Considerazioni conclusive al termine biennio di collaborazione – L’Integrazione delle polarità, la necessità al Riconoscimento della controparte

Il sistema dualistico si regge, a nostra insaputa, su un sistema spirituale molto più grande, più articolato, di quanto possiamo soltanto arrivare ad immaginare. La mente umana, come ci confermano recenti studi, ha possibilità pressoché illimitate, infinite: dovrebbe essere proprio questo un motivo incentivante per il singolo al cambiamento. Tuttavia, la paura ha sempre rappresentato un blocco per tutti, e sappiamo non essere semplice riconoscere quest’evidenza, soprattutto alla stregua di un sistema politico, istituzionale, sociale che tende a disconfermare piuttosto che incoraggiare. La paura come blocco, nodo che, stretto, non permette alla Vita, come fosse un fiume, di procedere con naturalezza lungo il corso – di fatti, continuiamo a “deviare” le energie che arrivano, costantemente, sulla Terra. Viviamo un po come fossimo ciechi e sordi, inconsapevoli dell’innumerevole quantità di occasioni che si presentano davanti ai nostri occhi, persino in questo momento. Studiando PNL mi sono reso conto, soprattutto relativamente al “cambio di percezione” (cd. change of perspective) che, di quanto esistente in natura (nell’Altro), poco andiamo a considerare e soltanto le cose che “più ci interessano”, i cosiddetti “particolari salienti”, quelli che più saltano all’occhio. Ecco che, applicando tale possibilità (poiché tutto è interconnesso e noi siamo interconnessi al Tutto) alle relazioni interpersonali, alle dinamiche gruppali, a qualsiasi contesto sociale esistente, noteremmo, immediatamente, quanto queste nostre mancanze, i continui limiti che andiamo autoimponendoci, i tentativi di autosabotaggio (la presunta incapacità nel metterci in discussione, mettere in discussione la nostra posizione professionale, le nostre competenze, la poca disposizione all’apertura verso il prossimo, chiunque esso sia – il continuo confrontarci senza consapevolezza, senza baricentro, sull’incapacità di ritornare all’origine, alla semplicità, al riconoscimento consapevole dei princìpi regolatori della Vita, la presa di coscienza degli stessi per la co-creazione di una nuova modalità-pensiero più funzionale all’uomo moderno, più vicina alla nostra singola essenza, non risolve la profonda mancanza all’origine che affonda nel riconoscimento dell’Altro) sono soltanto giustificazioni, come ogni altra asserzione tesa a guardare ancora all’esterno, salvare un apparenza sempre meno importante, alla presunta incapacità di affrontare Noi Stessi, il nostro profondo.

Tutte le esperienze fatte fino ad oggi mi hanno insegnato ma, sopratutto, hanno confermato quanto già c’era in profondità, quanto non avrei mai potuto, ne desiderato sacrificare “in favore” di qualcosa di sempre meno importante, sempre meno significativo rispetto al messaggio più importante, tanto personale quanto collettivo. Ho compreso dell’importanza di una valida, efficace comunicazione guardando ad una società che, sempre meno, riusciva a comunicare, dialogare, comprendere, Ascoltare, se non per pochi attimi. Non c’è mai stata una vera comunicazione, una condivisione, in quanto il singolo, eccetto rare eccezioni, non ha mai avuto la possibilità di guarire le sue profonde ferite di sempre: è un vecchio discorso – un aiuto che non c’è mai stato, una mano sempre poco disinteressata, protesa ma con paura

L’esistenza del Giudizio (così come del sistema giudiziario, penal-processuale – tutti i tentativi tesi a trovare la “colpa“, il “colpevole” – l’estenuante ricerca giudiziaria del “capro espiatorio”, la persona-personaggio da designare come vittima sacrificale di un disagio sempre meno singolare, sempre più collettivo, di Tutti – Siamo Uno) è giustificata dal sottile meccanismo, esistente fin dall’antichità, della “colpa“: soltanto attraverso il proprio riconoscimento (il lavoro su se stessi) è possibile comprendere quanto questa vecchia concezione (l’utilizzo della forza per l’ottenimento dei propri diritti) sia stata sempre più disfunzionale alla ri-scoperta dei princìpi Universali, sempre più lontani dalla nostra vera essenza, dal significato, invisibile all’apparenza, della Vita.

In questo senso, illusoriamente pensiamo di fare del male all’Altro perché non riconosciamo l’importanza del trattare, faccia a faccia, con le nostre personali paure: così ci muoviamo nel mondo, cercando i nostri diritti, il nostro Riconoscimento che corrisponde al desiderio di essere visti, riconosciuti, valorizzati per quello che in realtà siamo. Spesso ci accontentiamo e, nella rabbia, nella frustrazione, all’Apparenza “leghiamo” la nostra vita, la nostra professione, la nostra carriera, nell’ulteriore tentativo a questo personale riconoscimento: ancora chiediamo l’Ascolto che, a differenti gradazioni, non ci è mai stato dato o, come avviene più spesso, tendiamo a non chiederlo più chiudendoci in noi stessi e conducendo vite condizionate al margine, magari nella dipendenza, sempre meno vicine al prossimo, alla leggerezza, alla spensieratezza.

L’apparenza dell’immagine spesso gioca un ruolo fondamentale dal punto di vista sessuale: i cosiddetti luoghi comuni continuano ad esistere ed affondano radici nei condizionamenti familiari, parentali, sociali che, più in profondità, trovano terreno fertile in un sistema socio-culturale che prevede il “rispetto” della forma (un sistema legislativo-istituzionale che fonda sulla concezione di questa concezione di rispetto, inesistente, perché mancante della concezione di Umanità – del rispetto della stessa, non potrà far altro che re-inviare ad una continua non accettazione dell’essere umano nella sua più naturale accezione, ai princìpi universali, di conseguenza alla concezione di Libertà, alla realizzazione dell’intimo senso della condivisione, della sensibilizzazione, della Vita), del “buon costume”, e tali concezioni-convenzioni fanno da sfondo ad un sistema sempre più lontano dall’accettazione dell’Altro: come possiamo accettare l’Altro se non accettiamo noi stessi? Quindi il continuo, persistente tentativo del guardare all’esterno, trovare all’esterno le risposte che necessitiamo, invece, di trovare all’interno. La mancanza di conoscenza assume connotati di limitazione e contribuisce ad alimentare il disagio del singolo (il desiderio del singolo che si riflette nel collettivo, i movimenti generazionali come spinte ad un accelerazione evolutiva, all’accettazione delle singole visioni – tuttavia, è molto importante comprendere quanta differenza possa fare un singolo, in quanto anche soltanto un singolo può cambiare il mondo – dall’accettazione del singolo nella sua totalità, nella sua semplicità, alla realizzazione di un importante messaggio, distrattamente incompreso: non considerare l’esistenza di particolari apparentemente inesistenti, compresa l’importanza del desiderio del singolo sul quale tendiamo a soffermarci troppo poco, talora non soffermarci nemmeno, rappresenta la riprova di quella profonda mancanza verso noi stessi).

Parliamo spesso di paura e del modo in cui essa si manifesta, di tutte le conseguenze dovute al mancato Ascolto da parte del prossimo, dell’importanza che ha sempre avuto la vicinanza fisica, emotiva, a fronte di una serie di interessi fin troppo “personali“. Nella mia esperienza giornalistica ho spesso posto l’accento su una specifica mancanza qual’è quella dell’Ascolto. Solo successivamente, andando più in profondità, con l’avanzare sul cammino, ho realizzato la presenza di una seconda, più atavica: il mancato Riconoscimento da parte dell’Altro. Questo mancato riconoscimento avrebbe comportato la rinuncia in favore di qualcos’altro, di qualcun’altro, ed in questo senso non avrei fatto altro che alimentare un meccanismo socio-culturale di appartenenza che, a tempo stesso, mi garantiva una certa continuità affettiva. In realtà la mia infelicità è sempre stata dovuta alla presenza dei condizionamenti che, in un modo o l’altro, viviamo alla nascita e, se non compreso, non superati, riproponiamo nelle nostre relazioni interpersonali perché presenti, come un macigno, all’interno di noi stessi.

Un aspetto da considerare, perno di molte discussioni e battaglie portate avanti ultimamente da gruppi più o meno numerosi, è la determinazione della donna, la forza della polarità femminile che, negli anni, ha dato prova di una terza mancanza che si unisce alle prime due, del mancato coinvolgimento all’avanzata, nella progressione dell’evoluzione: esattamente, il mancato dialogo fra maschile e femminile, una comunicazione lasciata da parte moltissimo tempo fa. Nel momento in cui l’uomo (il maschile) ha rinunciato a questo sodalizio, lasciando indietro la parte femminile quest’ultima, svantaggiata, privata di forza, si è vista costretta a soccombere sotto l’egida di un energia che, in seguito avrebbe, inevitabilmente, avuto la meglio sul piano fisico.

Quindi una battaglia persa in partenza: il maschile necessita del femminile per la co-creazione del futuro, il femminile necessita della sua controparte per favorire la sua azione nel mondo, la creazione di un percorso, il più possibile, legato al singolo. E’ necessario che alla mente-pragmatismo si affianchi il cuore-ricezione (in realtà, da un profondo lavoro su se stessi si arriva alla comprensione dell’importanza di questi), altrimenti non sarebbe neanche possibile l’incontro fra persone, soprattutto dal punto di vista mediativo, cooperazionistico (questo giustificherebbe tutte le difficoltà che, spesso, incontriamo nella comunicazione con il prossimo: la presenza di paura alla base che impedisce l’espressione della condivisione, alla collaborazione – l’apertura del cuore di ogni altro centro nevralgico spirituale concorre alla realizzazione dell’Unità con il prossimo, altrimenti impossibile da riconoscere): si tratta di un incontro, una ricerca che andiamo riproponendo in ogni istante della nostra vita. Tuttavia, possiamo dire che soltanto attualmente stiamo assistendo ad una re-integrazione che prevede l’ingresso, e sarebbe abbastanza sciocco definirlo tale, in quanto ogni trasformazione che si rispetti muove le energie in profondità, ad un livello invisibile agli occhi umani, dell’energia femminile, quella polarità che il maschile tende a prevaricare, quasi involontariamente, in favore di un intenzione più vicina all’azione, più “in linea” con la propria naturale inclinazione.

Adesso che, nella nostra società, all’approssimarsi di un orizzonte sempre più vicino, comprendiamo l’importanza dell’entrare in empatia con il prossimo, ci rendiamo conto di quanto tempo è stato perso all’inseguimento, nelle modalità di approccio al disagio interiore, di un immagine d’apparenza. Realizziamo quanto sia importante, necessario ritornare a noi stessi, alla cura della nostra persona, dei suoi desideri (del nostro bambino interiore), in relazione al raggiungimento di un fine sempre meno personale, sempre meno sconnesso dal collettivo.

Un equilibrio necessario difficilmente avvenuto in passato ma che, oggi, si rivela sempre più importante, impellente, alla stregua di una società che tende al riconoscimento dei bisogni, delle necessità dell’Altro (femminile-ricettivo) ma ancora tenta di aggrapparsi all’interesse del singolo (maschile-attivo). Non siamo separati gli uni dagli altri (le nostre paure, il nostro disagio, come una “profezia che si auto adempie” si riflette nell’Altro, nei suoi atteggiamenti, nelle sue azioni, nei suoi pensieri) ma interconnessi, soprattutto nella co-creazione dei singoli percorsi – i neonati, non riconoscendo la propria separazione con la madre, vivono questo stato alla nascita. Procedendo sul percorso di consapevolezza circa i nostri veri bisogni ed il modo di raggiungerli, con la volontà di abbandonare i Condizionamenti del passato (radicandoci nel Presente), comprendiamo quanto sia fondamentale quest’integrazione: è una lezione che il maschile necessita di imparare, accettare la propria controparte. Il maschile e il femminile al nostro interno (l’esterno specchio dell’interno – macrocosmo riflesso del microcosmo), una realtà esteriore inesistente, una concezione apparentemente difficile da raggiungere: ancora fatichiamo nel realizzare qualcosa del quale già siamo a conoscenza, dell’avanzamento sul nostro singolo sentiero, il lavoro su noi stessi (la ricerca della Felicità, l’integrazione-unione delle polarità cosa che, nonostante le diverse difficoltà parte di un sistema sociale che ha spesso visto e tuttora vede il maschile al centro della scena, abbiamo sempre fatto) che spetta ad ognuno.

L’uomo che cerca la donna, la donna che cerca l’uomo, dapprima l’incontro e poi, come spesso accade, lo scontro – il tentativo “infinito” della ricerca dell’Altro si ferma davanti alla “prova dello specchio“, il nostro riflesso nell’Altro, la scoperta del sottile dualismo, insito nella complessità dei meccanismi dell’ego-mente, nell’identificazione con questi (la mancata consapevolezza al riconoscimento), il continuo ritorno al maschile. Ma tutto sembra confutare contro quest’apparente soluzione, producente da un parte, controproducente dall’altra. Se è vero che gli opposti si attraggono, pure si respingono: si tratta dell’aspetto della Dualità (il piano fisico entro il quale viviamo) che prevede, sommariamente, quest’incontro al fine dell’integrazione. L’obiettivo ultimo è rappresentato dalla partecipazione, dal conglobamento del nostro opposto (il rovescio della medaglia favorirebbe l’incontro con le nostre parti in ombra, la verità che spesso tendiamo ad escludere ma che, invece, rappresenta proprio la soluzione che necessitiamo di abbracciare al fine di ritrovare quell’equilibrio che andiamo cercando).

Nasciamo all’intero di una famiglia (condizionata dalle precedenti), carichiamo le spalle di altrettanti condizionamenti esterni (parenti, amici – società), ed infine, come sta avvenendo ultimamente, davanti a problematiche che sembrano più grandi di noi, più in la della forza che immaginiamo avere (tutte le forme di disagio, più o meno profondo) prendiamo coscienza dell’importanza di un lavoro interiore teso alla ri-scoperta del nostro vero potenziale, il lavoro di scavo all’interno che conduce alla nostra verità più profonda, appunto, l’auto-conoscenza. Più osservo l’esterno attorno a me, l’apparenza del pensiero d’aspettativa dell’Altro, dell’Apparenza sempre meno consistente, più comprendo la necessità del personale lavoro di scavo, a fronte del malessere, del disagio che l’Altro sta specchiando, del genere di pretese con le quali spesso mi interfaccio, nella mia quotidianità – Come anche scopro l’importanza della splendida opportunità, nonché l’esistenza dell’altra parte della medaglia: vivere la propria unicità, la natura del singolo contributo. Allora un personale riconoscimento, la ri-scoperta della propria essenza diventa qualcosa di meraviglioso, perché comprendiamo la necessità di questa forza baricentrata in grado di aiutare gli altri a perseguire il nostro stesso fine (l’emulazione come conferma allo specchio, all’interconnessione), lo stesso che, inconsapevolmente, loro stessi cercano. Infondo, l’Altro cerca quel che sto cercando io: il modo migliore per realizzare la propria presenza nel mondo, la propria “individualità“, o meglio, “unicità” è sentire che la propria natura è stata compresa fino in fondo – per fare questo, però, è necessario sgombrare il campo da tutte le paure, tutti i condizionamenti del passato.

Il succo del mio lavoro è rappresentato da quel messaggio originario che ho potuto, soltanto in seguito, e dopo un lunghissimo lavoro di scavo interiore, portare alla luce. Quante volte ho dovuto girare “attorno“, toccare la superficie del disagio (in presenza dei condizionamenti) per giungere al nocciolo della questione: accondiscendere a tutto questo faceva parte della mia prova personale che sapevo essere anche collettiva (l’interconnessione, quale stato naturale dell’Essere che si realizza soltanto a seguito di un profondo lavoro di Riconoscimento: più intenso e dedicato sarà il lavoro, più profonda sarà la sensazione di benessere, integrità interiore), concludere che il sistema diritti-doveri è fondato certamente su un antica dottrina ma, soprattutto, affonda in dinamiche sempre meno funzionali alla ri-scoperta della Verità, sull’Apparenza. E’ un apparenza che poggia sull’incapacità del singolo alla comprensione della verità condivisa (dell’importanza del singolo processo di auto-conoscenza). Questo repertorio di differenze ha rappresentato, a più sfumature, la difficoltà del singolo nell’essere se stesso (sui condizionamenti del passato), nella libera espressione (dall’integrità delle parti scisse in profondità, quindi della realizzazione di un Io integro) sui princìpi universali regolatori della Vita (Pace, Condivisione, Altruismo – insieme verso un unico termine qual’è quello di Amore che, ricordiamo essere sempre Incondizionato – la natura dell’Amore è incondizionata, da sempre e se il sistema – condizionato – ha necessitato di stabilire dei confini lo ha certamente fatto, ma suggellando delle mancanze ancora in essere, la “causa” della mancata realizzazione, comprensione di quel che davvero è sempre stato più importante ai fini singolari, collettivi).

In questo modo abbiamo assistito, ed assistiamo ancora, al perdurare di quest’Apparenza ritenuta (sempre meno…) funzionale perché sovvenzionata dalle stesse istituzioni, dai modelli legislativo-istituzionali, politici retti sull’inconsapevolezza, lontani dalla semplicità, dalla naturalezza, dall’intimo senso della Vita (contro l’artificiosità dell’apparenza, dell’interesse prettamente basato sul desiderio dell’ego – una realizzazione singolare ottenuta a questo prezzo mancherà della naturalezza, della spontaneità e sarà centrata sul controllo di se stessi, degli Altri – di conseguenza, non potrà esserci libertà in tali atteggiamenti che affondano nella gretta materialità, nella grossolanità, nella pesantezza di intenti legati all’immagine personale, quindi al sistema dell’aspettativa dell’Altro). In questo senso, abbiamo bisogno di rivalutare tutto quanto attiene alla sfera dell’importanza: quanta importanza diamo ai nostri pensieri (in relazione alla presenza dell’Altro), ai nostri desideri, alle nostre aspirazioni – a chi dobbiamo rispondere della nostra Felicità? Pensiamo davvero la nostra personale realizzazione, la nostra Felicità, essere agganciata all’aspettativa dell’Altro? 

Necessitiamo di rivalutare le nostre convinzioni circa la nostra presenza nel mondo, della differenza che siamo stati in grado di fare, che stiamo facendo, della nostra capacità di Comunicazione (d’Ascolto): cosa abbiamo sacrificato o stiamo sacrificando adesso? In favore di chi o cosa stiamo sacrificando? Qual’è il fine di questo sacrificio? Nessuno può rispondere a queste domande, eccetto che Te.

Tutto è comunicazione. Nel momento in cui apriamo la bocca per manifestare il nostro pensiero, questo stesso parla di noi: in questo senso tutti i nostri disappunti, la nostra rabbia, il nostro rancore – cerchiamo, in continuazione, di portare l’attenzione del nostro interlocutore sulle nostre paure, perché possa aiutarci a risolverle. Il grido d’aiuto, la tendenza al desiderio di riconoscimento esteriore, come unica possibilità che sentiamo avere (il neonato che piange alla ricerca di attenzione e, contemporaneamente, manifesta il bisogno) per far “sentire” all’Altro che ci siamo, che abbiamo bisogno di qualcosa, nella stragrande maggioranza dei casi di quell’attenzione che nell’infanzia non ci è stata data. Quella parte di noi che sta parlando desidera comprendere il perché di quello che è successo, si tratta di un disagio, un mancato riconoscimento mai rielaborato, e così ci spostiamo nel mondo, camminiamo per le strade riflettendoci nello sguardo, nelle azioni, nel pensiero dell’Altro ricercando quell’integrità, quella soluzione alla mancanza che si trova al nostro interno (specchi esseni). Distrattamente, senza conoscenza, spesso senza possibilità di riconoscere quello che sta avvenendo dentro, perché assenti da figure di riferimento che possano direzionare, mostrarci la ferita e risanarla, tendiamo a dimenticarci di noi stessi (del mancato Ascolto) riproponendo, da una parte i vecchi condizionamenti familiari, parentali che ci hanno visto protagonisti di una dura lotta tra l’accettazione di noi stessi in relazione a quanto vissuto all’esterno, con l’Altro (desiderio infinito di portare il nostro contributo nel mondo, mostrare la nostra essenza, essere Liberi), dall’altra coprendo la stessa ferita che, come sappiamo bene, va guardata in faccia e guarita. Si tratta di una ferita infantile, così come la tanta diffusa Apparenza (quasi inevitabile), in un mondo dove tutti desideriamo manifestare la nostra vera essenza e spesso non riusciamo, desideriamo condividere, parlare della nostra vita passata, delle nostre sofferenze passate. La Verità è Una e si trova al nostro interno: è la nostra verità, la realtà interiore che spesso urla il suo disagio nell’incomprensione, davanti al terzo pregiudicante, giudicante che desidera mostrare, a suo modo, la Sua Verità e, come sempre accade, soprattutto guardando ad una società di “potere” (l’utilizzo della forza, quindi l’esclusione dell’Amore, come unico mezzo all’ottenimento dell’Ascolto – il “sacrificio“, nel condizionamento, per la realizzazione di un fine illusorio, poggiato essenzialmente sulla paura dell’autorità, quindi la ricerca dell’ordine, dell’apparente equilibrio mediante processi che, seppur giustificati, non rappresentano la vera soluzione al raggiungimento dello scopo – perché più semplice, meno faticoso, guardare all’esterno) basata sull’interesse egoico, sull’attaccamento alla materia, vorrebbe che la Sua verità fosse riconosciuta (allo stesso mostro in cui facciamo noi – si tratta, quindi, dello stesso desiderio, stessa ferita da mancato Riconoscimento, mancato Ascolto che si manifesta, per tutti, a diverse sfumature ma sempre nello stesso modo). La ferita infantile irrisolta che caratterizza la stragrande maggioranza di noi, eccetto chi ha desiderato, voluto ed iniziato un percorso personale di auto conoscenza e risoluzione delle proprie paure – vero è che rimangono in essere i condizionamenti, ancora attivi nella nostra vita, ma questi verranno rimpiazzati dal tempo – infondo, necessitiamo di tempo perché le situazioni possano risolversi. Non possiamo pensare che in una seduta di psicoterapia si risolva tutto, la cosa importante è riconoscere la ferita, provare ad accettarla e superarla. L’integrazione del femminile avviene nel momento in cui comprendiamo che, in quella mancanza che ci portiamo dietro dall’infanzia, c’è il dolore ma anche la soluzione al “problema“, vissuto da noi, a livello inconscio, come un’indicibile sofferenza (il bambino che si butta a terra, piange, sbraita perché, da una parte desidera l’oggetto, l’attenzione ma, più in profondità si sente solo, sente forte la ferita dell’abbandono, la propria solitudine nel mondo a partire dall’istante della recisione del cordone, quel “senso di freddo” che caratterizza le nostre vite, il vuoto pneumatico sul quale creiamo le impalcature, le sovrastrutture, il “senso di appartenenza” alla famiglia, al gruppo, alla società – quest’innato bisogno si trasforma in desiderio di morte, rilascio di tutte quelle paure che appartengono a questo piano fisico, questa dimensione illusoria creata appositamente per l’evoluzione – da qui il bisogno di evasione, la ricerca della Felicità esteriore. Ecco perché è importante il radicamento in se stessi, nello spirito, per sopperire a questa profonda mancanza che, alla lunga, in più occasioni, ritorna a farsi sentire. Si tratta di un radicamento nello spirito, quindi in Se Stessi, perché la materia non può arrivare a rispondere al senso di Giustizia, di Riconoscimento, in quanto esteriore, quindi protesa verso una soluzione prettamente esteriore. Tutti i lavori psicoterapeutici viaggiano in direzione di questo riconoscimento).

Troppe parole, troppi ragionamenti finiscono per cadere nella dimenticanza delle giornate, spesso vissute nell’abitudinarietà, nella mediocrità di un vivere apparente, di circostanza: necessitiamo, anche soltanto per pochi attimi, del fermarci a pensare, rivolgere l’attenzione al nostro interno, a quanto stiamo trascurando in favore di qualcosa di più, apparentemente, funzionale al nostro benessere ma che, in realtà, continua a fungere da distrazione, portandoci via dalla nostra Felicità.

L’Amore non può essere compreso con l’ego, la mente, perché non parla la lingua del raziocinio. Si tratta di un energia libera, fluida che non conosce limite, confine (tutti i confini sono stabiliti dalla mente, dall’ego che necessita di autoregolamentarsi, di arrivare a giustificare se stesso, i propri comportamenti, i propri ragionamenti, i propri pensieri – quindi la Giustizia come un sistema creato ad arte per rispondere ad un bisogno umano legato all’ego, all’interesse puramente separativo, sempre meno funzionale, invece, alla risposta delle istanze del singolo che, dal profondo, emergono per condurre alla vera libertà, al riconoscimento dei princìpi universali, alla realizzazione delle pienezza, della ricchezza interiore, vero contributo personale-collettivo). In questo mondo, attualmente, il flusso d’Amore è condizionato dall’aspettativa, dalla paura dell’Altro (da un sistema giudiziario che non risponde, ne ha mai risposto, alla verità della nostra presenza sulla Terra, al profondo bisogno di riconoscimento che trova conferma nei numerosi casi di cronaca nera, nel bisogno di “evasione“, nella ricerca della libertà, spesso vissuta “lontano dalle città“, quindi “lontano dalle convenzioni, dalle consuetudini di contesti sociali-istituzionali protesi verso una felicità d’apparenza, seppur convinti del contrario“. Se è vero che siamo qui per comprendere anche l’Altro – una delle prerogative positive, mediative dell’attuale sistema giurisprudenziale), è anche vero che siamo qui per mostrare la nostra singola verità e rifletterla nel mondo (nell’Altro): in questo modo realizziamo l’Unione, l’integrazione fra maschile-femminile, l’Accettazione dell’Altro – accettazione di se stessi, presa di coscienza delle proprie parti scisse in profondità – certamente anche nell’altro, ma è un lavoro che spetta unicamente a noi, perché scaricare la responsabilità sull’Altro, all’esterno, ci rimanderebbe, inevitabilmente, al vecchio meccanismo di paura, ci farebbe rientrare nel circolo vizioso della “colpa” e del “colpevole”, ancora protesi verso l’esterno dal quale desideriamo ricevere risposta). Risolvere con le proprie paure in profondità non significa non confrontarsi più con nessuno, ma vivere la propria vita, il proprio percorso sulla Terra, il mondo senza più puntare il dito contro qualcuno, senza più cercare il capro espiatorio, la risposta esterna al superamento dei nostri problemi. La psicologia come chiave di approccio, di “ingresso”, la possibilità di ritorno a se stessi. Non c’è alcun paradosso, sappiamo quel che è necessario fare, sentiamo in profondità quel che è giusto fare, l’unica scelta è rappresentata dal desiderio, dalla ferma volontà al miglioramento di noi stessi, al superamento di quelle paure che, infondo, sappiamo non essere “nostre”.

Laddove si parla di mancanza di conoscenza, di opportunità, è preferibile ricordare la mancanza d’Amore, di Riconoscimento, di Ascolto. Una realtà semplice da accettare per il singolo, più difficile in relazione al collettivo, all’istituzione (potere) che immaginiamo ancora rispettare su questa profonda ferita, profonda mancanza che, come sappiamo, sta a noi risolvere. La risposta sta nell’auto riconoscersi, Amare se stessi a fronte dell’Altro che, esattamente come noi, non ha mai avuto la possibilità di comprendere la natura dell’autenticità in “assenza” dell’Altro, che ha teso all’apparenza delle idee, al continuo specchiarsi al fine della realizzazione del proprio Progetto di Vita.

La verità è molto semplice, riusciremo a sacrificare gli interessi dell’ego in favore di qualcosa di molto più reale e che concorre alla Vera Felicità? Aspettiamo, forse, ancora di vedere “cosa questo suscita nell’Altro” per ottenerne l’approvazione, il riconoscimento? Di cosa abbiamo realmente paura, come potremmo fare per superarla? A chi dobbiamo rispondere delle nostre azioni, dei nostri pensieri, della nostra libertà? L’Altro, a nostra insaputa perché non riusciamo a scorgere, nella paura, questa semplice verità, sta remando, insieme a noi, sulla stessa barca che conduce verso la liberazione dalle ferite del passato, cosa possiamo fare per non sacrificarci più all’apparenza, per guardare più in profondità al nostro interno? Pensiamo soltanto che, da questa decisione, non soltanto dipende il nostro benessere ma anche quello dell’Altro.

Daniele Fronteddu