“Juden hier”, cioè “Qui ci sono ebrei”. Una scritta da brivido sulla porta di un’abitazione di Mondovì in provincia di Cuneo

Autrice della prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista “Le donne di Ravensbruck”, staffetta partigiana, ha lavorato per l’Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati, Lidia Beccaria Rolfi, morta nel 1996, non avrebbe potuto tollerare una così vergognosa manifestazione di imbecillità. Sulla porta di casa sua, dove oggi abita il figlio Aldo, è apparsa la scritta antisemita che ci catapulta bruscamente a una delle pagine più nefande della nostra storia.

A poche ore di distanza dalla celebrazione del “Giorno della Memoria” fa ancora più male constatare come l’intolleranza razzista, ancora, si nasconda infida nel ventre della società contemporanea, ed esprima il suo odio nei confronti degli ebrei solo perché sono ebrei. Incolpevoli, ma indegni agli occhi dei carnefici.

Il disprezzo e l’ostilità insieme all’ignoranza e alla cattiveria, trovano terreno fertile in un ancora vivo spirito nazifascista rappresentato, a suo tempo, dalla figura di Adolf Hitler, e rivitalizzato oggi da esseri piccoli e inconsapevoli, ma molto pericolosi perché la propaganda antisemita è ben organizzata, nonché “armata” anche da importanti risorse economiche.

L’odio di uomo verso uomo incrementato da chi ignora l’oppressione e il dolore immane riservati al Popolo Ebraico da secoli, è inaccettabile. Se queste piccole menti provassero un solo minuto di un solo giorno della propria vita nei campi di concentramento di Auschwitz, di Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen o Mauthausen e tanti altri, forse capirebbero che offendere in qualunque modo le persone sfuggite alle SS naziste è a dir poco abominevole, e li rende nell’immediato, complici di quei delitti imperdonabili compiuti nel nome del mito della razza.

Sconcertanti i risultati di una ricerca del Congresso Ebraico Mondiale, secondo la quale solo nel 2016 sarebbero 382mila i post antisemiti su blog e social network, in pratica uno ogni 83 secondi. Messaggi su piattaforme come Facebook, Twitter, YouTube o Instagram fomentano l’odio contro gli ebrei in almeno venti lingue diverse. L’odio corre online tra le foto di gite al mare e i post dei nostri piatti preferiti. Inverosimile ma reale, una situazione allarmante che dimostra l’assoluta necessità di intervenire e condannare, senza appello, ogni incitamento all’odio razziale che porterebbe inevitabilmente al ripetersi della storia.

Migliaia di cadaveri nelle fosse comuni, visi atterriti di quasi 9000 persone ancora vive che fissavano il vuoto con occhi spenti e spaventati, corpi scheletrici distrutti fino in fondo all’anima, abbandonati ovunque. Questo lo scenario che si presentò alle truppe dell’Armata Rossa quando oltrepassarono i cancelli di Auschwitz, e deve essere lo stesso davanti agli occhi di chi, anche dietro lo schermo di un computer, ha voglia di offendere la dignità di un popolo.

Lidia Beccaria Rolfi non era nemmeno ebrea, l’episodio antisemita ai danni della sua famiglia è molto grave e i responsabili prima di pagare per il reato commesso dovrebbero, quantomeno, cercare di capire il dolore delle vittime del più terribile olocausto che l’Europa abbia mai conosciuto. Ma forse è chiedere troppo…

Lidia è stata importante per farci comprendere la drammaticità della deportazione compiuta dai nazifascisti. Dobbiamo conoscere, ricordare fare tesoro degli insegnamenti affinché nessuna scritta possa mai cancellare la sua testimonianza.

“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia.” (Primo Levi)

Sabrina Cau