Testimoni di Geova: diecimila anni di carcere.

Un sondaggio promosso e realizzato dalla sede nazionale della confessione religiosa ha fatto emergere dati inediti e sorprendenti circa l’enorme prezzo pagato da migliaia di testimoni di Geova italiani al rifiuto d’imbracciare le armi.

Testimoni di Geova

Quanti testimoni di Geova sono stati incarcerati in Italia per obiezione di coscienza fra il 1960 e il 1990? Quanti, globalmente, gli anni trascorsi in carcere?

Purtroppo oggi è impossibile rispondere a queste domande consultando semplicemente la documentazione conservata presso gli archivi dei tribunali militari. Pertanto è stato condotto un sondaggio a livello nazionale su coloro che sono ancora in vita. È emerso che, su un totale difficilmente quantizzabile, almeno 14.180 Testimoni hanno scontato un totale complessivo di 9.732 anni di carcere. Il loro sacrificio, insieme con quello di gruppi minoritari, offrì un notevole contributo all’approvazione delle leggi che a partire dagli anni ’70 hanno sancito il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza nel nostro paese fino alla sospensione della leva obbligatoria con la legge n. 230 del 7 luglio 1998.

Seguono i commenti di storici ed esperti sul contributo dei Testimoni di Geova in Italia al riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare (aprile/maggio 2020).

I Testimoni di Geova costituirono “la stragrande maggioranza dei giovani incarcerati per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare”, commenta lo storico Sergio Albesano. “Con la loro massiccia adesione al rifiuto di entrare nelle fila dell’esercito, di fatto crearono un caso politico e aiutarono a portare il problema all’attenzione dell’opinione pubblica”.

La posizione assunta dai Testimoni obiettori di coscienza colpì anche l’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che nel 1983 scrisse: “Negli anni Sessanta, quando ero alla Difesa, volli rendermi conto del fenomeno, che andava moltiplicandosi, delle obiezioni militari di coscienza da parte di giovani appartenenti ai Testimoni di Geova. Mi colpì, parlando con loro uno a uno nel carcere di Forte Boccea, la evidente ispirazione religiosa e l’estraneità da qualsiasi speculazione politica; non a caso si sottoponevano ad anni di prigione continuando nel rifiuto di indossare la divisa”.

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Il giurista Sergio Lariccia rileva: “Oggi l’obiezione di coscienza è inclusa tra i diritti inalienabili dell’uomo e, sebbene le sue origini culturali siano anche religiose, ciò che è stato conquistato ha recato benefici a tutti. Abbiamo un debito di riconoscenza verso coloro che hanno contribuito con la loro vita anche alle garanzie delle nostre libertà”.

Sergio Albesano, storico dell’antimilitarismo, autore del libro “Storia dell’obiezione di coscienza in Italia”, commenta: “I dati impressionanti di questo sondaggio, che oltretutto sono sicuramente inferiori alla realtà poiché molti obiettori sono nel frattempo deceduti e quindi non hanno potuto rispondere, portano onore ai testimoni di Geova che, per coerenza al loro credo religioso, hanno sopportato con fermezza una situazione avversa quale la reclusione, non perché avessero compiuto atti antisociali, come rubare o uccidere, ma addirittura per il loro rifiuto di imparare a uccidere”.

Per Pierluigi Consorti, avvocato e professore ordinario presso il dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Pisa, “la testimonianza della fede del Testimoni di Geova è stata sempre trascurata: si conosce poco la loro discriminazione a causa del nazismo, e si conoscono poco anche le loro attuali discriminazioni”.

“La storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare – rileva Antonino Mantineo, Professore ordinario di Diritto ecclesiastico e canonico presso l’Università degli studi Magna Graecia di Catanzaro – certamente in Italia, ma anche nell’inquadramento generale che oggi viene offerto dal diritto comunitario ed internazionale, non può prescindere dalle lotte personali, pagate a caro prezzo da coloro che professando la fede dei Testimoni di Geova sono stati martiri, ovvero testimoni di questa conquista di libertà”.

Bruno Segre, avvocato e giornalista, fondatore de “L’Incontro”, commenta: “I miei patrocinati furono quasi tutti, tranne qualche obiettore radicale, libero pensatore, anarchico, cattolico negli ultimi tempi, Testimoni di Geova che io ammiravo per il loro assoluto rispetto delle idealità pacifiste, per il loro altissimo livello morale”.

Massimo Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, afferma: “Ho sempre guardato con ammirazione e gratitudine alle testimonianze e ai fondamenti ideali e religiosi che ci hanno dato i pionieri dell’obiezione di coscienza nel nostro paese, e i Testimoni di Geova ne costituiscono senza dubbio la parte numericamente più preponderante”.

Infine l’ex magistrato Rodolfo Venditti: “In Italia nell’ultimo dopoguerra, sul piano dell’obiezione religiosa, gli obiettori più numerosi furono gli appartenenti ai Testimoni di Geova”.

Commenti espressi in merito al sondaggio (aprile/maggio 2020).

Sergio Albesano: storico dell’antimilitarismo

I dati impressionanti di questo sondaggio, che oltretutto sono sicuramente inferiori alla realtà poiché molti obiettori sono nel frattempo deceduti e quindi non hanno potuto rispondere, portano onore ai testimoni di Geova che, per coerenza al loro credo religioso, hanno sopportato con fermezza una situazione avversa quale la reclusione, non perché avessero compiuto atti antisociali, come rubare o uccidere, ma addirittura per il loro rifiuto di imparare a uccidere (perché alla fine è di questo che stiamo parlando).

La storiografia si è occupata poco della storia dell’obiezione di coscienza e comunque anche nelle scarse opere sull’argomento le vicende dei testimoni di Geova vengono affrontate come un capitolo a parte, poiché le loro motivazioni differivano da quelle dei militanti antimilitaristi, perché a loro non interessava politicizzare la loro scelta e perché non mettevano in discussione l’esistenza dell’apparato militare. Eppure sono stati compagni di strada dei giovani, molto inferiori come numero, che hanno lottato attivamente per ottenere il diritto a rifiutarsi di entrare nelle file dell’esercito. Con la loro obiezione di coscienza anche i testimoni hanno influito sulla cultura sociale e politica che ha creato le basi per l’approvazione della legge che permetteva il servizio civile. Come gli obiettori antimilitaristi, anche gli obiettori testimoni di Geova hanno subito l’indifferenza, il ridicolo, l’ingiuria e la repressione. Sarebbe ora che iniziassero a ricevere il nostro pieno rispetto, anche soltanto rendendo l’opinione pubblica cosciente e consapevole di questo dramma.

Pierluigi Consorti: avvocato e professore ordinario presso il dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Pisa. Presidente dell’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso, ADEC

Ricordo che il Ministro Spadolini spiegava sempre che la legge 772/72 nacque proprio per rispondere al bisogno degli obiettori Testimoni di Geova.

Certamente, l’impulso della riforma 230/98 nasceva anche dall’esigenza di non costringere i Testimoni di Geova a restare in carcere, ripetutamente, dato che la pena non esentava dall’obbligo, dando vita a quella che è stata chiamata “spirale delle condanne”. Servì una pronuncia della Corte costituzionale (343 del 1993) per mettere fine a questo orrore giuridico, un vero e proprio ostacolo all’esercizio di diritti di libertà.

Io credo che la testimonianza della fede del Testimoni di Geova sia stata sempre trascurata: si conosce poco la loro discriminazione a causa del nazismo, e si conoscono poco anche le loro attuali discriminazioni. La raccolta delle testimonianze di fede che avete realizzato costituisce un punto di forza per tutti, che in questo momento così difficile siamo alle prese con l’importanza che la forza spirituale e la coerenza di fede rivestono nella vita quotidiana.

Sergio Lariccia: avvocato e professore emerito di Diritto amministrativo presso l’Università La Sapienza di Roma

Dedico questo mio breve commento a mio figlio Giulio, che nel 1989 ha deciso di svolgere un periodo di servizio civile presso la Lega per l’Ambiente di Roma, avendo presentato domanda di obiezione al servizio militare.

Il 13 aprile 2016 è morto a Firenze, a 89 anni, Pietro Pinna (1927), primo obiettore di coscienza al servizio militare per motivi politici e fondatore, con Aldo Capitini, del Movimento Nonviolento: “Con il suo esempio – ha detto la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, commentando la notizia della sua scomparsa – è stato un punto di riferimento per la coscienza civile di molte generazioni di italiani. Pietro Pinna fu identificato nel secondo dopoguerra come il primo obiettore di coscienza italiano, e dopo aver organizzato, con Aldo Capitini, nel 1961, la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi, il suo impegno antimilitarista non ha mai smesso di ispirare le giovani generazioni con i valori della pace e dell’amicizia tra i popoli, un messaggio che adesso sta a tutte e tutti noi far continuare a vivere”.

Per lungo tempo l’obiezione di coscienza è stata considerata un fenomeno negativo, quale rifiuto del principio di solidarietà. In un periodo in cui i cappellani militari definivano l’obiezione come ‘un insulto alla patria, estranea al comandamento cristiano dell’amore, ed espressione di viltà’, la ferma posizione di molti testimoni di Geova ha contribuito all’evoluzione del diritto e della società in Italia. L’obiezione dei Testimoni veniva definita ‘totale’ perché, sebbene disposti ad accettare il servizio alternativo già previsto dalla legge del 1972, non volevano appartenere alle forze armate. Le loro esperienze sono state oggetto di importanti sentenze della Corte costituzionale, tra le quali vanno ricordate la sentenza n. 113 del 1986, che tracciò una chiara separazione tra l’obiezione di coscienza e l’appartenenza alle forze armate, e la sentenza n. 467 del 1991, con cui venne riconosciuta la c.d. ‘obiezione sopravvenuta’ e per motivi religiosi. Tra l’altro il loro contributo all’affermazione dell’obiezione in Italia ha coinvolto anche altri ambiti, come la formula del giuramento nei processi e la possibilità di rifiutare l’ufficio di giudice popolare per motivi religiosi.

Appare evidente il collegamento tra la legislazione sulle obiezioni di coscienza e l’evoluzione della società democratica italiana quale comunità di uomini liberi.

Oggi l’obiezione di coscienza è inclusa tra i diritti inalienabili dell’uomo e, sebbene le sue origini culturali siano anche religiose, ciò che è stato conquistato ha recato benefici a tutti. Abbiamo un debito di riconoscenza verso coloro che hanno contribuito con la loro vita anche alle garanzie delle nostre libertà.

Antonino Mantineo: professore ordinario di Diritto ecclesiastico e canonico presso l’Università degli studi Magna Graecia di Catanzaro, segretario dell’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso, ADEC

La storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare, certamente in Italia, ma anche nell’inqudramento generale che oggi viene offerto dal diritto comunitario ed internazionale, non può prescindere dalle lotte personali, pagate a caro prezzo da coloro che professando la fede dei Testimoni di Geova sono stati martiri, ovvero testimoni di questa conquista di libertà. Ciò avveniva mentre in Italia i cattolici, in modo conformistico nella grande maggioranza, ritenevano il sacro dovere di difendere la Patria (art. 52 Cost.), come condizione imprescindibile dell’essere autenticamente cittadini ed insieme fedeli.

Le poche voci isolate tra i cattolici che asserivano il diritto di disobbedire, come don Milani, sono state spesso sbeffeggiate dall’opinione pubblica e cosa più grave dalla stessa autorità ecclesiastica, la quale favorì, anche in quel caso, il processo cui venne sottoposto il prete di Barbiana che venne condannato, pure da morto. Per non richiamare il paradosso che si determina per una Chiesa che vuole essere evangelica e che ha nei cappellani militari e nell’Ordinariato militare, le sentinelle ancora benedicenti armi ed eserciti.

Che i Testimoni di Geova abbiano portato avanti una battaglia di civiltà e di diritti di libertà religiosa, proprio a partire dall’atto di disobbedire al dovere di servire la patria con il servizio armato, è, altresì, confermato da almeno due elementi. Essi, infatti, scelsero sempre e comunque di rispettare l’obbligo della coscienza a non usare delle armi contro il fratello, non solo non ottemperando alla chiamata di leva. Rifiutarono, pure, il servizio alternativo, introdotto con la legge del 1972 n. 772, in ragione del fatto che lo stesso Stato che crea come obbligatorio il servizio armato non può richiedere come obbligo il servizio alternativo non armato. Pagando questa testimonianza radicale di scelta non violenta e disarmata.

Il secondo elemento che solo la giurisprudenza costituzionale e solo negli anni novanta del secolo scorso ha risolto, prima che il testo modificato della vecchia legge sull’obiezione di coscienza venisse modificata, introducendo modifiche sostanziali, è che i Testimoni di Geova anche dal sistema giudiziario venivano puniti e ad oltranza, anche con reclusione reiterata, perché dopo la prima condanna per avere disertato all’assolvimento dell’obbligo di servizio militare, una volta scarcerati, venivano sottoposti ad un nuovo giudizio, ad una nuova condanna che andava espiata e per intero.

L’obiezione di coscienza totale dei Testimoni di Geova rimane una pietra miliare nel cammino per il riconoscimento di un diritto universale ad obiettare, ma è segno di coerente fedeltà ai propri convincimenti religiosi, pagando per essi un prezzo alto e per il quale siamo loro grati e per il quale guardiamo con rispetto e spirito di collaborazione.

Bruno Segre: avvocato, giornalista, fondatore del periodico L’INCONTRO

Desidero anzitutto esprimere il mio compiacimento per la ricerca storica promossa dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova su suoi giovani membri che in Italia manifestarono l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio.

Avendo aderito alla lezione storica del prof. Aldo Capitini, divenuto poi Amico e Maestro nel corso degli anni, ho patrocinato nel processo dinnanzi al Tribunale Militare di Torino il 31 agosto 1949, il primo obiettore di coscienza per motivi politici, il pacifista laico Pietro Pinna.

Il processo Pinna, concluso con una condanna ai minimi di pena, ma subito dopo il nuovo rifiuto di Pinna con un nuovo processo e una nuova condanna, mi spinse ad impegnarmi nella battaglia giudiziaria finalizzata alla sostituzione del servizio militare con il servizio civile. Per arrivare a questo traguardo, raggiunto con la legge del 1972, occorreva vincere minori battaglie giudiziarie, come la concessione dell’attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale (art. 62, n.1 codice penale), e sviluppare il consenso negli ambienti della politica (Parlamento e Partiti), della cultura (giornali, riviste, circoli, Associazioni), dell’ambiente sociale (conferenze, cortei, dibattiti, proiezione di film, essendo processi esplicativi, ecc.).

Fu dunque un gravoso impegno che affrontai quale sostenitore dei diritti civili, della Costituzione, dell’anti-militarismo d’ispirazione socialista libertaria. I miei patrocinati nel corso di oltre 20 anni furono quasi tutti (tranne qualche obiettore radicale, libero pensatore, anarchico, cattolico negli ultimi tempi) Testimoni di Geova che io ammiravo – a prescindere dalla loro fede religiosa del tutto estranea al mio laicismo militante nell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” – per il loro assoluto rispetto delle idealità pacifiste, per il loro altissimo livello morale. Li ho difesi innanzi ai Tribunali Militari di Torino, Padova, Verona, La Spezia, Roma, Napoli, esclusi quelli di Palermo e Sassari.

Ricordo quattro di essi, ciascuno dei quali scontò 4 anni consecutivi di reclusione per effetto di ripetute sentenze di condanna. Cioè sacrificarono in carcere la loro giovinezza.

In definitiva, le mie prestazioni a sostegno dei giovani T.d.G. anche dinnanzi alla Corte Suprema Militare, alla Cassazione, al Parlamento (tramite compagni del P.S.I.) mi hanno procurato sincere amicizie, devote gratitudini, memorie storiche.

Uno dei miei libri, quello intitolato “Non mi sono mai arreso”, testimonia l’ostinazione con cui ho perseguito per molti anni l’obiettivo che mi ha accomunato ai miei indimenticabili giovani T.d.G”.

Massimo Valpiana: giornalista, Presidente del Movimento Nonviolento

Una sera d’inverno del 1891, a Mosca, il conte Leone Tolstoj vide una guardia municipale che trattava brutalmente un mendicante. Egli interpellò il funzionario chiedendogli: “Hai mai letto il Vangelo?”. Al che il poliziotto rispose: “E tu, non conosci il nostro regolamento?”. Tutto il problema dell’obiezione di coscienza è contenuto, in piccolo, in questo dialogo.

Quando la regola sociale non coincide con la regola morale, si creano le condizioni dell’obiezione di coscienza. Il contenuto fondamentale dell’obiezione di coscienza è il rifiuto di una legge, o di un ordine costituito, quando questi vogliono nascondere o far accettare situazioni di violenza, di ingiustizia o di oppressione.

Fin dall’inizio degli anni ’70 ho seguito la vicenda dell’obiezione di coscienza nel nostro Paese, indissolubilmente legata con quella dei Testimoni di Geova che hanno condiviso il carcere militare con gli altri obiettori di coscienza che rifiutavano la divisa per diversi altri motivi: politici, religiosi, morali, etici, anarchici, filosofici, antimilitaristi. La forza della testimonianza di quei tantissimi giovani, che hanno pagato con la detenzione, ha portato le istituzioni democratiche al riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza avvenuta nel 1972, poi alla parificazione tra servizio militare e servizio civile nel 1989, ed infine alla sospensione della leva obbligatoria nel 2004. Sono dunque quasi 50 anni di Storia dell’obiezione di coscienza, che è costituita da migliaia e migliaia di singole storie personali, senza le quali non saremmo ora qui a celebrare questo importante traguardo.

Ho sempre guardato con ammirazione e gratitudine alle testimonianze e ai fondamenti ideali e religiosi che ci hanno dato i pionieri dell’obiezione di coscienza nel nostro paese, e i Testimoni di Geova ne costituiscono senza dubbio la parte numericamente più preponderante.

La forza morale nell’affermare un principio e la mitezza nell’accettare la pena, sono un esempio che parla da solo. Quando vado in pellegrinaggio nei campi di sterminio, a Mauthausen come a Dachau, mi fermo sempre davanti alle lapidi con il Triangolo viola, per inchinarmi davanti a quei Giusti che furono obiettori di coscienza alla violenza nazista e militarista.

Rodolfo Venditti: già magistrato (1950-1993), già professore di Diritto e procedura penale militare presso l’Università di Torino

In Italia “Nell’ultimo dopoguerra, sul piano dell’obiezione religiosa, gli obiettori più numerosi furono gli appartenenti ai Testimoni di Geova.

Le norme costituzionali che riguardano specificatamente la difesa della Patria e il servizio militare (art. 52…) appaiono perfettamente compatibili con il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, visto che l’obiettore non è un vile che si sottrae ai suoi obblighi di solidarietà sociale, ma un cittadino che sinceramente rifiuta l’uso delle armi, o comunque l’appartenenza a un esercito, e che lealmente è disposto ad accollarsi altri compiti, magari ancor più gravosi, a servizio della collettività. Non può quindi condividersi l’affermazione ripetutamente fatta in passato dalla giurisprudenza, secondo cui l’obiezione di coscienza è espressione di una morale individualistica: altro è l’atteggiamento individualistico di chi si chiude nel proprio egoismo e rifiuta di portare il proprio contributo alle esigenze della comunità, e altro è l’atteggiamento di chi si propone di porre le proprie energie al servizio del «non uccidere» e della promozione umana, nella fattispecie, il caso dei Testimoni di Geova”.

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