Anaao Assomed Sardegna: COVID-19. La ragione contesa: scienza e politica sulle pendici dell’etica

Terreno difficile l’etica, e anche scivoloso, soprattutto quando lo si vuole percorrere con strumenti inadeguati. Allora diventa più pericoloso di un tratto scosceso coperto di ghiaccio e scivolare e farsi male è facile. Forse nel nostro immaginario sopravvive ancora una sorta di passaggio logico-consequenziale che vede la politica impegnata ad individuare, nell’ambito della vita sociale, quei principi fondamentali da tutelare contro ogni tentativo di manomissione da parte dei più forti a discapito dei più deboli, in modo che la convivenza fra e all’interno delle popolazioni amministrate possa dirsi civile. Questa difesa si concretizza nelle norme e nel diritto.

Possiamo affermare che il diritto e le leggi, tutelino il minimo etico, le norme inviolabili, la cui messa in discussione minerebbe dalle fondamenta il concetto stesso del vivere civile. Invero nei tempi moderni l’evoluzione del linguaggio e un certo grado di deriva linguistica hanno di fatto reso fragile e decadente il concetto stesso di etica e diritto, quasi che la deriva oltre al significante (parola, espressione, linguaggio) avesse interessato anche il significato ad esso sotteso. Nei tempi moderni non è più scontato mettersi d’accordo per individuare principi inviolabili e assoluti ma, spesso, il pensiero e la logica dominante li elaborano e li condizionano a variabili di valore discutibile.

Nel momento attuale di grave crisi, forse è più facile capire quali siano stati gli effetti della crisi di significati e significanti finora maturata. Senza andare a scomodare i pilastri ed i canoni della etica classica e della bioetica, ci rendiamo conto che lo stesso bene primario, la vita, è a rischio perché messo in discussione da un nemico nuovo e invisibile. Ora, forse, si riesce a capire meglio che, se nel corso della esperienza umana, si sono venute a identificare delle scale di valori, di beni di importanza assoluta e altri di importanza subordinata, era per valide ragioni. Ora forse si riesce a capire che l’avere smantellato il SSN, averlo visto come un costo, più che come una ricchezza, è stato un errore, un errore che ora mette ulteriormente a rischio quel bene primario chiamato vita, che si è voluto tenere in secondo piano per focalizzarsi su altri beni e altri valori. E ora si celebrano le gesta, chiamandoli eroi, di quei disgraziati individui che, additati come costo, un tempo venivano quasi ritenuti gli infami responsabili del dissesto economico del nostro Paese.

A questi eroi, sparuti e spremuti rappresentanti di un esercito un tempo numeroso, ora si chiede un ulteriore sacrificio, per la tutela della salute e della vita del popolo italico. L’invito è di quelli che non possono lasciare indifferenti: tutti insieme a mani nude contro il nemico per dimostrare ancora una volta quanto eroica può essere la categoria. Assomigliamo un po’ agli eserciti di un tempo che scendevano in battaglia in campo aperto con decine di migliaia di morti. Altri tempi! Onori e medaglie, soprattutto per i generali, quasi mai per i soldati semplici. Come spesso accade e, a maggior ragione questa volta, i generali stanno a guardare, protetti da scudi impermeabili. A qualcuno interessa la sicurezza degli operatori? A parole si. Allora dove sono le armature e gli scudi? Dove sono i Dispositivi di Protezione Individuali (che servono a proteggere dal virus gli operatori)?

Cito testualmente dal documento di ATS Sardegna “Informazioni ed istruzioni operative per la protezione individuale e la prevenzione della trasmissione del SARSCoV-2 del 17.03.2020: Le mascherine chirurgiche sono dispositivi medici, disponibili in 4 tipi: I, IR, II e IIR, con protezione crescente a seconda degli strati filtranti e della conseguente filtrazione batterica, che arriva al 98% per il tipo IIR, che resiste anche agli spruzzi. Proteggono da schizzi e da particelle visibili di secrezioni respiratorie e nasali, ma non dall’aerosol virale vero e proprio e andrebbero comunque sostituite entro 4 ore, perché inumidendosi perdono efficacia. Bisogna lavarsi le mani prima di indossarle e prima e dopo averle tolte e assicurarsi che coprano bene naso e bocca, anche se comunque lasciano sempre spazi laterali liberi, che ne diminuiscono l’efficacia. Il respiratore con filtrante facciale è l’unico tipo di DPI/mascherina che può dare una protezione anche dai virus.

L’efficacia filtrante viene indicata con sigle FF da P1 a P3: • FFP1 indica un’efficacia filtrante minima contro le particelle solide del 78%; • FFP2 un’efficacia minima del 92% contro le particelle solide e liquide; • FFP3 un’efficacia che arriva al 98%. Per la protezione dai virus sono indicati solo i tipi FFP2 e FFP3. Vanno sostituiti dopo 8 ore, e ovviamente mai riutilizzati, e smaltiti correttamente dopo l’uso, specie se c’è il sospetto di contaminazione. Per una buona aderenza al volto non ci devono essere barba o baffi ed è da tener presente che offrono un comfort limitato e possono anche causare in chi è predisposto, oppure non abituato e addestrato, difficoltà respiratorie, che possono limitare l’efficienza lavorativa.” Allora, considerata l’alta percentuale di portatori asintomatici che possono infettare in qualsiasi momento gli operatori sanitari nel corso del loro lavoro, mi chiedo quale sia il fine di tutti gli equilibrismi oltre i confini della logica, della scienza e di ogni tipo di etica e bioetica, anche quella più lassa e sciatta, per giustificare la raccomandazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità ai medici e agli operatori di utilizzare nella gran parte dei casi le mascherine chirurgiche? Forse perché l’eroe è tale solo se muore sul campo di battaglia? O perché l’eroe è tale finché serve e se ci fosse la mala parata può anche essere additato testé come maldestro e sciatto untore? Sono solo ipotesi. La realtà è molto più semplice: i DPI mancano o sono insufficienti.

Difficile tracciare profili di responsabilità cui addebitare colpe di tutto ciò. Lo scenario è obiettivamente complesso e tuttora difficile da decifrare. Ciò che crea disagio e risentimento a chi si adopera senza riserve per tutelare la salute pubblica e che la realtà venga camuffata addirittura ignorando e stravolgendo i dati scientifici. Si vengono così a confezionare delle linee guida addomesticate alla realtà dei fatti. Che bisogno c’era? Quali interrogativi possono sorgere nella mente di chi si sacrifica in nome della deontologia e della propria etica professionale oltre che per le proprie convinzioni morali e/o religiose per tutelare la Vita? Come può accettare l’idea paradossale di diventare egli stesso non apostolo della Vita ma, eventualmente, una volta infetto, e a sua insaputa, vettore di morte per quelle stesse persone che vorrebbe salvare? Io credo che il tempo e la storia alla fine renderanno giustizia ai giusti. Ma, nel frattempo è nostro dovere morale ed etico pretendere rispetto e protezione per noi stessi e per le persone che vogliamo curare.