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Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap: “lavoro espropriato cittadino negato”

Nei primi giorni di aprile l’Agenzia sarda politiche attive lavoro ha pubblicato 5 avvisi di concorso per l’assunzione di 25 posti riservati a cittadini con disabilità. È l’ultimo atto in ordine di tempo dopo che la nostra iniziativa ha portato all’ufficialità la notizia che i posti riservati nell’amministrazione regionale sarda ammontano a 522 e che ben 464 posti sono vacanti.

Dopo diversi incontri era stata acquisita la volontà di procedere alla copertura mediante un piano pluriennale e l’impegno a procedere all’indizione dei concorsi con l’obiettivo di selezionare giovani disoccupati con competenze adeguate da impegnare in funzioni anche di alta responsabilità.

Ma l’impegno assicurato dai responsabili regionali, un obiettivo lungamente perseguito dalle organizzazioni di rappresentanza, ha però dovuto fare ancora una volta i conti con resistenze sotterranee che si ritenevano superate.

Infatti ad un rapido esame degli avvisi è emerso subito che complessivamente i posti messi a concorso per diverse categorie e mansioni sono 25 e che il 20% (originariamente il 40%) dei posti sono riservati a personale interno già dipendente. Non appare chiaro quale sia la motivazione e tanto meno il riferimento legislativo, ma nei fatti i posti disponibili per giovani disoccupati disabili saranno 20 mentre 5 saranno coperti da un indefinito personale già dipendente dell’Agenzia. Dunque si è in presenza di un concorso con due riserve esercitate, una all’interno dell’altra che si tradurrà nella beffarda riduzione effettiva dei posti disponibili.

Potenzialmente esiste il rischio di un’altra riserva, tanto subdola quanto inaccettabile, perché si fonda su una possibile esclusione che potrebbe derivare dalla diversità fra le disabilità. Ad esempio, le prove d’esame dovrebbero garantire e agevolare la partecipazione e l’esecuzione delle prove prevedendo l’utilizzo degli ausili e dei dispositivi tecnologici che garantiscono l’autonomia operativa ai candidati con specifiche disabilità. L’unica disposizione, presente nel bando, riguarda la possibilità di fruire dell’assistenza alla persona candidata alla prova d’esame, da richiedere almeno 15 giorni prima.

Ancora: i candidati vincitori di concorso saranno sottoposti a visita per l’idoneità per le mansioni da svolgere. Viene rovesciato l’adempimento previsto dalla legislazione e, così, anziché acquisire il certificato redatto dall’apposita commissione degli uffici competenti ci si riserva di sottoporre i vincitori ad un esame che risulta persino discriminatorio.

La stessa valutazione, articolata per titoli (40 punti), per prova scritta (30 punti) e colloquio (30 punti) non privilegia le esperienze lavorative precedenti e le competenze oggettive (titoli, tirocini, stages, professioni svolte), ma dà ampio spazio al colloquio. Se poi una parte del colloquio è mirato a valutare le conoscenze informatiche risulta spontaneo domandarci se non fosse più coerente richiedere la trasmissione dell’ECDL (patente europea per il computer) e dare una valutazione oggettiva al titolo aumentando così i punti riservati ai titoli e diminuire i punti del colloquio.

C’è da aggiungere che nel caso il numero dei candidati fosse elevato le prove concorsuali saranno precedute da una preselezione, che però non viene regolamentata sia nella durata sia per la disponibilità della strumentazione, debitamente adeguata, come se i giovani partecipanti siano nella stessa identica condizione personale di disabilità.

Si tratta, come si può ben verificare consultando gli avvisi, di un atto redatto all’insegna della “baconiana sufficienza” e del mancato rispetto delle leggi vigenti, ma soprattutto dei diritti affermati e disciplinati in diverse leggi nazionali ed europee negli ultimi anni.

La ragione profonda che sostiene simili scelte risiede nella cultura che ispira tali soluzioni. Una cultura ancora basata sullo stigma negativo dei cittadini con disabilità. Una cultura vecchia fondata non sul carattere universalistico, ma sulla concezione emarginante dell’approccio imperniato sulla normalità. Ancora una volta si è negato nei fatti quanto affermato dalle leggi italiane che hanno recepito i principi e i diritti solennemente proclamati dalla Convenzione Onu del 2006.

Per chi come noi, persone con disabilità, ritiene che il lavoro sia un diritto fondamentale per essere pienamente uomini o donne, cittadini e cittadine protagonisti nella propria comunità, gli avvisi pubblici dell’agenzia regionale del lavoro rappresentano una discriminazione che intendiamo denunciare perché ci sia consentito di impegnarci a costruire una civiltà di uguali superando la tirannia della normalità.

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