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Krief e Percacciolo reinterpretano “Lucia di Lammermoor” al Teatro Lirico di Cagliari

Una cosa è certa: chi si appresta ad andare a vedere  in questi giorni “Lucia di Lammermoor”, in scena da venerdì 5 sino a domenica 14 maggio presso il Teatro Lirico di Cagliari, deve fare tabula rasa di tutte le sue reminiscenze musicali e delle grandi esecuzioni di repertorio del capolavoro donizettiano. Perché questa “Lucia” è frutto di una interpretazione studiata, originale e personalissima  da parte del regista, Denis Krief,  del direttore d’orchestra, il M° Salvatore Percacciolo, e degli stessi cantanti. Allestimento originale del Teatro Lirico di Cagliari, Premio Abbiati (il massimo riconoscimento dei critici musicali italiani) nel 2000, la messa in scena di Krief ha girato il mondo, ma non cessa di stupire e di creare disorientamento e sopresa.  Il regista ha voluto scarnificare il melodramma all’italiana, lasciando che venisse a galla la struttura, invece, del dramma in quanto tale; e d’altronde, è la stessa operazione svolta da Cammarano e Donizetti nel 1835, ai quali importava talmente poco l’aspetto descrittivo del romanzo di Sir Walter Scott (dal quale “Lucia” è tratta) da spostare la storia cent’anni indietro, in uno sfasamento temporale dove non interessa la guerra politico-religiosa scozzese e invece l’interesse è rivolto alle vicende dei protagonisti.

La trama è tipica: una lei, Lucia, e un lui, Edgardo, che vedono il loro amore ostacolato, in questo caso dal fratello di Lucia, Enrico, e il tutto finisce in tragedia. Come nel “Romeo e Giulietta” shakesperiano  e come in praticamente tutte le opere liriche ottocentesche; un archetipo reso nella sua cruda interezza da Krief. Innanzitutto, l’ambientazione: niente nebbie brumose della Scozia ma un palcoscenico rimpicciolito da muri disposti in modo da formare angoli e forme geometriche quasi claustrofobiche. I colori delle luci sono psichedelici e stranianti, verde fluo, bianco glaciale; i costumi e gli oggetti di scena paiono quasi fuori posto, tavoli da biliardo privati della loro funzione gioiosa e un severo abbigliamento primo Novecentesco.  Solo una panchina, sempre presente in scena,  il simbolo del legame fra i due amanti, destinati a sfiorare la felicità senza raggiungerla. È il mondo nel quale vivono Lucia ed Enrico: un mondo appunto rigido, freddo, ieratico, nel quale l’amore non è contemplato, pena la catastrofe. L’aspetto musicale, in questo caso, è andato di pari passo con quello scenico: il M° Percacciolo ha staccato un tempo lento, lentissimo, di certo poco usuale ma che ben si presta a disintegrare l’impianto narrativo e ludico dell’opera. Enrico, impersonato dal baritono Luca Grassi a causa di un cambio di cast, non ha mai un moto dell’animo, come si nota da subito nell’aria “Cruda, funesta smania”, solitamente eseguita con slancio e qui, invece, cantata da dietro una scrivania in modo quadrato e preciso. La stessa Lucia, la soprano Gilda Fiume, è racchiusa nel suo ruolo fatto di gorgheggi e salti vocali: persino quando, costretta a sposare Arturo, alla fine implode nella celeberrima scena della pazzia pare non uscire dalla bolla nella quale ha sempre vissuto ed esprime i sentimenti nel modo più convenzionale possibile, ossia nel tecnicismo più squisito (la Fiume, dal timbro lirico e pieno ma allo stesso tempo capace di grande agilità, è stata in ciò  bravissima e acclamata dal pubblico più volte).

Il personaggio che invece pare stridere con questo sistema è Edgardo, il tenore Matteo Desole (subentrato a Roberto De Biasio all’ultimo minuto): grande espressività, grande voce, grande pathos in un equilibrio instabile con chi lo circonda ma, in realtà, perfettamente coerente. Edgardo, in questo spettacolo, è colui che rifugge le convenzioni: è col suo arrivo che la scenografia si apre, passando dagli spazi angusti alla proiezione di un mare sconfinato; ed è lui che, guidato dalla bacchetta del M° Percacciolo, canta in un crescendo sia sonoro che ritmico continuo rispetto agli altri personaggi, coinvolgendo nel suo ardore anche Lucia nel duetto “Verranno a te sull’aure” e dando il meglio di sé nelle due arie solistiche dell’ultimo atto.

Menzione speciale per Raimondo, il basso Gabriele Sagona, quasi un ponte fra i due mondi (e modi espressivi) così lontani  e per Alisa, la giovane mezzo soprano Lara Rotili dalla voce calda e corposa. L’orchestra e il coro hanno svolto degnamente il loro compito: non si può che lodare la bravura delle parti solistiche, l’arpista Maria Vittoria De Camillo e soprattutto il flautista Riccardo Ghiani,  eccellente nella complicatissima cadenza che accompagna la follia della sventurata Lucia.

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