Agitamus e le sue storie toccanti: l’autismo di Matteo Puggioni a Sassari

Nel suo secondo semestre di attività, Agitamus 2019 e i suoi 26 istituti comprensivi coinvolti, produce aneddoti di ogni tipo. Uno particolarmente rilevante è accaduto all'IC Latte Dolce di Sassari e ha visto come protagonista il nuotatore paralimpico dell'AlbatroSS, Matteo Puggioni, una quarta elementare e una terza media. Tutti i dettagli nell'articolo.

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Agitamus insegna a indossare i propri panni con orgoglio e consapevolezza

I pionieri perbene scrutano lande inesplorate e le trapassano con accorgimenti che siano benefici alla collettività. Così agisce Agitamus in quegli Istituti Comprensivi ubicati in paesi o borgate che hanno bisogno di un sostegno attento, scrupoloso, amorevole. E in questo caso lo sport paralimpico diventa strumento che stimola riflessioni ampie perché diventa oggetto di riscatto per se stessi e famiglie di appartenenza.

A Sassari, alunni provenienti da realtà sociali più disparate e da due quartieri completamente diversi, come S. Orsola e Latte Dolce, si relazionano serenamente, monitorati a vista dallo psicologo dello sport Giuseppe Manca e dagli stessi insegnanti che hanno sposato appassionatamente il progetto adottato dal CIP Sardegna, con il supporto indispensabile della Regione Sardegna e l’avallo del MIUR.

Talvolta accadono episodi che lasciano il segno e testimoniano quanto la forza di Agitamus riesca a scardinare preconcetti che avrebbero bisogno di costanti revisioni.

Tutto accade nel giorno dedicato al modulo (sono cinque in tutto) della disabilità intellettiva: assieme agli alunni della quarta elementare di S. Orsola e della terza media di Latte Dolce interagiscono i nuotatori del progetto AlbatroSS. Tra loro c’è l’autistico Matteo Puggioni, che lascia tutti senza parole, perché nel racconto della sua patologia è consapevole di quanto i genitori si siano sentiti smarriti al momento in cui gli fu diagnosticata.

Agitamus

Tra gli uditori c’è una bimba non facente parte della classe, ma ospitata lì per l’occasione. Fino a quel momento aveva colpito lo staff per solarità e vivacità. Inaspettatamente scoppia in lacrime: ha una cugina autistica, incapace di comunicare con l’esterno; certe situazioni descritte da Matteo le ha vissute in prima persona. Il suo cruccio è non riuscire a giocare e a socializzare con lei.

Resosi conto di quanto questa situazione la faccia soffrire, Matteo si precipita a consolarla. Le dice che anche i suoi genitori erano sconvolti nei primi tempi ma ora sono fieri di lui visti i risultati ottenuti nella scuola e nello sport.

Tra i presenti c’è anche Manolo Cattari, l’ideatore di Agitamus e figura di spicco all’interno del team Progetto AlbatroSS. Una performance di questo tipo lo lascia tutt’altro che indifferente. Anche perché nel suo libricino, intitolato Il Girasole di Unpoquaeunpolà e distribuito in tutti e ventisei istituti comprensivi coinvolti nel progetto, si trova lo spunto per capire che in queste situazioni è proprio la famiglia ad avere maggiori difficoltà.

Un episodio di forte impatto per tutti, fulgido esempio di come lo sport aiuta a venire fuori dalle situazioni difficili.

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Parola allo psicologo dello sport: le sensazioni di Giuseppe Manca

Il suo cervello è stato in fuga negli anni dell’incameramento didattico. Prima a Padova, dove si è laureato, poi a Torino per conseguire il master di specializzazione in psicologia dello sport. Il sassarese Giuseppe Manca si definisce un nostalgico che ha preferito riabbracciare, anche lavorativamente, la sua Sardegna, con l’intento di fare carriera negli spazi vitali a lui molto vicini.

Con Agitamus ha esordito nel primo semestre, seguendo due classi all’Istituto Comprensivo di Alghero. Poi la riconferma presso Latte Dolce e Olbia.

Che riflessioni si possono fare dopo la bella storia di Matteo?

Trapelano due elementi. Il primo è dato da un ragazzo autistico che coglie l’attimo perché capisce cosa sta succedendo. I progressi di Matteo vengono a galla mentre è in atto la discussione della diagnosi; parla di se stesso apertamente, capisce come sta l’altra e va a consolarla. Introducendo il secondo elemento, è risaputo che chi è affetto da autismo abbia difficoltà a relazionarsi agli altri, ma in questo caso è successo l’esatto contrario.

Evidentemente, l’atmosfera in classe era favorevole affinché ciò accadesse…

La costruzione del clima emotivo è un mio pallino. Per me era importante circoscrivere un momento di sicurezza, dove gli atleti si potessero sentire a proprio agio nel parlare di sé e delle loro difficoltà. Allo stesso modo era altrettanto importante che i bambini si potessero immedesimare con queste esperienze.

L’alunna vi ha lasciato ugualmente senza parole…

Celava molto bene i sentimenti più intimi. Ha rivissuto la sua esperienza dalle parole di Matteo.

Cosa fate concretamente per sciogliere gli animi dei piccoli studenti?

Credo che sia molto importante metterci sullo stesso livello. Ed entrare nella loro sfera di linguaggi, significati, comunicazioni, costruendo un ambiente dove ci si possa raccontare. L’intervento di Matteo è avvenuto mentre, assieme ad una trentina di persone, eravamo seduti per terra in cerchio. Abbiamo affrontato con molta attenzione certi temi, evitando commenti e giudizi. Le nostre idee sono state esposte come se fossero parte integrante di un racconto. Alla stessa stregua di quando ci si siede attorno a un fuoco e si inizia a parlare.

Il tuo modo di rapportarti agli allievi è mutato rispetto ad Agitamus primo semestre?

I cambiamenti ci sono stati, senza ombra di dubbio. La prima esperienza è stata una scoperta, perché non sapevamo come avrebbero reagito i ragazzi all’incontro con gli atleti. Avevamo un’idea ma dovevamo verificarla. Ora sappiamo meglio su cosa puntare e il progetto è diventato più nostro. C’è la consapevolezza che Agitamus riesca a stimolare nell’altro un’apertura, un confronto, una messa in discussione di sé. E quindi andiamo proprio a ricercarla. Sappiamo che ha un impatto emotivo e facciamo in modo che certi aspetti (vedi soprattutto quelli legati alla sensibilità) si verifichino e diventino oggetto di riflessione da fare insieme.

La psicologia dello Sport è molto utile…

Ma rappresenta anche una bella sfida, sia dal punto di vista della prestazione, sia da quello educativo, in una cornice dove possono accrescere i valori dello sport della solidarietà e dell’inclusione. È importante che i ragazzi, quando fanno sport, possano fare una buona esperienza anche a livello formativo.

E quindi riguarda indistintamente tutti gli atleti, paralimpici compresi…

In classe parliamo spesso di ansia della prestazione, riguarda davvero tutti. Studenti compresi, specie quando monta prima dell’interrogazione. Con Manolo ragioniamo spesso su come si possa gestire. Ed è interessante affrontarla assieme agli atleti del progetto AlbatroSS perché loro su questo argomento sono scafatissimi, descrivono accuratamente e in modo simpatico mal di pancia e agitazioni varie.

Una riflessione finale sulle due classi con cui hai lavorato?

Tra la quarta elementare di S. Orsola e la terza media di Latte Dolce inizialmente sono affiorati atteggiamenti contrastanti. Come la capacità di stare insieme in classe e fare riflessioni. I frequentanti di Latte Dolce facevano più fatica a mettersi in discussione. Poi tutto è cambiato: hanno cominciato a seguirci con tantissima attenzione e quando è arrivato il loro turno per la lezione verticale, sono stati bravissimi, dandosi un sacco da fare e mostrando molta ospitalità e soprattutto creatività.

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