marco Damilano intervista Francesca Mannocchi

Sono le 18:00 di domenica 7 luglio.

Finalmente i cancelli di Piazza Sant’Antiocru si aprono e quel gruppo di 20 persone che già dalle 17:30 stava immobile, in attesa, sotto il sole di una giornata cocente, prende posto, accomodandosi sulle sedie bianche a pochi metri dal piccolo palco.

Sotto i tendoni il caldo diventa più sopportabile e l’attesa è resa meno pesante dai 4 giovanissimi e sorridenti violoncellisti del Conservatorio Canepa che accordano i loro strumenti, accennando di tanto in tanto qualche nota melodia.

Nel frattempo i numerosi fotografi presenti iniziano a tirar fuori la loro armatura, puliscono le lenti delle loro macchine, fanno qualche prova di scatto per catturare la luce migliore, mentre la piazza dapprima semivuota si riempie minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, fino a diventare gremita, lasciando solo un vago ricordo delle bianche sedie vuote.

Alle 19:00 l’evento prende avvio con l’intermezzo musicale dei Bittersweet Cellos Quartet, questo il nome ufficiale del gruppo dei quattro giovani violoncellisti di impressionante bravura, che coi loro archi, tengono il pubblico assorto.

A seguire la brava Agnese Fois si cimenta in una commovente e avvincente lettura in omaggio a Primo Levi, per poi cedere il palco allo scrittore nuorese Marcello Fois che presenta i tanto attesi ospiti della serata: Marco Damilano giornalista e direttore de L’Espresso, e Francesca Mannocchi, documentarista e reporter freelance, autrice nel 2019 del libro “Io Khaled vendo uomini e sono innocente”, opera che racconta la sconvolgente storia di un trafficante di essere umani.

Fin da subito l’intervista si incentra sull’analisi della questione immigrazione che, afferma la Mannocchi, “non è un’emergenza, ma un fenomeno, per il quale non si dovrebbero adottare misure emergenziali, ma misure di lungo periodo”.

Ed inevitabile è parlare della situazione in Libia, Paese questo al centro delle cronache da tantissimo tempo.

Francesca Mannocchi in Libia c’è stata documentando la reale situazione di quelli che sono i centri di detenzione “Perchè così si chiamano, non centri di accoglienza. – dichiara – E’ lo stesso governo libico che ne dà questa definizione, perché la Libia non ha mai firmato il trattato di Ginevra, e dunque, lì non esistono rifugiati ma solo clandestini che come tali vengono rinchiusi sine die nei centri di detenzione.”

“In queste prigioni- prosegue- non c’è nulla di accogliente e mi spiace potervi restituire solo le immagini e non gli odori di quei centri perfettamente legali” perché poi “quelli illegali sono destinati all’oblio, e probabilmente noi non sapremo mai quante persone stanno rinchiuse lì dentro, quante vivono e quante muoiono”.

Non risparmia colpi la Mannocchi, descrivendo per filo e per segno nel suo “spiegone” la situazione libica e accusando apertamente non solo la politica gialloverde dei porti chiusi, ma anche il Governo Gentiloni e quell’accordo firmato da Marco Minniti.

E’ poi Marco Damilano a domandarsi come mai a proposito di ciò che avviene in Libia e nel Mediterraneo, malgrado le testimonianze, malgrado il lavoro svolto da giornalisti come la Mannocchi, non si ritenga vi sia alcuna emergenza umanitaria, quando proprio le emergenze umanitarie nei tempi passati hanno più volte giustificato l’ingerenza dei governi occidentali in paesi come ad esempio l’Afghanistan e l’Iraq, come mai “siamo arrivati a teorizzare-afferma ancora il giornalista- che se i diritti umani fondamentali vengono calpestati a poca distanza dalle coste italiane, a noi non interessa, non è un nostro problema e l’importante è solo che questi disgraziati non arrivino da noi”.

Una risposta certa forse non esiste ma, “Credo- risponde la Mannocchi- che l’Italia del 2013,dei pescatori di Lampedusa che portavano corone di fiori in mare, lì dove in 368 avevano perso la vita, credo che quell’Italia non esista più, e forse è questo il motivo per cui si tende a criminalizzare le Ong, Emergency,MSF”.

A tal proposito, malgrado quello delle Ong sia tema certamente interessante, è necessario sottolineare che secondo l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) solo l’8% dei migranti arriverebbe in Italia grazie ad imbarcazioni come la Sea Watch. Non solo.”I dati mostrano-si legge nel sito internet dello stesso Ispi-che non esiste nessuna correlazione tra le operazioni di salvataggio in mare svolte dalle Ong e gli sbarchi sulle coste italiane”.

Insomma, malgrado le polemiche e i colossali polveroni sollevati, le Ong incidono ben poco sul fenomeno migratorio cui assistiamo ormai da anni.

Ma quale potrebbe essere allora la soluzione al problema dei centri di detenzione libici e alla costante violazione dei diritti umani?

Secondo Francesca Mannocchi “se vogliamo evitare che le milizie siano ricattatori, dovremmo consentire alle associazioni umanitarie di evacuare le persone rinchiuse nei centri di detenzione” ponendo dunque così fine, almeno in parte alla tragedia quotidiana che si consuma in quelli che potremmo definire veri e propri lager.

I minuti passano e da Piazza Sant’Antiocru si vedono gli ultimi raggi del sole che tramonta e che dipingono di rosso tutta Gavoi.

Ma c’è tempo per un’ultima domanda.

“Cosa significa oggi essere un giornalista? Cosa dovrebbe fare oggi un giornalista,- chiede Damilano- in un periodo come questo in cui gli attacchi alla professione sono costanti sia da parte della classe politica che dei cittadini?”

“Il giornalista deve continuare a dire le cose impopolari, quelle cose che nessuno vuol sentire.- risponde la Mannocchi- Deve testimoniare, deve dire la verità per contrastare la prassi del cavalcare le menzogne. L’ultimo tragico attentato al centro di Tajoura è il mio triste personale “ve lo avevo detto”. I morti di quel campo di detenzione erano evitabili e per questo pesano tutti sulle nostre coscienze. Il giornalista oggi non deve dare solo opinioni, ma riportare dati, fatti, numeri. Il giornalista oggi, deve essere cronista”.

E’ con queste parole che si conclude “Povera Patria”.

Poi un lungo, lunghissimo fragoroso applauso, interminabile, quasi un tributo a chi non resta indifferente e a chi lotta quotidianamente per far conoscere la verità.