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L’ “Amleto” di Pecci e il concetto di Arte

È in scena sino a domenica 29 gennaio, al Teatro Massimo di Cagliari , “Amleto”, il celeberrimo dramma di William Shakespeare, con adattamento e regia di Daniele Pecci, protagonista nella storia del principe danese accanto a Maddalena Crippa (Gertrude, la madre) e al magistrale Giuseppe Antignati (Claudio, lo zio di Amleto e assassino del padre). Non è questa la sede per scrivere una recensione dello spettacolo, recensione che sarebbe completamente soggettiva (e per la cronaca, totalmente positiva, sia per quanto riguarda l’aspetto recitativo che per lo splendido uso delle luci, degli effetti speciali e delle soluzioni sceniche, quasi pittoriche); alcune scelte compiute nell’allestimento possono però essere prese come spunto per riflessioni più generali.

Se vi aspettate il classico “Amleto” con gli uomini in calzamaglia, rimarrete delusi: in questo spettacolo Pecci sceglie di ambientare il dramma negli anni ’30 del XX secolo. Non solo, decide anche di compiere delle modifiche al testo, introducendo alcune battute comiche che hanno strizzato l’occhio al pubblico. Al di là di quest’ultima operazione, opinabile e in realtà assai poco diffusa nel mondo teatrale, è interessante focalizzarsi sullo spostamento dell’ambientazione. Perché? Perché, invece, questa iniziativa è assai frequente sia nell’ambiente della prosa che in quello della lirica. È ormai usuale vedere Violetta con ballerine di lap dance, Falstaff in una cucina anni Cinquanta, Dorabella e Fiordiligi che si lanciano preservativi in un albergo. In molti hanno gridato spesso alla scandalo, a veri e propri snaturamenti e oltraggi. Ma è proprio così? Un’opera d’Arte cambia così tanto a seconda di come viene rappresentata, in quale epoca viene ambientata, quali vestiti indossano i suoi protagonisti?
Ebbene, la risposta è : no. Certo che è dura per i puristi digerire simili riletture, e si possono benissimo preferire interpretazioni più fedeli al testo originale. Si può anche detestare tutto ciò, odiarlo, non andare a vedere uno spettacolo se non segue pedissequamente le istruzioni descritte dall’autore nel libretto. Ma il fulcro delle opere d’arte è qualcosa che trascende tutto ciò. L’Arte ci connette con l’universale, ci turba alzando il velo su desideri e pulsioni che nascondiamo ogni giorno, ci spinge verso l’orlo dell’abisso. La follia di Amleto, la sete di vendetta, l’hybris che porta alla dannazione colpiscono il nostro animo e i nostri pensieri sia che il principe sia un giovinotto in abiti elisabettiani che un condottiero napoleonico; l’attesa di Madama Butterfly, la vergogna di fronte alla famiglia, il sacrificio supremo per amore di un figlio ci commuoverebbero e farebbero vibrare nervi scoperti anche se la ragazza da giapponese diventasse un’hippie californiana. L’importante è non snaturare l’anima di un’opera, che riguarda solo le nervature interiori che la pervadono.

Nel postmoderno ci sono stati più volte allestimenti percepiti come esagerati; un paio di anni fa una “Traviata” rappresentata fra le gambe di una gigantesca bambola gonfiabile aveva destato enorme scalpore. Forse, si può parlare di cattivo gusto: ma il cattivo gusto non è né oggettivo né assoluto. La messa in scena è una scelta interpretativa del regista; il messaggio del teatro, in prosa o in musica, va al di là e prescinde da essa. Perché racconta l’umano, senza tempo e senza luogo, solo di fronte a se stesso. E se fa questo, soltanto se fa questo si può chiamare, a tutti gli effetti, Arte.

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