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Il cinema della sottrazione di Bonifacio Angius-Incontro con il regista di Perfidia

Un’estetica del cinema non può essere disgiunta dall’approccio pragmatico-empirico; lo ha compreso a fondo il sassarese Bonifacio Angius, classe 1982, regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, sostenitore strenuo della variabilità delle esigenze espressive del cinema. Formatosi tra New York e la Catalogna, Angius è attualmente al lavoro su un terzo film (dal titolo- provvisorio- “Ovunque proteggimi”), che segue il sorrentiniano “Perfidia” “- unica produzione italiana ad approdare al 67° Festival del Film di Locarno- e il buñueliano “Sa Gràscia”, mediometraggio d’esordio del 2011. Dalla vague neorealista all’uso pretestuale e distorto della “ soggettiva libera indiretta” pasoliniana, piegata talvolta alla propria Weltanschauung anche dai più grandi, passando per la coscienza-cinepresa e il non finito ejzenštejniano, l’excursus sulla poetica dei singoli autori diventa l’occasione per una riflessione sul concreto operari del regista. Quella di Angius è una narrazione libera da cliché manieristici e immune da sterili feticizzazioni della tecnica, nella quale il citazionismo si fa pretesto per la creazione di un linguaggio inedito e dicotomico; il suo è un cinema della sottrazione, essenziale e ontologicamente antididascalico, che fa convivere senza forzature psicologismo e realismo, antilirismo e ruvida poesia in uno spazio rivelatore dell’interiorità, materializzazione delle nevrosi del nostro tempo.Angius

 

 

Abbandonato il surrealismo buñueliano di Sa Grascia (2011) è approdato, con “Perfidia” (2014) al prestigioso  Festival di Locarno. Attualmente sta lavorando a “Ovunque proteggimi”…vedremo sullo schermo qualche suo “attore feticcio”?

 

Ci tengo a precisare che “Ovunque proteggimi” è solo un titolo provvisorio. Ho sempre avuto grosse difficoltà a trovare i titoli dei miei film. Molto meno ne ho trovato a scegliere i miei attori. Le scelte degli interpreti principali del mio prossimo lavoro sono già state fatte, eccezion fatta per un ruolo infantile molto importante e per cui ho appena iniziato a lavorare a un casting spero non troppo faticoso. I due protagonisti saranno Alessandro Gazale e Francesca Niedda. Con il primo abbiamo già lavorato in Perfidia, un attore di grandissimo talento. Francesca, invece, interpretava il ruolo di Angela in Sa Gràscia; sguardo potente, amaro, ironico.Angius

 

Secondo Antonioni “ogni attore richiede un metodo particolare” (Sul set di “Cronaca di un amore”, con la finalità di far emergere una particolare emotività, Lucia Bosè venne addirittura schiaffeggiata; sul set de “La notte” Jeanne Moreau si lamentò della totale mancanza di indicazioni da parte del regista). Nella direzione della recitazione qual è il suo metodo, o il suo “non-metodo”?

 

Partendo dalla sana consapevolezza di non essere Antonioni, dal lato della mia piccola esperienza, posso dirti che il problema non sta tanto nel metodo ma nella scelta dell’interprete. Il ruolo del regista è quello di dare fiducia all’attore, anche al di là del momento delle riprese o delle prove. Però nessuno ha la bacchetta magica e credo che ogni regista sia terrorizzato dalla possibilità di poter sbagliare attore, soprattutto se il fluire del racconto passa per quel personaggio. Spero vivamente, sia per la riuscita del film, sia per la mia salute mentale, che mai nessun produttore mi imponga la scelta di un possibile interprete. Se la scelta è quella giusta è difficile sbagliare. Poi se un attore non fa quello che gli dico mi metto subito i guantoni e cerco di fargli capire chi comanda!

 

Si sente più vicino all’idea, propria del cinema di poesia, di una coscienza-cinepresa, di una macchina da presa che diventa protagonista, presenza soggettiva, che non restituisce unicamente e banalmente la visione del personaggio ma individua un autentico “cogito cinematografico” o alla tesi fenomenologica di una coscienza dell’autore, che conferirebbe un senso all’opera, intenzionalmente tratta dal suo bagaglio esperienziale?

 

Restituire la visione di un personaggio autentico, con le ambiguità, le contraddizioni, mostrando la sua umanità, non può essere mai banale, anzi, probabilmente è l’unica cosa veramente complessa, e non solo nel cinema ma in ogni tipo di rappresentazione artistica. Io mi ispiro a ciò che vivo, vedo e conosco, a ciò che mi dà fastidio dell’essere umano, alle paure personali. Dunque uno dei miei obbiettivi è anche quello di raccontare i mie sentimenti al mondo che mi circonda, cercando di far capire agli altri quello che sento nel profondo. Il cinema è il mezzo che credo mi sia più congeniale, ma mi viene molto difficile fare teorie. Il mio è un approccio istintivo. Dunque la mia idea di cinema non è mai la stessa, è solo legata a quello che sento a livello emozionale. Amo tutto il cinema. Ogni genere. Purché ne senta un connotato sincero. Arrivo anche a odiare profondamente quel cinema fasullo, ruffiano, privo di caratteristiche che raccontino l’individualità dell’autore, cioè di un proprio mondo interiore.Angius

 

Secondo Ettore Scola la rivoluzione neorealista si è ripercossa anche sulla commedia, che dal neorealismo ha mutuato la filosofia zavattiniana del pedinamento. Uno sguardo fisso sulla realtà consente di raccontare tutte le storie possibili? O quello del cinema totale-doppio del mondo-è solo un sogno, per lo più angusto?

 

Io credo che non bisognerebbe raccontare storie di altri ma solo di noi stessi, con qualunque mezzo, genere, stile. O almeno questo è quello che io voglio fare. Questo non significa che ogni autore dovrebbe mettere in scena la propria vita, o raccontarci fatti privati. Ma portare se stesso nella coscienza di personaggi tra i più diversi, che sia un film western, un documentario, fantascienza, ma anche un film di finzione legato al mondo contemporaneo e ancorato al presente. Quello che non mi piace sono i guardoni, quel cinema figlio di un mondo borghese che per lavarsi la coscienza, racconta le sofferenze di un mondo sotterraneo a lui sconosciuto, appropriandosi delle sofferenze altrui per propri scopi narcisistici. Anche Scola, a mio avviso, fece questo errore in “Brutti sporchi e cattivi”. Lo stesso Zavattini scrisse il copione di “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica, un film che per cronologia e scelte stilistiche rientra nel neorealismo italiano. Queste due opere, seppur realizzate da grandi maestri, guardano alla miseria e alla povertà di alcuni esseri umani dall’alto e dal calduccio dei loro salotti borghesi, riportandone una visione falsa in un’ estetica scontata e stereotipata. Fortunatamente ho amato moltissimo altri film di questi due autori. Non a caso, “Una giornata particolare” o “C’eravamo tanto amati”, di Ettore Scola, credo raccontino temi e personaggi molto vicini all’autore stesso. Il cinema neorealista, quello che piace a me, è nato in un periodo storico dove si aveva il bisogno di raccontare gli esseri umani nella loro autenticità, e gli autori di quei film facevano parte integrante di quel mondo, lo conoscevano profondamente, ma anche loro potevano sbagliare. Dunque non è solo una questione di sguardo fisso sulla realtà. E’ un problema di punti di vista, di volontà e di sincerità artistica, di empatia col soggetto che si va a mostrare nello schermo. Ci sono opere che per essere efficaci necessitano di un forte realismo e razionalità, altre hanno bisogno di un’astrazione della realtà, di qualcosa di irrazionale. Altre di entrambe le cose.

 

Stanley Kubrick ha sempre ostentato un atteggiamento di fastidio nei confronti di quanti gli chiedevano di spiegare il “funzionamento” di un film, l’intentio artistica, le dinamiche sottese. Un certo margine di ambiguità e di polivalenza è coessenziale alla forma filmica in generale?

 

Quando ho guardato il mio film per la prima volta in pubblico, in mezzo a quasi tremila persone, mi sono chiesto: “ma chi è che ha fatto questa cosa?” È questo uno dei motivi che mi spinge a voler fare questo mestiere, ti sorprendi in continuazione. Forse per questo è difficile spiegare la genesi di un film a posteriori. L’opera assume altri volti, si rivela con altre facce, che tu non avevi calcolato. Accade anche in senso negativo, purtroppo, sia chiaro. Ma è stupendo. Se avviene questo, significa che sei sulla buona strada. Se invece il film ha una sola chiave di lettura, non può che essere mediocre.

 

E’ più vicino ad una concezione del montaggio come “sigillo” definitivo del film o come work in progress e prolungamento della sperimentazione della scrittura e delle riprese, in una sorta di non finito ejzenštejniano?

 

Ovviamente il montaggio è parte fondamentale del processo creativo, sia dal punto di vista visivo che sonoro. Però è anche giusto non farne una malattia. Prima o poi le cose si devono portare a termine.

 

Quello sardo è ancora principalmente un cinema del folklore o si sta enfatizzando, da Enrico Pau in poi, la tendenza a delineare storie urbane, metropolitane, profondamente inscritte nel nostro tempo? Ritiene che si stia realizzando, parallelamente, anche una normalizzazione dell’impiego della lingua sarda, troppo a lungo scotomizzata (ad es. in “Banditi a Orgosolo”, dove il sardo è sostituito da un italiano canonico) o riprodotta in modo stereotipato da attori non sardi (in “Barbagia” e nei film di Livi)?

 

Penso che fortunatamente il cinema realizzato in Sardegna non sia più un cinema del folklore. In Sardegna è nato un vero e proprio fenomeno cinematografico con tanti bravi autori, diversi tra loro, che ogni volta che realizzano un’opera riescono a mostrarla in palcoscenici importanti. Negli ultimi anni il settore cinema in Sardegna è cresciuto in maniera esponenziale e abbiamo delle grandissime professionalità. Questo non va mai dimenticato, anzi, va sostenuto con forza.

Claudia ErbaAngius

 

 

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2 commenti

  1. Bellissima intervista.
    A tratti ironica (la domanda e poi la relativa risposta su Antonioni strappa un piacevole sorriso al lettore), a tratti complessa e approfondita, come di consueto mai banale e con riferimenti culturali-cinematografici ricercati.
    La Erba, insomma, ci ha preso anche stavolta.
    Complimenti anche al regista Angius. Ho avuto la fortuna di vedere “perfidia” alla “prima” e in un altro paio di occasioni… Ogni volta ho dato una chiave di lettura diversa… Ergo: gran film!

  2. “Perfidia” è un capolavoro del nuovo cinema d’autore italiano, di cui Bonifacio Angius è uno dei maggiori esponenti.
    Intervista in pieno stile Claudia Erba, da leggere e rileggere.

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