Le donne di Casa Gramsci

Le donne di Casa Gramsci

Le donne di Casa Gramsci

“Le donne di Casa Gramsci” è un libro di Mimma Paulesu Quercioli, scrittrice e nipote di Antonio Gramsci.

Racconta le vicende della famiglia Gramsci, ambientate nella casa di Ghilarza, dal punto di vista delle donne che componevano il nucleo familiare.

Un libro che descrive le anime femminili forti, figure imprescindibili e onnipresenti che hanno plasmato la vita di uno dei personaggi più importanti della nostra storia politica.

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I genitori di Antonio Gramsci: la mamma Peppina Marcias…

La famiglia Gramsci era composta dal padre Francesco Gramsci, dalla mamma Peppina Marcias e da sette figli:

tre fratelli (Mario, Gennaro e Carlo) tre sorelle (Teresina, Emma e Grazietta) e Antonio.

La mamma di Antonio, Peppina Marcias, nacque nel 1861 da Antonio Marcias di Terralba e da Potenziana Corrias, già vedova e con due figlie.

La mamma di Peppina morì a soli quarantadue anni e, dopo soli cinque anni, morì anche il padre Antonio. Così Peppina si ritrovò, insieme al fratello Giorgio, a crescere con un tutore, un farmacista di Oristano. Il tutore aveva sperperato rapidamente tutti gli averi ed era, in poco tempo, diventato pazzo.

Così il fratello di Peppina, Giorgio, decise di emigrare in Algeria, lasciando Peppina da sola e senza beni.

L’unica persona su cui Peppina potè contare da quel momento in poi fu Grazietta, figlia del primo matrimonio di Potenziana, che, però, morì nel 1912 a soli cinquantadue anni.

Grazietta e la famiglia Gramsci erano legati da un affetto profondo e la sua morte rappresenta il primo vero lutto della casa.

Peppina era una donna culturalmente e socialmente avanti rispetto alle altre: aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare e leggeva tantissimi libri.

Comprendeva perfettamente l’importanza della cultura e, per questo, anche attraverso grossi sacrifici, sostenne sempre il figlio Antonio e gli permise di finire gli studi. 

 

…e il padre Francesco Gramsci

Francesco Gramsci era un uomo di buona provenienza familiare:

la madre era figlia di un avvocato napoletano, mentre il padre era stato colonnello della gendarmeria borbonica che, dopo l’unificazione, venne inquadrato nell’arma dei Carabinieri.

Francesco giunse in Sardegna nel 1880 dopo aver vinto un concorso come dirigente dell’Ufficio del registro.

Quando Francesco e Peppina si incontrarono si innamorarono subito l’uno dell’altro e, nel 1883, si sposarono. Non mancarono le resistenze al matrimonio: la mamma di Francesco, infatti, non voleva che il figlio sposasse una donna sarda.

L’anno dopo, nel 1884, nacque il primo dei sette figli. Antonio nascerà ad Ales il 22 gennaio 1891.

 

Le numerose difficoltà di Casa Gramsci… 

Le difficoltà economiche che attraversarono Casa Gramsci non erano le sole ad essere affrontate da Peppina:

Antonio soffriva di gravi problemi di salute, iniziati quando aveva solo diciotto mesi, e che accompagneranno tutta la sua vita, vissuta tra sofferenze e rinunce soprattutto per poter continuare a studiare.

Si creò un clima di ansia e tensione all’interno di Casa Gramsci.

Peppina riteneva che i problemi di salute del figlio fossero una disgrazia, per lei era più semplice credere che fosse davvero così, e nonostante i problemi dovuti anche all’arresto del marito Francesco per una “irregolarità amministrativa”, Peppina non si arrese.

In realtà Francesco si era schierato alle elezioni politiche del tempo, ritrovandosi dalla parte degli sconfitti e questo significava subire la vendetta dei vincenti.

 

…e la forza di affrontarle di Peppina e delle donne di Casa Gramsci

Peppina non si diede per vinta.

Senza soldi e con sette figli da mantenere non aveva smesso mai di lavorare e, anche se il lavoro femminile era mal retribuito, riuscì a mettere insieme lo stretto necessario per la famiglia:

minestra, fagioli, formaggio.

“Io non chiederò aiuto a nessuno” affermava Peppina quando qualcuno la sollecitava a chiedere aiuto alla suocera.

Riuscì a non far mancare nulla ad Antonio:

la cura e l’attenzione nella preparazione dei cibi, che dovevano servire a renderlo più forte, i premurosi massaggi con l’alcool per alleviare i forti dolori, il sostegno nello studio.

Tutte le donne della famiglia si davano da fare e aiutavano Peppina con il lavoro.

E tra le sorelle più vicine ad Antonio c’era sicuramente Teresina.

 

La sorella più vicina ad Antonio: Teresina Gramsci

Teresina era la sorella più vicina ad Antonio, come affetto ed interessi:

nel 1901 venne iscritta alla scuola elementare ma interruppe arrivata alla sesta classe; in famiglia mancavano i mezzi per permetterle di proseguire.

Ma lo studio la appassionava moltissimo e questo aspetto la accomunava fortemente al fratello Antonio, con il quale passava il tempo a leggere e a farsi insegnare il latino.

Teresina era una ragazza sveglia e avvertiva le tensioni che si determinavano in casa e, soprattutto, si rendeva conto della loro condizione di povertà ma, come tutte le altre donne della famiglia, non smetteva mai di darsi forza e aiutare la mamma con diversi lavori.

Questa condizione di vergogna legata alla povertà la portava a non uscire nemmeno di casa ma, solamente per fare contenta la zia, faceva lo sforzo di recarsi in chiesa la domenica con la mamma, nonostante la consapevolezza di non possedere un vestito adatto per l’occasione.

Ovviamente la messa era quella dell’alba, la “messa dei contadini” come la definiva Peppina per cercare di convincere la figlia a recarsi a messa senza provare vergogna.

 

Teresina Gramsci: la prima donna del ceto medio di Ghilarza ad ottenere un impiego pubblico

Ma il vero sogno di Teresina era quello di fare l’insegnante; per questo si iscrisse ad una scuola per corrispondenza che le permise di acquisire la preparazione necessaria a sostenere l’esame di diploma.

Teresina superò l’esame e diventò una telegrafista:

venne assunta prima a Lochele, un paese non lontano da Ghilarza e, poco dopo, come impiegata supplente all’ufficio postale di Ghilarza.

Fu la prima donna del ceto medio di Ghilarza ad ottenere un impiego pubblico e, nel 1918, partecipò allo sciopero indetto dai postelegrafonici per chiedere aumenti di stipendio per fattorini e supplenti.

Una donna culturalmente attiva all’interno della società.

Teresina, a poco più di 40 anni e dopo essersi costruita una famiglia, si trovò ad affrontare una situazione simile a quella vissuta dalla mamma: rimase vedova, in tempo di guerra, con sei persone a carico.

Prese il posto del marito all’ufficio postale di Ghilarza e affrontò la vita con forza e determinazione, nonostante la forte sofferenza.

 

Le prime discussioni sulla politica e il coinvolgimento di Teresina

Erano i tempi delle discussioni sull’eccidio di Milano nel 1898, quando il re Umberto I aveva ordinato al generale di sparare alla folla;

o dei tragici eventi del 1904, quando l’esercito sparò sui lavoratori della miniera di Buggerru che avevano aderito ad uno sciopero.

Il padre di Antonio, figlio di una famiglia al servizio dei borboni, non tollerava quelle discussioni e, trovati i giornali che il figlio Gennaro mandava ad Antonio, li distrusse.

Ma Antonio non si arrese ed è qui che coinvolse Teresina:

lei era l’unica donna di casa al corrente del patto con il portalettere per riuscire a ricevere le riviste ed era lei l’incaricata a ritirare le riviste e gli opuscoli per conservarli fino al suo arrivo.

Antonio, da Torino, chiedeva a Teresina le notizie sui risultati delle elezioni politiche, le scriveva spesso per tenerla al corrente delle lotte socialiste portate avanti dalle donne torinesi e per cooperare agli studi sulla lingua sarda, quando Antonio si occupava di filologia.

E queste richieste erano importantissime per Teresina, che si sentiva attivamente coinvolta e intellettualmente stimolata: trovava in queste ricerche una possibilità di evadere dal piccolo paese in cui si trovava.

Questo rapporto di cultura e di affetto reciproco era fondamentale per entrambi i fratelli:

per Antonio, che anche grazie a Teresina ha sempre mantenuto una stretta connessione con il suo territorio, e per Teresina che accresceva la sua visione del mondo dalla casa di Ghilarza.

 

Il Circolo Femminile di Ghilarza, la tragica sorte della sorella Emma e la personalità di Grazietta

Al ritorno da Roma di Nina Corrias, una lontana parente di Peppina e insegnante in pensione, lei e Peppina fondarono insieme, nel 1915, il Circolo Femminile di Ghilarza, un luogo di condivisione di nuove idee sulla donna e sulla società.

Il Circolo agevolava la lettura e sosteneva lo scambio di idee e informazioni fra le donne, circostanza inusuale e rara per quei tempi.

Questa nuova visione della donna e della società colpì anche Emma che si rese conto che per migliorare la propria condizione doveva uscire di casa, lavorare e realizzarsi in una professione.

Così nel 1919 trovò un impiego nella segreteria dell’ingegnere che dirigeva i lavori di costruzione della diga del Tirso. Una vera soddisfazione per Emma.

Ma nel 1920, l’anno che segue la sua assunzione, arrivò anche l’influenza spagnola che non le risparmiò la vita, allontanando definitivamente quella nuova prospettiva tanto desiderata e appena costruita.

Emma morì il 5 novembre del 1920.

L’altra sorella, Grazietta, era quella meno in vista tra le sorelle:

dopo la fine di una importante relazione aveva 30 anni, era bella e socievole ma ormai si sentiva quasi in dovere di stare in casa insieme alla mamma per gestire e amministrare l’economia familiare, sempre problematica.

Grazietta era una donna amorevole e si spese per la famiglia fino alla fine, con affetto e dedizione nei confronti di tutti.

 

Antonio Gramsci e il carcere: il rapporto con la mamma Peppina

Quando Antonio si trovava in carcere la mamma Peppina non smetteva mai di scrivergli e consegnava le lettere a Teresina per sfuggire all’occhio attento del marito, al quale ancora non aveva spiegato la situazione per non destare la sua preoccupazione.

Il padre Francesco, infatti, aveva già vissuto l’esperienza del carcere e le donne di Casa volevano evitare in tutti i modi di creargli una grossa sofferenza.

Speravano, probabilmente, che la situazione si potesse risolvere in poco tempo.

Peppina considerava questa condizione di Antonio come una disgrazia e non come un episodio della vita politica del figlio ma non smetteva mai di dimostrare la sua presenza affettuosa;

quel sostegno sincero che permise ad Antonio di affrontare quella tragica situazione con la consapevolezza dell’amorevole sostegno di casa.

Peppina, con il tempo, iniziò a sentirsi vecchia e a non avere più le forze di un tempo;

le lettere per Antonio le faceva scrivere alle due figlie ma quando le sue condizioni iniziarono a peggiorare le sorelle iniziarono a sentirsi sole ed impotenti a gestire la fragile condizione della mamma.

E, soprattutto, non sapevano come affrontare la situazione con Antonio.

Il 30 dicembre 1932 Peppina morì e le figlie decisero di nascondere questa triste verità al fratello Antonio che, però, aveva percepito e capito cos’era accaduto.

Per lui era impossibile non ricevere notizie da parte della mamma notizie che, in quei giorni, iniziavano a non arrivare più: così Antonio aveva perfettamente capito cosa stava accadendo.

All’iniziale irritazione nei confronti delle sorelle fecero subito seguito gli intensi rapporti di sempre.

Antonio Gramsci morì il 27 aprile 1937, nel giorno in cui le misure detentive nei suoi confronti avrebbero dovuto essere sospese.

 

La forza delle donne di Casa Gramsci

Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, la storia di Antonio Gramsci e la rilevanza del suo pensiero nella nostra storia politica.

Ma pochi sanno quanto siano state fondamentali per la sua vita le figure femminili della sua famiglia:

l’affetto, il sostegno, il confronto costante con quelle donne hanno plasmato i pensieri rivoluzionari di un uomo che ha segnato la nostra storia.

Ed è fondamentale ricordarle non solo come le donne che hanno circondato la vita di uno dei più importanti uomini della politica e della cultura del nostro paese;

è importante ricordare queste figure femminili per la loro autonomia, la loro indipendenza, la forza e la tenacia che ebbe modo di riflettersi nella loro partecipazione sociale, nelle lotte sociali e nelle loro vite.

 

Elena Elisa Campanella