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Iglesias. La Mandragola ricorda l’Olocausto con “Il libro che mi piace”

L’associazione donne La Mandragola ha commemorato, in occasione della Giornata della Memoria, le vittime dell’Olocausto, dedicando la lettura pubblica di giovedì 26 gennaio del ciclo “Il libro che mi piace” alle autrici che, come narratrici o testimoni, hanno raccontato la Shoah. Tra i presenti alla serata anche il Vicesindaco Simone Franceschi

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(foto di M.A. Piras)

Non si smette mai di ribadire quanto sia fondamentale tenere vivo il ricordo delle grandi tragedie che hanno attraversato la storia, affinché queste non si ripetano più. E se la Shoah rappresenta tutt’oggi uno degli episodi più atroci che la storia abbia mai testimoniato, per ricordarla diventa essenziale rivolgersi a quelle narrazioni che hanno cercato di raccontare l’inenarrabile. È ciò che ieri sera si sono proposte le donne dell’associazione culturale La Mandragola, dedicando una lettura pubblica del ciclo “Il libro che mi piace” proprio al tema dell’Olocausto, presso la biblioteca comunale “Nicolò Canelles”.

L’Olocausto narrato dalle donne, perché, come ha rilevato la Presidente della Mandragola Maria Luisa Tocco, aprendo la serata, “la sofferenza dell’Olocausto riguarda tutti, uomini e donne, ma le brutalità che le donne hanno subìto nei campi, le hanno subìte in quanto donne”.

C’era qualcosa, per le donne prigioniere nei campi, che andava oltre la quotidiana angoscia per la fame, per il freddo, per lo sfinimento causato dal duro lavoro e dalla paura di

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(foto di M.A. Piras)

morire. Denudate pubblicamente, costrette a subire ispezioni corporali e rasatura integrale, senza la possibilità di mantenere private le proprie funzioni fisiologiche, queste donne hanno sperimentato un’umiliazione e una violazione della propria intimità neppure lontanamente concepibile in un’epoca in cui il pudore era la misura del decoro e della dignità di una donna. Lo scherno del corpo femminile e il suo abbruttimento si facevano strumento di annientamento della persona.

Le letture proposte nel corso della serata, intervallate dal confronto con un pubblico attento e partecipativo, hanno restituito la dimensione di alienazione da sé delle rinchiuse nei campi, non solo ebree, ma anche prigioniere politiche e zingare. Eppure, che si trattasse delle donne di Ravensbrück raccontate da Lidia Rolfi nell’omonima opera, o della giovane Anne Frank, costretta in una cattività troppo crudele per la sua vivace età, o di Trudi Birger che, in Ho sognato la cioccolata per anni, racconta di aver trovato nell’amore per sua madre la spinta per sopravvivere, o ancora della rom Malika, l’eroina di Majgull Axelsson, che dovette vivere la vita dell’ebrea Miriam dentro e fuori dal campo, ciascuna di loro ha donato un messaggio di speranza e un esempio di coraggio: malgrado l’abbruttimento, le umiliazioni, le sofferenze indicibili che non possono venire dimenticate o cancellate, con la solidarietà e la ferma volontà di riappropriarsi della propria umanità si può trovare la forza per andare avanti.

Di Sara Garau

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