CeDAC / Prosa: Chiara Francini in “Coppia aperta quasi spalancata”

Sbarca nell'Isola – sotto le insegne del CeDAC - "Coppia Aperta... quasi spalancata" di Dario Fo e Franca Rame nell'interpretazione dell'attrice, conduttrice e scrittrice Chiara Francini, protagonista accanto ad Alessandro Federico, per la regia di Alessandro Tedeschi

Sbarca nell’Isola – sotto le insegne del CeDAC – “Coppia Aperta… quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame nell’interpretazione dell’attrice, conduttrice e scrittrice Chiara Francini, protagonista accanto ad Alessandro Federico, per la regia di Alessandro Tedeschi (produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito): la celebre commedia, una «favola tragicomica» sull’evoluzione della società e sul significato del matrimonio dopo la “rivoluzione” del ’68, va in scena in prima regionale DOMANI (lunedì 29 novembre) alle 21 al Teatro Tonio Dei di Lanusei, per approdare martedì 30 novembre alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale e infine mercoledì 1 dicembre alle 21 al Padiglione Tamuli delle ex Caserme Mura di Macomer nel cartellone della Stagione di Prosa 2021-2022.

Una pièce divertente e attuale che parla d’amore e disamore, di rispetto e parità, di emancipazione femminile e della «relativa insofferenza al concetto di monogamia» da parte degli uomini, spesso in difficoltà quando le loro mogli e compagne rivendicano un’uguale libertà.

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Un “classico” del Novecento per la Stagione di Prosa 2021-2022 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in SardegnaChiara Francini, eclettica attrice, conduttrice e scrittrice, è la protagonista accanto ad Alessandro Federico di “Coppia Aperta… quasi spalancata”, la celebre commedia di Dario Fo e Franca Rame, per la regia di Alessandro Tedeschi (con disegno luci di Alessandro Barbieri, scenografia di Katia Titolo e costumi di Francesca Di Giuliano – produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito) in cartellone in prima regionale DOMANI (lunedì 29 novembre) alle 21 al Teatro Tonio Dei di Lanusei, per approdare martedì 30 novembre alle 21 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale e infine mercoledì 1 dicembre alle 21 al Padiglione Tamuli delle ex Caserme Mura di Macomer per una riflessione sui profondi cambiamenti della società a partire dalla “rivoluzione” culturale del ‘Sessantotto.

Una pièce divertente e ancora perfettamente attuale che mette a confronto la mentalità maschile (o forse meglio “maschilista”) e la psicologia femminile, attraverso la storia di un uomo e una donna (in)felicemente sposati alle prese con lo spirito libertino di lui, decisamente refrattario all’idea di monogamia, che suggerisce di trasformare la loro relazione in un mènage à trois (con variazioni), sul modello della “coppia aperta” sperimentata da Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. Il problema è che, come suggerisce la moglie, per lo meno in Italia la parità dei diritti e dei doveri e l’emancipazione femminile non solo e non tanto sul piano giuridico quanto nel sentire comune, negli Anni Settanta e perfino alle soglie del Terzo Millennio, sono ancora un miraggio tanto che vale ancora la «“Prima regola: perché la coppia aperta funzioni, deve essere aperta da una parte sola, quella del maschio! Perché… se la coppia aperta è aperta da tutte e due le parti… ci sono le correnti d’aria!».

Coppia Aperta… quasi spalancata” nello stile (auto)ironico e corrosivo di Franca Rame e Dario Fo descrive l’effetto dirompente del tradimento e dell’abbandono, lo smarrimento di una sposa devota e fedele di fronte a quella che potrebbe essere catalogata come una “fisiologica” crisi di mezza età, molto comune tra i maschi della specie alla ricerca di una seconda giovinezza e della conferma della propria virilità davanti allo spettro della vecchiaia. Quella irrequietezza sentimentale – meglio nota come “sindrome di Peter Pan” – che per alcuni è come una seconda natura, in stridente contrasto con la sola prospettiva del matrimonio, e che taluni si ostinano a voler esercitare infrangendo pure i voti coniugali, per altri è invece sintomo inconfondibile di un’incipiente senilità, si manifesta puntualmente nell'(anti)eroe della storia all’approssimarsi della mezza età.

Il fascino dell’uomo maturo, professionista affermato e sicuro di sé, colpisce nel segno e il protagonista colleziona una serie di avventure con donne giovani, a volte giovanissime finché la moglie, inizialmente persuasa e preoccupata per un apparente calo del desiderio del consorte, scopre quell’intensa attività amatoria – rigorosamente fuori casa –; ma di fronte al dispiacere e alla delusione di lei il marito avanza la proposta di provare a diventare una “coppia aperta”. Le sue “fidanzate” si presentano così regolarmente alla porta, a turno, e mente il figlio disorientato e un po’ sgomento supplica la madre di reagire e ricominciare a prendersi cura di se stessa, per iniziare una nuova vita e magari incontrare altri uomini, la donna – Antonia – intraprende un percorso di rinascita interiore.

Nella pièce le varie fasi della “crisi matrimoniale” e gli esiti della “coppia aperta” vengono narrati in toni comici e spesso grotteschi, quasi a voler sdrammatizzare la tragedia di Antonia, il suo dolore nel riconoscersi nel ruolo della moglie trascurata e della donna non desiderata, l’elaborazione del lutto per la fine di un amore, i tentativi di riprendere il controllo della propria vita, fino alla scena decisiva in cui i due protagonisti, uno di fronte all’altra fanno il bilancio di quell’esperienza e il marito si rende conto della propria fragilità, di come la sua spavalderia fosse almeno in parte fondata sulla certezza di avere una casa e una moglie-madre disposta ad accoglierlo. Insomma la rivoluzione culturale e sociale del ‘Sessantotto e la liberazione sessuale – e a seguire le leggi sul divorzio e sull’aborto e i cambiamenti nel diritto di famiglia a partire dagli Anni Settanta – pur rispondendo a una necessità storica e a una antica sete di giustizia e difesa dei diritti trovano comunque nel Belpaese degli ostacoli – invisibili eppure “concreti” come dimostrano le cronache recenti e il dilagare delle violenze domestiche e dei femminicidi – retaggio di una civiltà patriarcale oltre che di una mancata educazione sentimentale. Con sguardo (purtroppo) profetico Franca Rame e Dario Fo (Premio Nobel per la Letteratura) hanno saputo mettere in scena le contraddizioni del presente, le debolezze e i timori, i capricci del cuore e i dubbi della ragione, la trasformazione profonda ma ancora incompiuta di un’antica istituzione come il matrimonio, tra il superamento delle regole e della morale della borghesia e la necessità di inventare un nuovo alfabeto delle passioni.

«Confrontarsi con due “mostri sacri” come Dario Fo e Franca Rame è stato straordinario perché i grandi testi – come i grandi personaggi – sono sempre di fortissima attualità e quindi l’Antonia a cui do vita io ha esattamente le caratteristiche che aveva l’Antonia di Franca Rame, ovvero questa voglia di ascoltarsi e di parlarsi e quindi la capacità di risorgere» sottolinea l’attrice e narratrice Chiara Francini“Coppia Aperta… quasi spalancata” è un testo che parla al presente: «guardando questo spettacolo si vede esattamente questa enorme favola, questo enorme martirio che è lo stare insieme all’interno del matrimonio; e straordinaria nella pièce è la capacità di raccontare la psicologia maschile e soprattutto quella femminile». Fulcro di questo lavoro è «questa incredibile rivoluzione, questo progresso che caratterizza soprattutto il personaggio di Antonia, all’inizio votato alla sofferenza e consapevole che la sua unica possibilità di ottenimento felicità sia quella di rimanere con il marito e quindi si piega ad accettare l’idea della coppia aperta, soffre, ma poi quando comincia ad ascoltarsi, risorge come una fenice dalle proprie ceneri. Ed è questo un tema assolutamente vicino alla realtà e sempre e comunque attuale. Credo come scrittrice e come attrice ma soprattutto come donna che sia veramente un testo teatrale che dovrebbero vedere tutti, e soprattutto le donne perché insegna la capacità di ascoltarsi: soltanto quando ci si ascolta si può avere la possibilità di scegliere, di sbagliare anche ma con la propria testa e ascoltarsi significa prendere consapevolezza e avere rispetto di sé».

Chiara Francini – già conduttrice di programmi come “Love me gender” e “Love me stranger” sulle moderne declinazioni dei sentimenti, tra la definizione di un’identità al di fuori degli stereotipi di genere e le relazioni in una società multietnica invita a non confondere amore con possesso: «l’amore è una magia, ed è inspiegabile, una magia e forse un incantesimo». Nulla a che vedere con le violenze di genere, con abusi e delitti: «io credo che i femminicidi dipendano da una mancata alfabetizzazione del maschio, nel senso che quello che è la donna oggi, quello che sta continuando a diventare è una creatura nuova; una creatura che ha in sé la parte tradizionale ed ha in sé però una parte di profonda avanguardia che dipende appunto dalla capacità che deve avere sempre di più di ascoltarsi. Questo è un qualcosa che spiazza certi “maschi” – tutti noi esseri umani siamo animali e quando l’animale si trova di fronte a un qualcosa che non conosce per paura attacca; e quindi io credo che sempre di più le donne si debbano ascoltare e i maschi debbano imparare ad ascoltare anche gli altri ed ad alfabetizzarsi per acquisire, comprendere e quindi amare questa creatura nuova che è la donna oggi».

Ritorno nell’Isola – dove oltre a partecipare a festivals e incontri letterari, la poliedrica artista ha proposto la sua versione de “L’amore segreto di Ofelia” di Steven Berkoff a Nora per il XXXIX Festival La Notte dei Poeti organizzato dal CeDAC: «Io amo moltissimo la Sardegna perché la mia migliore amica è sarda – si chiama Mara Tanchis, è di Bolotana ed è anche una delle protagoniste del mio nuovo romanzo “Il cielo stellato fa le fusa” – rivela Chiara Francini – «moltissimi dei miei più cari amici sono sardi e credo che i sardi collimino perfettamente con la mia anima e con il mio modo di vedere la vita: schietti, molte volte ruvidi, ma nella vita sempre meglio ruvidi che viscidi!».