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Tra virtù e degrado, incontro con Max Manfredi

“Chi vive in controluce e soffia sulla brace di una città
senza leggere il giornale sa che musica fare
e prima o poi la fa…” (Tra virtù e degrado)

Affabulatore fluviale, culturalmente onnivoro, bulimico fagocitatore di immagini, atmosfere e umori che riversa in una scrittura filmica, democraticamente aristocratica, in bilico tra rigurgiti crepuscolari e avanguardia visionaria, la cattedrale Max Manfredi non si lascia inscrivere in un genere; il suo è un universo artistico autarchico, un crocevia rabbioso di tensioni eterogenee, capace di azzerare l’urgenza definitoria a favore della più umana esigenza di comprendere.
Partiamo da una recensione di Dremong: “Il bellissimo Luna Persa (pubblicato nel 2008) coronava il cammino artistico di Max Manfredi eleggendolo unico autore crepuscolar-tagliente della scena italiana e, al contempo, spazzando via le residue accuse di deandreismo.” Il deandreismo è una mera cifra stilistica o un habitus filosofico? Ha mai sofferto, in generale, il dramma della ineluttabile funzione epigonica dell’artista? O la refrattarietà ad ogni modello la rende immune da quella “angoscia dell’influenza” teorizzata da Bloom?

-Per caso ho letto il libro di Bloom, ai tempi, e credo che la “anxiety of influence” sia una malattia infantile degli artisti, ma soprattutto dei critici. Ed è più facile guarirne per i primi che per gli ultimi. Che poi uno invece che accogliere la novità, la differenza, in un artista che ancora non conosce, preferisca trovare le somiglianze, per me rimane un mistero, tranne per i casi dove l’epigonismo è esplicito e imbarazzante. Ma se questo avviene, vuol dire che non c’è una forza autonoma, un demone proprio dell’artista in questione. Rispondo quindi che il cosiddetto “deandreismo”, parola che spero per ora non abbia cittadinanza nei dizionari, ha luogo più nella zucca dei “deandreisti” che nei funghi o tartufi che trovano o pensano di trovare.

Sicuramente l’economia collaborativa in Italia è in crescita e si atteggia in modo coerente alla nostra realtà socio-economica. Nel 2013, per la realizzazione di Dremong, Lei stesso si è affidato al crowdfunding, una sorta di una campagna di raccolta fondi mediante la piattaforma MusicRaiser. “Se sei un musicista con buone doti comunicative e organizzative otterrai con il crowdfunding dieci volte di più di quanto una etichetta discografica potrebbe investire sul tuo progetto. Inoltre il crowdfunding svolge anche la funzione di una prevendita che, procurando le risorse finanziarie per realizzare il progetto, non toglie ossigeno alle vendite tradizionali dell’album una volta pubblicato”. Così il fondatore di MusicRaiser, Giovanni Gulino. “ Le etichette discografiche sono ormai un anacronismo?

-La cultura, l’industria culturale come si intendeva decine di anni fa, e come, per un fatto di “memi”, continuiamo a intendere a sprazzi anche noi; quell’industria è finita. Gli ultracorpi delle nuove culture finanziarie e pubblicitarie hanno fatto quasi piazza pulita dell’antico organismo, rimasto privo di anticorpi. Non ci resta che custodire – o sostituire – i Lari e i Penati, le statuette votive. Custodire la roba degli altri e quella propria. Quella che ci piace, e che – a nostro insindacabile arbitrio – riteniamo ancora importante, lucente.
Il crowdfunding ha comunque diversi vantaggi, ha ragione chi tu citi.
Aggiungo che però questo gergo, “buone doti creative o organizzative”, è purtroppo un segno molto pericoloso di come oggi la considerazione del valore meramente artistico debba inchinarsi, anche per il comune sentire, alle necessità manageriali vissute in proprio.
Reminiscenze baudeleriane, ironia gozzaniana, approcci crepuscolari di matrice breliana: sulla sua poetica i critici hanno versato fiumi d’inchiostro. Lei come definirebbe il suo canzoniere?

-Modesto come fingeva d’essere il Petrarca, potrei definirlo “noccioline”, ma sarebbe dar delle scimmiette a coloro che lo amano, il mio e il suo, e non mi pare giusto. Un ventaglio? Una raccolta di fumetti? Un banchetto di coralli?
Però queste similitudini che citi, trovate da alcuni giornalisti, sono più che accettabili. E nominano poeti che amo e che in gran parte conosco. Anche se sulla “matrice” andrei cauto, a meno che non si intenda la fortunata saga cinematografica. Ecco, anche nelle mie canzoni ogni tanto c’è qualche effetto speciale. Anche loro inventano realtà parallele e caleidoscopiche. Anche se mi sento più vicino allo “steampunk” di un Diorama o di un Grand Guignol, o di un meccanismo architettato dai ricercatori del “precinema”.
Cosa ne pensa di certi tentavi di attualizzazione di brani del passato attraverso l’impiego dell’elettronica e di sonorità c.d. “moderne”? Sono operazioni iconoclaste? E’ giusto che le canzoni abbiano una propria dimensione storica precisa o quello musicale dovrebbe essere un orizzonte atemporale?

-Per l’amor di dio, no, non sono iconoclaste! Son tentativi. Omaggi. Esperimenti soggettivi, a volte interessanti, a volte no. Le canzoni hanno un corpo e un’anima. Il corpo è soggetto alle leggi del tempo, e alla catalogazione, l’anima è oltre, trasversale, se la gioca con la scommessa della sua esistenza e l’azzardo della sua inesistenza. Così le canzoni. Non so se chiamarle eterne, ma certo non assoggettabili ai capricci della Storia (con quel tanto peggio di esse maiuscola, che ne fa una specie di entità funebre).
“A me non piace quello che si chiama con un termine un po’ sussiegoso (o ironico) il “canzonese”. Non mi piace fare le canzoni come uno si aspetta, col gergo “della” canzone, e quindi con quelle parole lì.” Così ha dichiarato in un’intervista. Se da una parte c’è il copione usurato di certe derive “sanremesi”, dall’altra la fuga dal parlato di certa sperimentazione linguistica estremizzata non rischia di sfociare in soluzioni costruite, più di mestiere che artistiche?

Assolutamente no! Almeno, non nel mio caso. Vedi, lo sbaglio è nella falsa dialettica fra la canzone sanremese e l’estremismo linguistico. Dialettica falsa, da contestualizzare, non da dare per buona, in quanto sempre funzionale e mai vera. Pensa alle differenze, nel “trovatorato” medievale (uso a bella posta questo infelicissimo suffisso, -ato, che compone il pessimo termine “cantautorato”, oggi misteriosamente in gran voga), alle differenze, dicevo, fra “trobar leu” e “trobar clùs”, che infine serviva a tattiche di palazzo o schermaglie letterarie.
Le mie canzoni sono artigianali come ogni buon fatto artistico.
Un grande poeta tedesco, Heine, in una sua critica – spietata – a un altro poeta non poi dappoco, Von Platen, disse che per il vero poeta la parola è avvenimento, mentre per il falso poeta (l’altro, secondo lui) solo virtuosismo su uno strumento.
Ma il dilemma è falso, e le due realtà quasi sempre convivono.
Per me la poesia è trasfusione. La canzone è una faccenda complicata, ma è complicata come un cavolfiore. O, per restare nella maieutica, mentre uno (che sia privo di approfondite nozioni mediche) fa un bambino a tutto pensa tranne al procedimento con cui questo avviene.
Mi pare quindi importante, da parte di un “cantautore”, arrogarsi due diritti sacrosanti: quello dell’ignoranza e quello della cultura. E un linguaggio non pedissequo, non pubblicitario, non “di maniera”.
L’umiltà a questo punto importante, non serve a chinar la testa al primo cretino che insegna la sua senza saperne, ma per rendersi conto se la scommessa, la propria scommessa, valga davvero la pena, propria e altrui, e la propria ed altrui gioia.

Claudia Erba

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