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“L’arte deve perseguire la continuità del bello”-Incontro con lo scultore Franco Mauro Franchi

Lo scultore Franco Mauro Franchi, nato a Castiglioncello (Li), classe 1951, dalla fine degli anni sessanta ad oggi ha portato avanti un intensissimo percorso espositivo, allestendo personali in Italia e all’estero. Ha esposto, tra l’altro, alla Villa Medicea di Cerreto Guidi (Firenze), alla Casa Frabboni di San Pietro in Casale (Bologna), al Museo archeologico di Firenze, alla Fondation Gianadda di Martigny (Svizzera), al Fort Barraux Grenoble (Francia), alla Belle Usine di Fully (Svizzera).

Con la scultura in vetroresina “Mediterranea” ha partecipato, su invito di Vittorio Sgarbi, alla 54a Biennale di Venezia.

La scultura di Franchi, attuale pur nell’impianto antico, intrisa di mediterranea solarità, sembra recepire la lectio cascelliana, coniugando un’intrinseca tensione alla monumentalità con una intenzionale vocazione dialogica, che trasforma lo spettatore in attore e ne sollecita la partecipazione fruitiva. La pietra e il bronzo vengono trattate con accentuata sensibilità materica, confluendo in volumetrie nel contempo maestose ed essenziali, lievitanti e leggere.

Franchi delinea un giunonico femminino primigenio e contemporaneo, inscrivendo una prepotente carica ancestrale nel vissuto quotidiano moderno.

Premessa dell’artista

Ad una serie di domande così importanti, precise, incalzanti e sintetiche, dovrei rispondere con altrettanta stringatezza di contenuti, con il rischio però di finire ko per non aver spiegato per bene il mio pensiero o essere frainteso. Giacomo Manzù, a chi gli chiedeva spiegazioni sulla sua arte, rispondeva che per lui parlavano le sue opere, consapevole che quelle erano il suo vero linguaggio più di quello verbale o scritto. Così io, che non sono uomo di lettere né tanto meno di diplomazia verbale o convenienza culturale potrei trovarmi a disagio. Mi scuso perciò se risponderò con periodi troppo lunghi o non troppo pertinenti ed eruditi e ringrazio caldamente per l’ulteriore opportunità di esprimere ancora una volta il mio pensiero, in un mondo in cui sembra che l’idealismo abbia lasciato il posto alla convenienza e all’arroganza… in contesti culturali nei quali non si riesce più a godere semplicemente delle peculiarità della scultura, che sono prevalentemente legate alla sua fisicità; caratteri che determinano anche la sua portata poetica. Le peculiarità della scultura possono aiutarci a dare interessanti identità ai luoghi del vivere quotidiano, che stanno diventando sempre più alienanti non luoghi per la mancanza di interventi che diano un contributo alla vivibilità nei vari contesti urbani.

Il filosofo francese Jean Baudrillard già nel 1994 denunciava lo stato di «generale malinconia della sfera artistica», nel quale «siamo destinati alla retrospettiva infinita di ciò che ci ha preceduti”.  Bonami, il più noto tra i curatori italiani, ha recentemente parlato di una sorta di spettacolarizzazione del nonsense, che seppellisce qualsiasi speranza estetica. In molti, anche tra gli addetti ai lavori, condividono questo assunto, facendo risalire addirittura ai ready-made di Duchamp- Fontana su tutti- il peccato originale da cui deriverebbe la sterilità dell’arte contemporanea. Lei che ne pensa?

La retrospettiva infinita di ciò che ci ha preceduto è un fenomeno che comunque determina la nostra esistenza. Si nasce e si muore da sempre. La bellezza che la natura ci regala, interventi umani a parte, ci incanta, ci commuove e ci intimidisce da sempre con gli stessi elementi. Si ama e si odia da sempre; questo non ci ha impedito di vivere intensamente le nostre vite godendo della bellezza e dei misteri che queste ci pongono. Credo che anche l’arte debba avere lo scopo della continuità del bello, senza banalità o troppo sofisticati intellettualismi, con tutte le sismologie culturali che la determinano, legate alla classicità e anticlassicità, apollinee o dionisiache… comunque legate alle giuste e continue oscillazioni del gusto, per citare Gillo Dorfles. Bisogna lasciare piena libertà espressiva agli artisti, senza costrizioni magari di tendenza dei vari ‘teorici’ che hanno la presunzione di essere loro i creativi, però con le mani degli altri! Come se la poetica del fare fosse cosa superata e soltanto misero mestiere; a questo proposito ricordo ancora la densa lezione magistrale di Pietro Cascella all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dal titolo “L’intelligenza delle mani”, durante la quale l’artista affermava il valore del saper fare. Per quanto riguarda la “generale malinconia della sfera artistica” del  Baudrillard, eccellente filosofo, mi riempie di malinconia più per chi la pensa a quel modo che per me, perché le sue pur giuste affermazioni non intaccano minimamente il rapporto che io ho con la mia arte, giusto o sbagliato, patetico o nostalgico che sia  e quant’altro si possa mettere nel già pesante fardello che l’artista contemporaneo deve portare per essere interessante. La scultura, per me, è il mio modo di vivere, il mio pane spirituale quotidiano nel quale ho investito i maggiori interessi della mia esistenza, affetti familiari e amicizie a parte, anche se direttamente coinvolti nel mio tragitto. Anche le sepolte speranze estetiche del Bonami e degli addetti ai lavori mi lasciano perplesso sulle loro istanze creative che troppo spesso condizionano gli artisti a loro più cari. Certamente io sono molto distante dalle loro aspettative ma il mio percorso artistico è giunto ormai ad una fase talmente avanzata per cui è inimmaginabile un ravvedimento o un adeguamento a ciò che questi signori richiederebbero ed è per questi motivi che vado avanti, per quanto ancora mi sarà concesso, con il mio credo poetico senza eccessive preoccupazioni velleitarie. Una cosa che mi conforta è che questi miei molteplici percorsi espositivi hanno fatto allungare spesso le mani, per una carezza alle mie sculture, a molte persone adulte e ancora più volte ai più piccoli visitatori, carezze accompagnate da una spontanea espressione di meraviglia. Per quanto riguarda il ready-made del grande Duchamp, non credo sia il responsabile del peccato originale da cui deriverebbe la sterilità dell’arte contemporanea, ma la provocazione duchampiana ha sicuramente dato la stura a tutta una paccottiglia di esteti del “famolo strano” che  quando va bene ci propinano i risultati di un bricolage veramente noioso e sterile. Questo però è un fenomeno tipico di tutta la storia dell’arte perché molti, troppi epigoni hanno tentato di emulare i capolavori dei grandi maestri con sbiadite performances artistiche, con la differenza che, prima, almeno un certo mestiere esisteva ancora.

Per sua stessa ammissione il suo percorso artistico può apparire estremamente lineare, senza radicali mutamenti di poetica o linguistici. Quali sono state le esperienze che hanno maggiormente influenzato l’elaborazione del suo personale linguaggio plastico?

Il mio percorso artistico può apparire estremamente lineare perché ho cercato sempre di scoprire che cosa stavo elaborando nel mio modellare o scolpire, nel senso dell’identificazione, messa a fuoco, di quella entità; prevalentemente una figura femminile posta in uno spazio sacrale qual è quello della visione, della elaborazione. Questa monotematicità mi pone sempre di fronte a significati diversi, non tanto nel senso della letteratura che ispira ma della sua peculiarità fisica: base per altezza per profondità, aptica ed evocativa, talvolta deformata volutamente nei volumi per valorizzare o armonizzare i punti di vista; elaborazioni sempre rispondenti, centimetro per centimetro, alla mia volontà espressiva, con sorprese talvolta entusiasmanti (ma anche deludenti fallimenti), date dalla gestualità del fare spesso perentoria oppure ricercata nella cura estrema dei dettagli. Questa ricerca d’identificazione, è, fortunatamente, ancora in atto ed in questa operazione mi sono di grande aiuto i disegni preparatori, i dipinti e i bozzetti che- fermando un’idea nella sua composizione formale o comunque una intuizione-sono il punto di partenza per un viaggio, che non so precisamente dove mi porta ma del quale ho tracciato comunque una rotta. Le esperienze che mi hanno maggiormente influenzato sono molteplici ma una in particolare sta sicuramente alla base della mia precoce passione verso la scultura: le escursioni che da piccolo facevo con mia sorella a Tarquinia, nei luoghi dove gli etruschi avevano maggiormente lasciato le loro testimonianze. Erano gli anni in cui i vomeri dei giganteschi aratri, solcando la terra per le semine, rompevano profanando tombe e quant’altro. Non era difficile, in mezzo a questi campi lavorati, trovare frammenti di sarcofagi e vasellame. Durante queste escursioni una volta ho trovato una mano in terracotta molto frammentata dove, sopra a un dito, l’artefice aveva posto un anellino eseguito comprimendo una pallina di creta. Questa scoperta mi fece pensare che anch’io avrei potuto fare qualcosa di simile con la stessa eccezionale semplicità e capacità evocativa. Nel museo archeologico, sempre a Tarquinia, ero attratto da quei personaggi corpulenti, distesi sui sarcofagi, che- pur provenienti dai secoli passati- mantenevano una freschezza esecutiva sulla texture e un’aria conviviale che non li faceva sentire così lontani nel tempo… e poi quello sguardo perso all’orizzonte, che io immaginavo marino, mi faceva sognare. Le esperienze successive, legate agli studi artistici ed alla conoscenza di artisti formidabili, che ho avuto come insegnanti o che ho conosciuto anche personalmente, hanno contribuito alle mie scelte sia espressive che di vita.

Dalle suggestioni arcaiche delle opulente Veneri Paleolitiche, fino a Venturino Venturi e Marino Marini, passando per le forme morbide del primo Henry Moore ed il gigantismo scultoreo di Botero…l’esasperazione delle forme è una costante di molti artisti; nel suo universo creativo la precisa iconografia volumetrica è una mera formula-una maniera- o una conquista?

La precisa iconografia volumetrica è una necessità espressiva che sicuramente prende le mosse dalle suggestioni che una buona parte della scultura mondiale del Novecento mi ha trasmesso; quella scultura che molti critici del contemporaneo hanno spazzato via con troppa fretta e disinvoltura, opere di quelli che sono stati i miei maestri e che potrei citare uno ad uno ma l’elenco sarebbe troppo lungo. Da questo elenco escluderei però due dei nomi citati nella domanda: uno è Venturino Venturi, con il suo arcaismo originario, l’altro è Fernando Botero. Nel caso di Botero mi sento concettualmente molto lontano dal suo mondo, in quanto la sua è una scultura pneumatica, gonfiata, non è un gigantismo scultoreo bensì la trasposizione plastica dei suoi dipinti, anch’essi al limite della figurazione fumettistica… sculture eseguite dalle maestranze versiliesi, nelle quali i vari artefici si guardano bene dal marcare le superfici anche soltanto con le impronte digitali o con interventi segnici o materici che potrebbero comprometterne l’autografia comunque inesistente, legata soltanto ad un disegnino del maestro ed a volte neppure quello. Gli artisti che amo maggiormente ricordare sono: Rolando Filidei, Vitaliano De Angelis e Oscar Gallo, ai quali devo tutta la mia vita artistica perché sono stati i miei insegnanti non solo di scultura.  Sono stati soprattutto etici punti di riferimento, come fari che hanno illuminato il mio percorso con il loro esempio di comportamento. Nella lista dei miei maestri ideali ci sono: Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù, Paul Cézanne, Amedeo Modigliani, Aristide Maillol, Costantino Brancuçi, Pablo Picasso, Henry Laurenz, Henry Moore, Cesar Baldaccini, Germaine Richier, Pietro Cascella, Honoré Daumier, Giorgio Morandi, Salvatore Fiume, Renato Guttuso, Augusto Perez, Emilio Greco, Giuseppe Mazzullo, Quinto Ghermandi, Alberto Giacometti e tantissimi altri maestri del secolo appena trascorso. Dei contemporanei apprezzo molto il lavoro di alcuni miei ex studenti come Paolo Delle Monache, Davide Rivalta e Fabio Tasso, che mi stanno dando molteplici soddisfazioni.

Lei vanta, dalla fine degli anni sessanta ad oggi, un intenso percorso espositivo sia museale che realizzato attraverso l’inserimento delle sue opere in contesti naturali o urbani. Rispetto alle istituzioni museali tradizionali questi nuovi spazi espositivi “a cielo aperto” concretano un atto di libertà?

Il mio atto di libertà è concretizzato unicamente dal fatto che, fortunatamente, sono riuscito a fare ciò che volevo senza preoccuparmi troppo della critica ufficiale, che comunque-in diverse occasioni-si è accorta di me; sicuramente non quella degli esegeti del “famolo strano”, che hanno colonizzato schiere di artisti piegandole alle loro esigenze critico-creative e mettendo gli artisti in secondo piano. Del mio lavoro si sono occupati molti critici, amici talvolta stranieri, sindaci, assessori, artisti ecc., che, di fronte alla possibilità di arredare-nel senso più alto del termine- alcuni spazi pubblici e privati con opere che potessero dare ulteriori identità ai luoghi(con i loro caratteri di armonizzazione, tangibili, vivibili, comprensibili)mi hanno dato la possibilità di interagire con un pubblico anche più vasto di quello caro ai cosiddetti addetti ai lavori. Di questi ultimi comunque ammiro l’ alacrità, indispensabile perché il mondo dell’arte contemporanea non subisca pericolose battute di arresto sempre deleterie.

Claudia Erba

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Un commento

  1. Ho avuto il piacere di vedere dal vivo alcune statue di Franchi, è stata una bellissima emozione. Complimenti per l’intervista colta e puntuale ad uno dei più grandi scultori viventi

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