La Grande Prosa: “Le Ultime Lune” di Furio Bordon in tour per l’Isola

Tournée nell'Isola - sotto le insegne del CeDAC - de "Le Ultime Lune" di Furio Bordon con Andrea Giordana e Galatea Ranzi e con Luchino Giordana. Si inizia martedì 14 a Olbia.

Viaggio tra i ricordi con “Le Ultime Lune” di Furio Bordon in cartellone martedì 14 gennaio alle 21 al Cine/Teatro “Olbia” di Olbia, martedì 14 gennaio alle 21 al Teatro Civico “Oriana Fallaci” di Ozieri (dove inaugurerà la Stagione 2019-2020), giovedì 16 gennaio alle 21 al Padiglione Tamuli delle ex Caserme Mura di Macomer, venerdì 17 gennaio alle 21 al Teatro Civico di Sinnai in collaborazione con L’Effimero Meraviglioso e infine sabato 18 gennaio alle 21 all’Auditorium dell’Istituto Tecnico “Lorenzo Mossa” di Oristano (dove aprirà la Stagione) sotto le insegne della Stagione 2019-2020 de La Grande Prosa organizzata dal CeDAC nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.

Sotto i riflettori Andrea Giordana – attore di teatro e cinema, figlio d’arte (la madre era l’affascinante Marina Berti e il padre l’attore e regista Giorgio Gora) e volto noto del piccolo schermo (dagli esordi nello sceneggiato “Il conte di Montecristo”, alle più recenti serie tv come “Provincia Segreta”, “Rosso San Valentino” e “Rimbocchiamoci le maniche”) nel ruolo del protagonista, un vecchio professore – già interpretato da Marcello Mastroianni nella fortunata mise en scène diretta da Giulio Bosetti.

Nella sua solitudine, l’uomo è impegnato in un ininterrotto dialogo con la moglie defunta – che ha volto e voce di Galatea Ranzi (talentuosa e versatile attrice di prosa, diplomata all’Accademia “Silvio D’Amico” di Roma con all’attivo un’intensa e brillante carriera, diretta da registi come Luca Ronconi, Cesare Lievi e Roberto Andò e – al cinema – i fratelli Taviani in “Fiorile”, Cristina Comencini e Giuseppe Piccioni, nel cast de “La grande bellezza”, “La ragazza della nebbia” e “Copperman” – mentre in televisione spazia da “La freccia nera” a “CentoVetrine” – a “Baby”. L’amore non s’interrompe né si esaurisce con la morte – e la donna continua a vivere nella mente e nel cuore del protagonista, fedele compagna di un’intera esistenza, consigliera e amica, costantemente evocata negli istanti lieti e amari, testimone invisibile dell’inesorabile scorrere del tempo e presenza inafferrabile, ma rassicurante nell’ora del tramonto.

Il legame indissolubile con la sposa e il rimpianto per la felicità perduta si accompagnano al difficile rapporto del protagonista con il figlio, interpretato da Luchino Giordana (figlio di Andrea Giordana, attore di teatro e cinema, già applaudito nell’Isola ne “Il bell’Antonio”) in un curioso gioco di specchi tra arte e vita: “Le Ultime Lune” racconta il difficile rapporto fra genitori e figli, l’incapacità di comunicare che si erge come una barriera invalicabile, tra incomprensioni e silenzi.

“Le Ultime Lune” – nel nuovo allestimento di Palcoscenico Italiano / Centro Teatrale Meridionale – con la regia di Daniele Salvo, con le scenografie di Fabiana Di Marco e i costumi di Martina Piezzo, e con il disegno luci di Giuseppe Filipponio propone un insolito ritratto di famiglia in un interno, tratteggiato con sensibilità e delicatezza – da cui emergono le ragioni degli uni e degli altri sullo sfondo dell’Italia – e dell’Europa – di oggi e di ieri.

Focus sulle memorie di una vita con la pièce che descrive un paradossale rito di passaggio alla rovescia, la fuga da casa di un vecchio che sceglie di ritirarsi dal mondo, identificando nell’anonimato di un ospizio, tra una folla di coetanei, sconosciuti e discreti, la meta del suo volontario esilio. La segreta e inconfessabile speranza di incontrare un’opposizione da parte del figlio per questa decisione, che è in fondo la confessione di un doloroso fallimento – nella sfera degli affetti – s’infrange contro la triste realtà: la linea sottile che li divide, pur nella stessa dimora, non s’infrange neppure per un prematuro addio.

“Le Ultime Lune” è un’opera necessaria in un’epoca in cui l’evoluzione economica e culturale ha così profondamente trasformato il ruolo e il significato della famiglia, fondamento della società, ma anche spazio di conflitti spesso laceranti: il testo s’interroga sulla profondità o superficialità dei legami e su valori come il rispetto e il prendersi cura a fronte di un individualismo sfrenato, all’insegna di un irresponsabile “carpe diem”.

La pièce mette a confronto passato e futuro, il patrimonio immateriale e inestimabile dei ricordi di un’intera esistenza, tra rimorsi e rimpianti e la corsa verso il nulla di una generazione senza radici, immersa nel presente, ignara di ciò che è stato e ciò che sarà – come di ciò che potrebbe e dovrebbe essere, nel naturale passaggio del testimone e il confronto, non sempre facile, fra le diverse generazioni. Un “canto del cigno” in un cui la coscienza di quel che si è stati (e si è diventati) affiora prepotente dal magma dei pensieri e delle emozioni: il protagonista, in procinto di abbandonare la stanza teatro della sua solitudine abitata da fantasmi, dall’eco di parole e fatti impressi nella sua mente, sfoglia a ritroso il diario dei giorni, come e a ripercorrere le stagioni trascorse, prima di incamminarsi verso la fine. “Le Ultime Lune” indaga il senso della vita – e della morte – dalla prospettiva di chi si accinge a voltare le ultime pagine, con la consapevolezza del proprio destino, dal peso delle scelte e degli errori, dell’importanza di ogni singolo istante di felicità – e perfino di malinconia.

Nella moderna civiltà dell’apparire che rifiuta l’idea stessa d’invecchiare per inseguire il miraggio di un’eterna giovinezza, è importante rammentare, come sottolinea Daniele Salvo, che «La vecchiaia è un privilegio. Una pietra preziosa. È un momento della vita di un uomo in cui tutte le linee convergono verso un punto sospeso sul filo dell’orizzonte. È la somma di tutti gli addendi, il termine di un progetto, l’inizio di un nuovo cammino». Una fase cruciale che – secondo il regista – «Coincide con la condizione del poeta. Essere poeti oggi dà scandalo. Il poeta non serve a nulla. Il poeta dà fastidio. È troppo ingenuo, troppo fragile, troppo vero. E soprattutto il Poeta, come il vecchio, sa dire la verità. Il poeta attende paziente, siede su una panchina sul ciglio del torrente del tempo e guarda. Una foglia cadere, una gemma sbocciare, un bambino che sorride». Ma soprattutto – ricorda Salvo – «Il poeta, come il vecchio, possiede la mappa del labirinto, crea un modello infantile dell’universo, “di un universo fondato sin dalla tenera età nel nostro cuore, una specie di libro di testo per capire il mondo dal di dentro, dal suo lato migliore e più fulgido”. Il Poeta canta con la sua voce sempre più flebile ride tra i denti, ma mi accorgo che piange. E’ solo un uomo, o forse un vecchio. Ma il suo pianto conduce al futuro».