Streghe e magia in Sardegna

Storie di streghe e magia in Sardegna

Storie di streghe e magia in Sardegna

La Sardegna è terra ricca di elementi e racconti legati alla sfera della magia.

Numerose storie uniscono magia, religione, cultura e legislazione, descrivono e tracciano la storia delle nostre tradizioni più profonde.

 

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Il tempio di Giove a Bidonì

Le storie di streghe e di magia di Sardegna avrebbero origine dal tempio di Giove di Onnariu a Bidonì, nella provincia di Oristano, sulla sommità del colle di Onnariu.

Un tempio risalente presumibilmente al 50 a.C. dedicato al dio Giove: l’iscrizione “IOVIS” in uno dei lati dell’altare conferma la dedica al dio.

L’importanza di questo tempio deriva anche da un altro elemento molto importante:

in tutto il Mediterraneo sono stati scoperti solamente altri due templi dello stesso genere.

Antiche storie che legano il tempio di Giove, le Domus de Janas, i cippi funerari romani e l’età della Controriforma sono raccolte e proposte nel museo “S’omo ‘e sa Majarza” (“La casa della strega”): museo del territorio a Bidonì in provincia di Oristano, dedicato agli esseri fantastici che hanno abitato la Sardegna.

 

Le streghe a Villacidro e San Sisinnio

A Villacidro 90 anni fa Amelia Pala, un’anziana del posto, raccontò ad un giovane studioso di dialettologia, Gino Bottiglioni, la storia de “is kogas e ssantu isinni” ovvero “le streghe e San Sisinnio”, santo venerato come colui che affronta e vince il diavolo tentatore.

Streghe e magia in Sardegna: San Sisinnio

A Villacidro esistevano numerose streghe, descritte come donne brutte con le unghie lunghe che succhiavano il sangue dei bambini.

Si narra che una delle streghe avesse preso di mira la moglie del figlio e un giorno si trasformò in gatto per uccidere il nipotino nella culla. La mamma se ne accorse e diede un colpo di mazza nella bocca e nella testa del gatto.

Il giorno seguente la nuora decise di far visita alla casa della suocera e si accorse della sua faccia gonfia:

in quel momento capì che quella donna era una strega.

Allora una donna del posto, disperata per la situazione, pregò San Sisinnio perché facesse sparire queste streghe dalla città:

San Sisinnio legò una strega ai piedi del letto ed a questa si unirono le altre. Furono viste fluttuare nell’aria e vennero quindi gettate nel fuoco.

A Villacidro si trova un parco, il parco di San Sisinnio, che ospita la più grande aggregazione di olivastri della Sardegna ed è strettamente legato a questa storia e al territorio.

Sempre a Villacidro è presente, inoltre, la chiesa campestre di San Sisinnio, edificata nella prima metà del XVII secolo quando l’Arcivescovo Francisco de Esquivel donò una reliquia del corpo del santo al canonico di Villacidro.

Nella chiesa è possibile osservare un quadro dedicato al santo, che lo raffigura in mezzo a un gruppo di streghe, alcune bruciate dalle fiamme altre portate via dal vento.

La prima domenica di agosto si celebra la festa dedicata al santo, ricca di celebrazioni religiose e civili.

 

Intreccio tra magia e religione

Le streghe erano particolarmente attratte dai cadaveri e, per questo motivo, una particolare attenzione veniva posta nel collocare i morti sotto la protezione degli Dei Manes, gli dèi dei defunti.

Durante il periodo romano le piccole grotte in Sardegna a destinazione funeraria furono battezzate Domus Dianae (Domus de Janas):

Diana era la dea della caccia ma anche della luna e delle morti.

Questo legame tra Diana e le sepolture sarde creava una stretta connessione con la sfera della magia; le Janas divennero poi le fate che abitavano nelle case di pietra.

Si afferma, infatti, che queste creature, possedessero in realtà una duplice natura:

una natura benevola, legata alla figura delle fate, ed una malefica, legata invece alle streghe.

Questo intenso intreccio tra religione e magia iniziò ad incrinarsi quando i cristiani cominciarono a considerare la magia come un’attività demoniaca:

Lucio Cornelio Silla emanò nell’81 a.C. una apposita lex per reprimere tutte le attività magiche.

La legge, la Lex Cornelia Sullae de sicariis et veneficis, mirava a distinguere i delitti a mano armata (sicariis) da quelli che potevano essere commessi tramite veleno o malefici (veneficis).

La maggior parte delle sentenze per gli imputati colpevoli di omicidio attuato attraverso la magia prevedeva la morte.

 

Magia nera e magia bianca: ferma legislazione contro la magia nel medioevo

In Sardegna si ritrovano testimonianze di pratiche che si ricollegano sia alla magia bianca sia alla magia nera.

Per quel che riguarda la magia nera si fa riferimento alle tabellae defixionis plumbee, laminette con il nome della vittima del sortilegio, trapassate da chiodi per arrecare danno.

Queste tabelle rimandano ad antiche tradizioni di arti magiche, già presenti in periodo punico come forma di maledizione, ma purtroppo si conosce poco rispetto agli “stregoni” e alle “streghe” che materialmente le eseguivano.

In Sardegna, in età romana, queste tavole avevano come obiettivo quello di danneggiare avversari o di sottomettere qualcuno: veniva, infatti, affidata la persona oggetto della stregoneria a entità malefiche.

Numerosi esempi anche di magia bianca, come le gemme gnostiche, gemme intagliate recanti lettere magiche (ABRAJAS) e iscrizioni con appellativi ebraici di Dio.

Le gemme avevano lo scopo di proteggere il loro proprietario.

In Sardegna è presente una numerosa varietà di questi elementi, come il talismano con disco solare, cifre e iscrizioni, una gemma magica in diaspro verde con tre scarabei sovrapposti e molto altro.

Nel Medioevo si registrò una ferma legislazione contro la magia, percepita come un pericolo, attraverso:

  • le autorità laiche: era prevista anche la pena capitale per il delitto di magia;
  • quelle di matrice ecclesiastica: erano previste penitenze per il peccato, come la scomunica.

Papa Innocenzo VIII nel 1484 emanó la Bolla Summis Desiderantes, con la quale veniva condannata la pratica di “darsi ai demoni”. Con questa Bolla il Papa conferiva ai frati domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, autori del libro Malleus Maleficarum” (Il martello delle streghe) considerato per secoli il manuale per affrontare la caccia alle streghe, il potere di sopprimere in ogni modo la stregoneria nella valle del Reno in Germania.

Streghe e magia in Sardegna: Malleus Maleficarum

Nonostante tale intervento papale durante il medioevo le pratiche “magiche” erano diffusissime.

 

Carta de Logu de Arborea: pene previste per le streghe e gli stregoni

Anche nella Carta de Logu de Arborea promulgata nel 1392, in cui erano contenute le leggi del Giudicato di Arborea, erano previste pene severe per streghe e stregoni e per chi accusasse falsamente qualcuno di essere un mago.

Se si volevano muovere delle accuse verso qualcuno queste dovevano essere corroborate da prove solide, che dovevano essere fornite entro otto giorni.

In mancanza di prove l’accusatore (diffamatore) veniva condannato al rogo.

Dare del “mago” a qualcuno veniva considerato un oltraggio risarcibile entro quindici giorni dal giudizio; in mancanza si procedeva con il taglio della lingua.

Nel 1492 venne istituito il Tribunale dell’Inquisizione; il primo inquisitore del regno di Sardegna fu Sancho Marín.

Nel 1563 la sede del Tribunale venne spostata da Cagliari a Sassari, nel castello aragonese, con inquisitore Diego Calvo.

 

Processi alle streghe

Contro le streghe furono intentati numerosi processi: la maggior parte degli atti sono contenuti nell’ Archivio Històrico Nacional di Madrid nella sezione dedicata alle “Inquisiciòn”.

Tra gli atti dell’archivio si possono trovare quelli del processo a Caterina Curcas, che confessó di aver conosciuto il diavolo durante le notti e di essersi distesa ed adagiata con lui.

Il diavolo l’aveva poi condotta nella “Valle dell’inferno”, un bosco misterioso dove si raggruppavano più di duecento persone. Il diavolo, Furfureddo, si era affezionato molto a Caterina e le chiese di rinnegare la sua fede cattolica.

Per questo Caterina venne considerata dal tribunale colpevole, condannata ad un anno di carcere a Sassari e esiliata perpetuamente dalla Diocesi.

Un’altra donna, Angela Calvia, fu accusata di aver avuto rapporti con il diavolo Corbareddu e venne per questo condannata a tre anni di detenzione, all’esilio e le vennero confiscati tutti i beni.

Ma queste storie non coinvolgono solo le donne: Formezino Atzeni ricercava tesori con l’aiuto del diavolo: vendeva la propria anima in cambio di dodici parole necessarie per trovare i tesori.

Atzeni rinunciò al patto e gli furono inflitte pene in denaro e spirituali.

 

Julia Carta, la strega più famosa

Julia Carta era una fattucchiera, curava malattie e produceva amuleti:

Streghe e magia in Sardegna: Julia Carta

mescolava le conoscenze magiche con quelle medico terapeutiche acquisite soprattutto grazie alla nonna materna, Juana Porcu.

Venne arrestata nel 1596 a Mores, segretamente denunciata da una ragazza di Siligo che riferì al parroco del paese di aver sentito Julia esprimere particolari idee riguardo al sacramento della confessione.

Julia riteneva che i peccati, non tutti e non sempre dovessero essere detti in confessione.

Da questa delazione in poi Julia Carta fu accusata di numerose azioni:

di aver fabbricato amuleti e di aver provocato la morte di una persona con un maleficio e, inoltre, su di lei pendevano sospetti di eresia per la fede, ufficialmente formulati contro di lei dal procuratore fiscale del Santo Officio, Thomás Pitigado.

Dopo essersi professata innocente si aprirono per lei le porte della camera del tormento ma la minaccia della tortura la portò a confessare e a implorare il perdono di Dio.

Nel 1597 arrivò la sentenza di condanna:

tre anni di carcere, confisca dei beni, imposizione abito penitenziale, obbligo di partecipare alla messa ogni domenica e confessione e comunione almeno tre volte all’anno.

La strega, negli anni successivi, ricadde negli stessi errori ma riuscì nuovamente a salvarsi dal braccio della morte.

L’ultimo documento in cui si parla di lei risale al 1614; la data e il luogo della sua morte sono sconosciuti.

 

Personaggi fantastici

“Su Surtore” (o “Sa Surtora”) è un personaggio fantastico: un uomo bestia con forma di maiale in grado di trasformarsi in un piccolo essere capace di passare attraverso la toppa delle chiavi per entrare nelle camere dei neonati per succhiare il sangue.

Questa particolarità lega questo personaggio ai vampiri della tradizione sarda (“Coga” specializzata nel succhiare il sangue).

Un altro personaggio è il “Maskinganna”: il diavolo, compagno delle streghe, le aiuta a cercare tesori che possono essere acquisiti a prezzo di numerosi rischi.

Infatti il maligno può disporre due recipienti:

  • uno con le monete d’oro;
  • una con “Sa musca macedda” (la mosca diabolica);

la “musca macedda” aveva il compito di proteggere i tesori da cercatori indesiderati ed era in grado di causare la morte.

Altre varianti riferiscono che gli antichi, quando volevano proteggere un tesoro, lo custodivano in una cassa e ne ponevano un’altra identica a fianco piena di “musca macedda”.

Questo era anche un modo per scoraggiare la ricerca dei tesori nascosti.

Altro personaggio fantastico è “Sa Filonzana”: una donna vestita a lutto intenta a tenere in mano il fuso e a filare di continuo un filo sottile.

Quel filo sottile è il filo della nostra vita e del destino: ciò che tutti temono è che il filo, prima o poi, si spezzi.

Sa Filonzana procede zoppicando in silenzio senza interessarsi a niente se non al suo fuso.

Riprende l’immagine di una delle tre Parche di traduzione greca, Cloto, la filatrice della vita, figlia della notte o, secondo un’altra versione, di Zeus e di Temi o Mnemosine.

 

Donne, streghe e tradizione

Questi racconti e questi personaggi fantastici sono ancora oggi presenti sotto forma di tradizioni che caratterizzano la nostra terra.

Sorprende che la maggior parte delle storie raccontino di donne, etichettate dalla società come streghe e messe ai margini della stessa, inquisite, torturate ed uccise.

Spesso donne povere che avevano deciso di essere libere di scegliere come vivere la loro vita, scelte che le hanno isolate e condannate.

Donne pagane, con sorprendenti conoscenze ed esperienze:

conoscono parole magiche che permettono loro di trasformarsi, sono in grado di miscelare erbe curative, di viaggiare nel tempo e nello spazio.

Il Cristianesimo ha inferto un duro colpo a queste curiose figure, inquadrate in una dimensione tra la realtà e le tradizioni, la magia e la fantasia.

La Chiesa Cattolica, dopo aver demonizzato e distrutto queste donne, a partire dal XVIII secolo, le considera come il semplice frutto di superstizioni.

Ma le storie di queste donne, delle “streghe”, hanno resistito e resistono tutt’oggi.

 

Elena Elisa Campanella