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“Non sono più un’avanguardista”-Incontro con la vocalist, compositrice e didatta Cinzia Spata

Best Italian Jazz singer agli Italian Jazz Awards 2011-l’Oscar del jazz italiano- e autrice di “JAZZ VOCAL BASICS – a guide to approach jazz singing”, proclamato al Jazzit Awards uno dei migliori 20 Jazz Book del 2010, Cinzia Spata affianca alla dimensione di vocalist e compositrice una intensa ed assorbente attività didattica, lavorando tra l’altro con i più importanti foniatri italiani esperti di riabilitazione vocale. Specializzata nello sviluppo della voce, nella riabilitazione e nella prevenzione dei danni vocali, ha -nel corso degli anni- elaborato un metodo vocale fondato su studi scientifici, classici ed esperienza live, che è allo stato attuale uno dei più richiesti ed impiegati in Italia.

Cinzia Spata inscrive con naturalezza l’elemento vocale nel diagramma stilistico del jazz, annullandone il tradizionale status di minorità rispetto alla componente strumentistica; nel discorso sonoro della Spata- fondato sulla sovrapposizione composita di una molteplicità di strutture- le sillabazioni ritmiche presentano un amplissimo ventaglio di coloriture timbriche, eguagliando, per la scioltezza del fraseggio e l’espressività bianca, lo stesso modello strumentale e facendone una delle icone più versatili e carismatiche del jazz europeo.

Da oltre un trentennio insegna tecnica vocale, armonia, improvvisazione ed ear training. A proposito di didattica del jazz vocale, ritiene che lo studio dello strumentista debba essere sottoposto-senza alcuna modifica-al vocalist o che, al contrario, si debbano congegnare percorsi di “practicing” peculiari, studiati appositamente per lo strumento voce?

Grazie per la bella domanda!

Ho iniziato ad insegnare quando ancora non esistevano scuole di musica moderna, metodi sul jazz, internet ed informazioni relative, insegnanti, corsi e libri, Real Books o metodi di improvvisazione in italiano, e quanto meno per vocalists, a disposizione! Il mio percorso come cantante mi ha vista ricercatrice di tutto: dalla tecnica vocale moderna, allo studio della musica jazz, attraverso l’ascolto e le trascrizioni di soli di grandi musicisti. Ricordo bene quando trascrivevo i testi dei brani con il giradischi. Quello che avevamo era un insieme di passione e fame di apprendimento, di ricerca e di sviluppo!

Quello che mi ha fatto avvicinare al jazz è stato l’interesse verso lo “strumento voce”. Per questo motivo ho cominciato a studiare il fraseggio, le scale, gli arpeggi, le strutture e successivamente i modi, così come uno strumentista, credendo fermamente che il vocalista non dovesse avere nessuno sconto sulla preparazione.

Dopo aver ricercato per me stessa, ho iniziato ad offrire agli altri le mie conoscenze, soprattutto per aiutare ad apprendere più velocemente ciò che io avevo dovuto imparare da sola, grazie alla mia ricerca e con molto dispendio di tempo.

La risposta quindi alla tua domanda viene da sé: se si voleva affrontare il jazz vocale, la mia opinione era quella di provare, con tutti gli altri limiti possibili, a seguire lo studio dello strumentista.

Con l’esperienza maturata durante gli anni di insegnamento, ho sviluppato una metodologia leggermente diversa da quella seguita dagli strumentisti, pur mantenendo inalterato il materiale di studio, per le seguenti ragioni:

I cantanti, soprattutto molti anni fa, erano restii ad affrontare uno studio approfondito dalla materia, in quanto questo richiedeva conoscenza di teoria ed armonia di base, lettura ed ear training.

È spesso stata una lotta far capire ai vocalists che avrebbero dovuto seguire il tipo di studio strumentalmente inteso per ottenere risultati sul fraseggio e sull’improvvisazione. Molti avrebbero voluto (ed ancora vorrebbero) poter improvvisare come Coltrane senza trascrivere o studiare le suddette materie, cercando in me una insegnante dotata di bacchetta magica!

Pur non cedendo sul concetto di base, ho imparato ad insegnare il materiale da apprendere, plasmandolo sulla personalità del cantante, cercando di trovare un metodo che seguisse la corretta propedeutica e cambiando il modo di presentare lo studio, così da raggiungere gli stessi obiettivi utilizzando strade più semplici.

Mi piace autodefinirmi “traduttrice di jazz per cantanti”!

Per sua stessa ammissione lei nasce come cantante incline alla sperimentazione e alla ricerca sonora. Dal suo esordio discografico (“Felini”, Phrases BMG, 1988) ad oggi ritiene di aver mantenuto negli anni un gergo avanguardista, radicalmente free, a livello compositivo e interpretativo?

No, assolutamente no! Non mi ritengo più una avanguardista né tantomeno interessata al free e allo sperimentale.

Mi sembra, e l’ho già affermato varie volte, che la sperimentazione appartenga ad un certo periodo storico, ed oggi non è più di mio interesse. Pensa che anche quando cantavo sui sovracuti e overtones (mai a caso ma cercando di fare musica anche attraverso quel tipo di suoni) andavo alla ricerca di spiegazioni scientifiche che nessun otorinolaringoiatra (a quei tempi la foniatria non esisteva) mi ha mai saputo dare.

Ricordo che studiavo sui libri di medicina per capire il funzionamento dell’organo vocale ed è grazie a questo che ho potuto costruire il mio metodo di tecnica moderna. Oggi esiste tutta una schiera di foniatri e allievi diplomati in foniatria, vocologia, rieducatori vocali, che sanno tutta la teoria sui meccanismi della voce; pensa che esiste anche un metodo che riguarda il fischio vocale ed un altro che insegna a cantare screamo, growl ed effetti rock. Vocalmente, per me, la ricerca è finita!

Musicalmente, invece, si tratta di scelta di percorsi. Io ho iniziato con quello più moderno e sperimentale, giocavo con rumori, con percussioni vocali, con le diplophonie e con gli armonici, le composizioni con cui mi cimentavo avevano strutture aperte e non regolari e le composizioni erano aeree, libere, senza minima traccia di swing. Tra le mie influenze posso citare Tamia, l’ECM degli anni ‘70, Julie Tippet, Kenny Wheeler, Jan Garbarek e la musica europea in generale.

Dato che hai citato Felini, posso dirti che in molti ascoltandolo a distanza di esattamente 30 anni, mi dicono che è ancora un disco attuale e che noi eravamo veramente avanti in quegli anni! La mia ricerca, negli anni successivi alla mia prima uscita discografica, si è orientata più verso il trovare un tipo di repertorio non scontato, interessante a livello melodico ed armonico, che lasciasse ampio spazio all’improvvisazione. Ho lavorato per creare uno stile che mi rappresentasse di più. In fondo, io sono nata ricercatrice ed improvvisatrice, ma poi sono diventata anche cantante, ho conservato le mie influenze funk degli anni ‘80 ed ho assorbito successivamente tutto il repertorio jazz classico. Nelle mie composizioni degli anni successive a Felini, in cui ho scritto molto di più, ho conservato l’idea di strutture atipiche e sequenze armoniche non consuete e ho scritto diversi tipi di musica che hanno in comune la mia impronta musicale per me indefinibile.

Tra le sue collaborazioni figurano nomi prestigiosi dello scenario jazz internazionale: tra gli altri Marc Copland, Lester Bowie, Tony Scott; Kenny Wheeler. Tra i nuovi talenti del jazz italiano-Gianluca Petrella, Fabrizio Bosso, Gavino Murgia, solo per citarne alcuni-ce n’è qualcuno che sente particolarmente affine alla sua ricerca musicale, per intenti e sonorità?

La collaborazione con Marc Copland è stata una rivelazione sorprendente, abbiamo lo stesso gusto ed una immensa sintonia musicale. Wheeler è stato la mia maggiore influenza e per un periodo ho cantato quasi esclusivamente sue composizioni.

Tra i più giovani che hai citato posso dire che con ognuno di loro sento delle affinità. Per esempio, Gavino Murgia mi ha affascinata per la sua irraggiungibile capacità vocale, Petrella mi interessa dal punto di vista del repertorio e delle scelte sonore mentre Fabrizio Bosso lo sento molto più vicino a me in quanto perfetto strumentista capace di adattarsi ad ogni tipo di situazione musicale, creativo ma melodico, non sperimentale, ma moderno.

A proposito della sua vocalità la critica parla di affrancamento dai modelli americani; si tratta di una rivendicazione consapevole delle peculiarità genetiche, estetiche e formali del nuovo jazz europeo?

Se non fosse stato per un certo tipo di musica, chiamiamola jazz europeo, io forse non sarei qui ed avrei proseguito con la mia carriera di sportiva!!! Ho sempre amato il suono bianco e non ho mai avuto voglia di “suonare” come una americana sebbene abbia sempre avuto un occhio di riguardo per la pronuncia corretta della lingua in cui cantavo.

Io sono europea, noi abbiamo una tradizione, una cultura musicale, un certo ascolto; la melodia della canzone napoletana scorre nelle nostre vene, il repertorio operistico ci entra dentro sin dalla più giovane età. Abbiamo questo, e molto altro, nel nostro DNA e nel nostro orecchio, e non possiamo prescindere da questo background. Tutto questo fa parte di noi e, nel jazz io amo integrare tutto quello che fa parte della nostra cultura musicale. Diciamo che il jazz europeo mi si addice di più perchè unisce un certo tipo di improvvisazione al nostro bagaglio culturale!

In sintesi, sì, è stata una scelta che ho sempre supportato, anche a livello didattico.

Nel saggio “Filosofia della Musica” (Bompiani, 2006) Massimo Donà sostiene che la grandezza di un’opera, nel jazz, è direttamente proporzionale alla sua attitudine ad essere smentita- in un certo senso anche tradita- e reinventata. Nelle sue riletture di standard jazz si è mai sentita vincolata ad una sorta di fedeltà, intesa come adeguazione alla esemplarità del maestro?

Mai, e questa è sempre stata una mia caratteristica, sin dall’inizio della mia carriera. Quando decidevo di cantare uno standard, preparavo arrangiamenti personali con stravolgimenti di tempi ed armonie. La fedeltà filologica la concepisco solo nell’insegnamento perché solo conoscendo l’originale e lo stile si è in grado di cambiare, di stravolgere e di tradire!

Claudia Erba

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3 commenti

  1. Bellissima intervista! Interessante e profonda sia nelle domande che nelle risposte. Complimenti!!!

  2. Altro grande nome del Jazz mondiale, altra grande intervista.

  3. Bella intervista mi è venuta voglia di scoprire questa artista

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