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Maria Jole Serreli al MArte di Oristano con una mostra personale


Pubblico delle grandi occasioni oggi per il vernissage della mostra di Maria Jole Serreli al MArte di Oristano nello spazio “MCasa” di via Cagliari 275. Pressoché unanimi i consensi del pubblico e della critica per le opere materiche e scultoree esposte. L’evento,  inaugurato oggi, sarà visitabile sino al 26 maggio prossimo. Si tratta quasi di un percorso antologico dell’attivita artistica di Maria Jole Serreli, che va dalla cifra stilistica delle sue originali ceramiche, che sembrano quasi avere un’anima tormentata nelle loro forme. Alle sue ceramiche Jole ha aggiunto la sua ultima produzione frutto di una evoluzione artistica, che secondo Flaminia Fanari, sono composizioni raccolte “nell’intimità del tempo e degli spazi familiari le Stanze identitarie, Animas, confortevoli nidi di pace, da cui ripartire nei momenti di crescita artistico-progettuale e umana. Di stanza, in stanza, Jole si riappropria dei ricordi domestici, de sa domu, per ricucire, attraverso loro, la propria anima smarrita: è la perdita che la spinge a “cercare” e nel recupero del passato, trova i presupposti per ristabilire l’equilibrio tra l’io e il mondo esterno. Nell’esposizione di MArte, le Stanze si aprono in uno spazio comune e il dialogo tra le opere colma le distanze, liberando i sentimenti contrastanti delle Statue d’animo, che sfilano nel silenzio infranto dall’urlo della piccola mosca bianca. I ricordi rivestono le forme concrete degli oggetti di proprietà, che Jole lega a sé, per sempre: non sono objets trouvés, perché il loro incontro non avviene in maniera casuale, ma neanche ready-made, in quanto, nonostante l’autenticità del puro valore simbolico, le animas conservano il riferimento al contesto funzionale d’origine. Poter cogliere l’anima, il respiro vitale, di chi ha infuso vita a quegli oggetti, dà a Jole la possibilità di tramandare quella stessa anima ai posteri e innanzitutto, al figlio. Lei, donna e madre, sensibile alla tematica femminile nel suo aspetto procreativo, studia le leggi naturali che regolano la ciclicità della vita, scomposta nelle fasi fondamentali. L’attenzione viene catturata soprattutto dalla seconda fase, la crescita; tutte le implicazioni dei termini allevare, alleviare, lievitare, nel senso di “alzare”, “crescere”, “rendere leggero” e “gonfiare”, come effetto dell’amore materno, si avvertono nelle simbologie del pane e del baco da seta, amorevolmente covato nel cassetto sotto il materasso e acquistano valore nell’impostazione dinamica delle installazioni. Già dai primi anni di studio, andando oltre le correnti del fare di Maria Lai e dell’arte cinetica di Gianni Colombo, Jole è arrivata a ricongiungersi con lo spirito originario dell’arte tessile, incoraggiata dagli insegnamenti del suo unico maestro, Pinuccio Sciola.”

Ma la critica della Fanari analizza anche le ultime produzioni di Jole, che formano la parte principale dell’esposizione odierna e aggiunge che “Da diversi anni a questa parte, la fiber art è il mezzo espressivo scelto per costruire i suoi legami, in modo diretto attraverso i fili, apicali di finissimi pensieri riflessivi, oppure recuperando gli intrecci di sedie, carte da lettera e tessuti: nelle diverse contestualizzazioni geografiche, grazie ad interventi site specific, i filati di seta o cotone, di lino o spago, fanno emergere l’anima del genius loci, legando le distanze spaziali e temporali. Molto spesso vengono utilizzate stoffe antiche, appartenute e usate dai nonni, come nelle installazioni inedite del progetto Cuore nero_ il peso del sonno, in cui le lenzuola rivelano la natura complessa dei legami affettivi, che portano con sé il dolore del passato, le incomprensioni e le preoccupazioni che sgualciscono le lenzuola, la nostra pelle notturna, impedendo sonni tranquilli. Dormire rappresenta, però, la pausa necessaria che ferma il tempo, prima dell’assimilazione conscia dei ricordi più brucianti, per questo Jole non esita a fermare le lancette dell’orologio e comprimere le lenzuola sotto il peso simbolico dell’ossidiana: la continuità dei legami viene preservata, ma vengono filtrate le sofferenze, il cuore nero neutralizzato nell’ossidiana, incarnazione protettiva del territorio natio che riposa da secoli all’ombra del Monte Arci.”

Gian Piero Pinna

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