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Incontro con uno sperimentatore visionario: intervista allo scrittore Massimo Spiga

Lo scrittore cagliaritano Massimo Spiga, intervistato in occasione della presentazione iglesiente del suo ultimo libro Paradox, organizzata dall’Associazione ArgoNautilus in un evento estivo #FieraOFF della Fiera del Libro di Iglesias

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Lo scrittore Massimo Spiga insieme alla scrittrice e presidente dell’Associazione ArgoNautilus Eleonora Carta

Il tuo romanzo Paradox, in base a ciò che tu stesso dichiari, trae influenza dalla serie tv Doctor Who, dai fumetti di Grant Morrison e dall’opera omnia di William S. Burroughs, tutti autori e produzioni americani. Sono americani, o di origine anglosassone, molti degli autori che hanno influenzato le altre tue opere. Quali credi siano i punti di forza di questi autori e di queste produzioni e quali sono, da un punto di vista creativo, gli aspetti che preferisci?

Quando parliamo delle influenze generali di un autore, io mi rifaccio soprattutto alla cultura anglosassone perché è il mio ambito di lavoro, quindi, il 90% delle cose che leggo sono in lingua inglese. Dal punto di vista prettamente artistico, loro, secondo me, sono meglio organizzati in quello che è il lato “imprenditoriale” dell’arte, la macchina commerciale. Questo si riflette anche nei libri, che sono strutturati in maniera più razionale. Diciamo che, fondamentalmente, fanno molta più attenzione alle esigenze del lettore e questo è un lato positivo, ma anche un lato negativo, perché, da un certo punto di vista, sono molto meno liberi a livello tematico. Abbiamo fatto degli esempi che non c’entrano niente con quello che stiamo dicendo, perché Burroughs non ha mai mostrato un minimo di interesse verso le esigenze del lettore e Grant Morrison ancora meno (ride n.d.r.); si tratta di due spiriti liberi…

 

Però c’è da dire che in seguito sono diventati dei punti di riferimento, e come tali anche dei canoni…

 

Hanno avuto molta influenza anche su autori “normali”, che rientrano nella categoria di cui stiamo parlando. Prendiamo il caso di Burroughs, che è diventato l’ispiratore del cut-up di metà dell’arte sperimentale che esiste adesso; l’hip hop è nato su un’idea di Burroughs e l’heavy metal si chiama così perché quel termine è stato inventato da Burroughs. Quindi stiamo parlando di artisti a 360°, che hanno avuto una grande influenza.

 

Oltre ai romanzi, hai scritto saggi, fumetti, graphic novel, e addirittura creato giochi di ruolo. In un’epoca in cui per gli artisti essere poliedrici è diventata una necessità, spesso legata anche ad esigenze di mercato, qual è il tuo mezzo espressivo prediletto?

 

Naturalmente la scrittura, perché è ciò che faccio a livello professionale. Quando scrivo un libro, ho il controllo totale su quello che sto facendo. Ci sono altre arti, come la musica, che per me sono semplicemente un hobby. Non voglio neanche “imparare” a fare seriamente musica, perché per me deve rimanere un gioco. Per quanto riguarda la poliedricità, la cosa interessante è che adesso abbiamo degli strumenti tali che permettono veramente a chiunque di essere un “uomo del Rinascimento”, senza un eccessivo carico di studi che soltanto cinquant’anni fa sarebbero stati necessari. Partiamo dal punto di vista che, ad esempio, per fare musica tu usi lo stesso strumento che usa Lady Gaga. Si gioca ad armi pari dal punto vista tecnologico. Il software che io uso per scrivere romanzi, chiamato Scrivener, è lo stesso che usano tutti gli scrittori professionisti dell’Occidente, se non del mondo. Da questo punto di vista la tecnologia è un grande aiuto.

 

I tuoi lavori, a prescindere dal genere, sono permeati d’inquietudine, che sembra essere un leitmotiv della tua produzione. La scelta di temi che trasmettono inquietudine risponde a un’esigenza esclusivamente stilistica, oppure è in qualche modo funzionale a raccontare una realtà, quella attuale, sempre più precaria e incerta?

 

Naturalmente. Il mondo fa schifo, e se devi parlare del mondo devi assumere quei toni. Fondamentalmente il problema dell’inquietudine nei miei racconti è visto da una prospettiva sbagliata, ovvero a me non importa particolarmente di scrivere storie inquietanti o cariche di tensione, semplicemente l’assunto fondamentale filosofico delle cose che scrivo – che è mutuato da Lovecraft ed è il cardine che rende inquietanti le storie – è che l’Universo non è stato costruito per noi, che non contiamo niente nel Grande Schema della cose, che viviamo in un mondo su cui non abbiamo nessun controllo, e via dicendo. Tutto questo nucleo concettuale è presente in tutte le opere e gli dà queste caratteristiche.

 

Sei un autore molto prolifico, il che rivela indubbiamente grande creatività e forza di volontà. Per chi fa il tuo mestiere conta più l’estro o la disciplina?

 

Conta solo la disciplina in realtà, l’estro non conta assolutamente niente. Quando si parla di letteratura le idee non contano niente, conta riuscire a realizzare un prodotto finito che richiede quattro o cinque ore di lavoro al giorno per magari tre mesi, progettarsi una scaletta con la trama, creare le schede dei personaggi… tutta una serie di attività “artigianali” che potrebbe fare chiunque. Però “chiunque” non lo fa, appunto perché richiede una quantità di lavoro esorbitante per un’attività che non sai se avrà riscontro. È tutta disciplina, è tutta tecnica ed è tutto lavoro. Perciò, quando sento qualcuno che parla di “talento”, mi innervosisco perché è come se fosse una categoria metafisica che non vuol dire niente e che, anzi, ci fa affrontare l’arte nella maniera sbagliata, come se fosse non un’attività artigianale, ma un’esigenza dello spirito, ed è un approccio totalmente sbagliato.

 

Tu hai iniziato a scrivere da giovane e una parte piuttosto consistente del tuo pubblico è composta da giovani. Qual è il tuo rapporto con le nuove generazioni e qual è il messaggio che vorresti trasmettere ai giovani attraverso le tue opere?

 

Non voglio trasmettere nessun messaggio perché non sono un prete (ride n.d.r.) e, per quanto riguarda la costituzione dei miei lettori, in realtà, così come alle presentazioni o anche alle fiere ogni tanto arrivano dei lettori quattordicenni, arrivano anche dei lettori sessantacinquenni e una parte consistente dei miei lettori è composta da donne. È molto eterogeneo il mio pubblico. Per quanto riguarda cosa auspico per i giovani, mi ricollego a quanto dicevamo prima: “Imparate come si fa, studiate, lavorate duramente e ci riuscirete anche voi.”

 

Stai lavorando a qualche nuovo progetto?

 

Attualmente non sto lavorando a nessun nuovo progetto, però mi sto dedicando alla pubblicazione di tre romanzi inediti, uno dei quali si chiama Strike Force Therion ed è un libro di fantascienza che uscirà fra un paio di mesi per la Acheron, che parte fondamentalmente da una sorta di sfida, perché l’editore mi ha consigliato di scrivere un libro di fantascienza a tema kaiju, che sono i famosi robottoni contro i mostroni. Io ho tentato di affrontare questo argomento assolutamente imbecille nella maniera più seria possibile (ride mentre lo dice, n.d.r.) e il risultato è un libro tragico, parzialmente basato su “La Corazzata Potëmkin”, quindi sarà una bella sorpresa. Per quanto riguarda gli altri, non so esattamente quali saranno le date di pubblicazione, però c’è un fantasy, il famoso libro degli Elfi Zapatisti (superfluo specificare che l’autore ride di nuovo), che è il primo di una trilogia che dovrebbe uscire l’anno prossimo. Sto lavorando su un’antologia di traduzioni delle lettere tra Lovecraft e Howard, l’autore di Conan. Sto anche lavorando alla pubblicazione di un libro illustrato di frattali tridimensionali, che ho realizzato in forma di storia fantascientifica e che si chiama Rovine. Anche quello dovrebbe uscire l’anno prossimo.

 

Sara Garau

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