Quando il confine diventa impossibilità all’espressione: la Paura dell’altro

Cerchiamo di non considerare quanto avviene nel mondo e, paradossalmente, ci ritroviamo quasi a vivere le stesse identiche situazioni di chi non vorremmo conoscere, nemmeno incontrare per strada. Sappiamo bene vivere le stesse drammatiche conseguenze di tutte quelle persone che, esasperate da una vita vissuta alla luce riflessa dell’apparente menzogna dell’altro (la nostra), confidano in un cambiamento che possa partire dall’esterno e mai dall’interno, immaginando un cambio di rotta della sola Giustizia ma, per la verità, guardando all’intimo concetto di giustizia che desideriamo poter vedere al di fuori di noi, ci ritroviamo a considerare un Unità inscindibile dove l’altro è con noi nella nostra stessa battaglia: desideriamo poterci esprimere senza paura. Nutriamo un senso di sdegno verso tutte quelle persone che esercitano violenza verso il prossimo che quasi non ricordiamo più l’antichità del meccanismo nel quale restiamo invischiati, ogni giorno, mentre assistiamo a casi di cronaca per la strada, guardando il telegiornale, leggendo il giornale e chiacchierando con il nostro vicino, a sua volta, cosciente ed incosciente di quel che avviene, dentro e fuori.

Allo stesso modo consideriamo ancora la violenza come l’unica risposta a quel che non riusciamo a comprendere e nel momento in cui pensiamo d’averlo compreso, comunque abbiamo la tendenza a “condannare”, inconsciamente e sempre per lo stesso motivo, quanto sta avvenendo attorno. Sembra un meccanismo così antico da non riuscirlo a datare: effettivamente, non è possibile datarlo. Quel vecchio meccanismo di violenza, ormai diventato consuetudine, consolida in un abitudine che vede l’uomo al centro di sofferenze che sono, per l’occhio accorto, sempre le stesse, al punto che siamo arrivati, di recente, a pensare che possedere un arma possa far valere le nostre difese in caso di aggressione da parte dell’altro: ma le case erano chiuse ieri ed ugualmente lo sono oggi, forse più di prima, ad evidenziare quel concetto di “distanza” e “separazione” che, da una parte vorremmo superare molto in fretta, dall’altra, continuamente e per paura, facciamo fatica a lasciare andare, restando bloccati nella concezione del “far pochi passi” per raggiungere il traguardo, ben filtrando le nostre concezioni, convinzioni, “sacrificando” il nostro punto di vista, che potrebbe essere anche molto diverso da quell’altro dell’altro, soltanto per sentirci accettati e fare in modo che nessuno possa farci del male.

Far passare la violenza come cosa naturale, immaginando che attraverso un arma sia possibile piegare la volontà di un altra persona impedendole di nuocerci o nuocere un altra persona, facendo leva sul senso di colpa e sul pentimento è un meccanismo che gli specialisti dovrebbero conoscere bene, e potremmo chiederci come mai lo rendano condivisibile, le stesse persone che pur lavorando nell’ottica della creazione di quella tanto sperata armonia, magari di un mondo migliore? Forse non hanno scelta o forse sì, infondo la scelta appartiene ad ognuno nel momento della presa di coscienza, guardando a situazioni ormai stagnanti che necessitano di un movimento in avanti, un cambiamento, radicale. Infondo, sappiamo tutti la pistola essere una forma di violenza-vessazione dell’altrui possibilità. A questa s’accompagna una prevenzione primaria che potrebbe contribuire ad arginare quel concetto di violenza che sembra entrato nella logica convenzionale comune e, sottilmente, vive alimentandosi della diffusione, attraverso gli organi d’informazione che, a loro volta, muovono le persone al rafforzamento delle idee, convinzioni di sempre, protraendo, più insistentemente in avanti, il vecchio gioco. Quel che andiamo insegnando anche ai bambini, senza possibilità di fare altrimenti, premendo sulla possibilità che possano fare quel che desideriamo (che desiderano le persone che avvertiamo “al di sopra” delle nostre possibilità – in questo senso, non c’è più collaborazione tra noi e quel concetto di giustizia che desideravamo, ma una sottrazione del nostro desiderio d’espansione e la limitazione del concetto che è vissuto con sofferenza, abnegazione, rinuncia, paura) e, paradossalmente, tentare di educare la loro sensibilità (già presente al bisogno del collettivo) al bene e all’Amore utilizzando l’arma della forza, non è funzionale allo sviluppo di una convivenza armonica per nessuno. I bambini imparano, in questo modo, la differenza dell’altro e l’ottenimento, quel vecchio messaggio socialmente condiviso, che passa per l’utilizzo della forza. Spesso questo si configura anche nella nostra vita di tutti i giorni, invece che “lasciare andare” per semplice accettazione, iniziamo a scaricare sull’altro la nostra sofferenza senza più Ascoltare (mentre la paura fa da sfondo), riducendo la nostra persona alla solitudine emozionale a scanso di quell’empatia che, invece, potrebbe avvicinarci ancora di più all’altro, all’Unità.

advertisement

Stiamo insegnando ai bambini delle verità universali o delle verità terrene? Poiché l’utilizzo della violenza non dovrebbe essere contemplato in nessun contesto terreno: abbiamo fatto così tanto, in passato, lottando duramente per il riconoscimento dell’importanza della non violenza che ritorniamo a parlarne, profeticamente, al giorno d’oggi, riascoltando le notizie di cronaca che scorrono, inevitabilmente, davanti ai nostri occhi. Addestriamo i giovani alla vita militare che prevede, ovviamente, l’utilizzo delle armi e l’impossibilità di difesa in assenza: ma il messaggio è molto più profondo e prende in considerazione verità che non possono essere toccate con mano e che tendiamo a disegnare secondo le nostre visioni, ancora intaccate dai vessilli di potere e d’interesse. Sembra così lontano da noi che, infondo, desideriamo poter vivere la nostra Vita al massimo del nostro potenziale, nonostante il nascondere. Da una parte potrebbe riguardarci dal vicino per il fatto che abbiamo un estremo bisogno di riconoscerci nell’altro, nelle sue parole e nelle sue azioni (quando, in realtà, desideriamo profondamente poter trasmettere il nostro messaggio senza più alcun filtro inibitorio, vessatorio, assente dalla paura), dall’altra immaginiamo non poter far nulla e lasciare che qualcun altro possa “direzionare” la nostra paura in un sottile meccanismo di pseudo-difesa che, nonostante benevolmente teso alla nostra difesa, finisce per renderci prigionieri (nel momento in cui desideriamo esserlo) delle idee dell’altro, demandando a questi la possibilità di esercitare pressione sulle nostre idee, sottraendoci l’opportunità di manifestare liberamente la nostra essenza, quel che siamo e vogliamo mostrare al mondo. Nessuno desidera fare del male al prossimo, ma il vecchio meccanismo, basato sulla paura che necessita d’essere estirpata, quasi tende ad arginarla lasciando al singolo la possibilità (che diviene opportunità nel momento in cui riesce ad essere colta al volo), di migliorare la società attraverso il suo proprio contributo. La Giustizia e la legislazione vigente che tanto propendono verso l’applicazione di quella legge che non contempla la Fiducia dell’altro ad un livello profondo, scritta e riscritta su procedimenti ormai antiquati, non possono rappresentare una forma di tutela dei nostri interessi, nell’istante in cui rifiutiamo alla crescita e all’espansione richiedenti un cambiamento in profondità, in grado di scardinare i vecchi condizionamenti imperniati dal timore dell’altro.

Ma iniziamo ad occuparci di noi, perché protagonisti della nostra vita e della nostra Felicità. Il messaggio, diffuso ed entrato nella quotidianità delle persone, della mente che ragiona sulla violenza e su metodologie certe o possibilistiche, così arcaiche, tese alla giustificazione, talvolta alla promozione, valorizzazione della stessa, a partire dalle stesse istituzioni, non lascia ombra di dubbio, come tutte le azioni tese alla reiterazione di questa concezione. Il meccanismo di forza è proporzionale a quello di paura: maggior paura nutriamo nei confronti di quel che, apparentemente diverso, inclassificabile, inconoscibile, sembra provocare in noi senso di smarrimento, maggiore sarà l’intensità della forza e della violenza impiegata per ottenere l’effetto contrario, ovvero la possibilità di salvaguardare il nostro interesse facendo sparire quella sensazione di paura, perdita. Con questa realtà s’interfacciano quotidianamente le forze dell’ordine nel far rispettare ed applicare quei modelli di legge tesi alla salvaguardia della sicurezza, spesso non avendo altra scelta, e non avendone la popolazione: tutti cerchiamo una risposta più funzionale al superamento delle vecchie concezioni di violenza, ma nel momento in cui investiamo tutte le nostre energie facendo resistenza all’ingresso del nuovo (comportamento tipico ed abituale, naturale conseguenza della non accettazione del nuovo) non possiamo che ritornare ad abbracciare il vecchio, sicuro ed infallibile che ostacola i nuovi assetti: ad ogni modo si manifesteranno, ma con più lentezza rispetto ai tempi impiegati mediante l’utilizzo della nostra collaborazione. Un metodo proibitivo e coercitivo che dall’alto viene emulato nel basso: la famiglia, protratta in avanti nella trasmissione di valori antichi e moderni, desidererebbero, in verità, trasmettere alle nuove generazioni il senso della presenza sulla terra e l’importanza dell’Amore, i princìpi universali di pace e condivisione, arricchimento dell’altro a partire da noi. Desideriamo la nostra soddisfazione, prima ancora di quella dell’altro: il figlio, il marito, la moglie, l’amico, il colore non cambia ed è sempre lo stesso.

Un messaggio che il bambino impara fin da subito ed il ragazzo rinforza mediante il suo stare nel mondo: la famiglia, i parenti, gli amici, soprattutto, diventano alibi di ferro per la reiterazione di quel meccanismo basato sulla paura che rende quasi spesso “necessario” il nascondere se stessi, privandosi della libertà dell’essere, del raccontare (concetto di distanza con l’altro, altrimenti chiamato “sconosciuto”, “estraneo”), manifestare la propria verità, nel frattempo che vede, attorno a se, persone che vanno affermando, a diverso grado, ideali di Pace, Condivisione, raccontano “l’Amore” mediante l’utilizzo della discordanza: la coercizione, la violenza. In realtà, un altro importante aspetto, favorevole all’abbattimento di queste realtà inconcepibili che dovremmo aver superato da un pezzo, sta venendo a mancare: la prevenzione primaria, unica possibilità “razionale” allo sviluppo delle nuove concezioni.

La resistenza della mente umana al nuovo passa per la presenza del sottile meccanismo, sensibile e sempre più crescente, della paura. Potremmo pensare a quanto avviene per la strada, nella quotidianità, nel ritrovarci assieme per andare a fare delle commissioni, delle spese, degli incontri fra amici: ancora guardiamo all’altro con timore e diffidenza, trattenendo spesso delle parole, delle azioni che invece avremmo la possibilità di manifestare, nella pienezza di pensiero. Non abbiamo veri e propri modelli d’esempio di vero rilascio della paura, fintanto che quei pochi operatori, specialisti anche veramente molto preparati, rimangono all’interno degli studi, spesso desiderando di poter fare così tanto e riuscendo a fare così poco, spesso tendendo ancora a quelle vecchie concezioni che impediscono loro (e gli altri) di cambiare, perché impossibilitati o non desiderosi di accedere ad informazioni come queste scadendo nel solito, vista la comunicazione massiva così ricca di messaggi contrari. Spezzare il circolo di pseudo tortura, come nel medioevo furono le ghigliottine, passa per la realizzazione, la presa di coscienza che il metodo utilizzato per il perseguimento dell’equilibrio trova, da una parte, la sua più grande forza nell’energia al raggiungimento, dall’altra nell’assenza di una vera e propria metodologia d’abbattimento di quell’antico meccanismo fondato sulla paura che non può essere sviscerato se non attraverso la profusione di messaggi positivi, in contemporanea alla riduzione di quelli oppositivi che spingono in avanti le vecchie logiche di separazione, ormai facenti quasi parte della nostra realtà in maniera del tutto giustificata, dalle stesse istituzioni che non riescono a scorgere quel tanto semplice bandolo della matassa. Non c’è stato spazio per una vera e propria prevenzione primaria, perché non è stato fatto abbastanza nel profondare, tra le persone, all’interno di contesti scolastici, politici, militari, questa impropria rivoluzione ed inversione di programmi che prende in considerazione il vero nocciolo del problema, tanto semplice che quasi non riusciamo più a vederlo (non abbiamo il coraggio): abbiamo bisogno di cambiare la concezione dell’Amore guardando all’unico modo possibile per raggiungerlo, la Fiducia.

Tenere così lontana la vera essenza dell’Amore dalla società non ha prodotto dei buoni risultati, funzionali al perseguimento di quegli ideali che tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo caricato di così tanta importanza, sapendo nel nostro cuore essere semplici come una rosa bianca i cui petali raccontano l’essenza della Vita. Abbiamo tenuto “a debita distanza“, quasi classificandola, l’intima semplicità dell’Amore, strumentalizzando in forza della ragione ed a suo favore, assoggettandola a tale forza, sicché abbiamo dimenticato che entrambe possono coesistere e l’affermarsi della seconda ha avuto, come unico risultato, l’estrema discrepanza, interna ed esterna, verso il raggiungimento del fine collettivo.

Desideriamo poter dare di più ad una società in rapida evoluzione, nel momento in cui ci rendiamo conto, guardando alle vecchie logiche di possedimento relative al benessere ottenuto con la violenza e la coercizione, che quel poco di funzionale lo stiamo ottenendo soltanto in parte, purtroppo sempre attraverso il ripiego nella paura, che affonda ancora nel pensare le persone debbano poter rispettare un concetto di legge, garante della loro sicurezza, della loro protezione, di quelle certezze che, tutelate, riuscirebbero nella conduzione di quell’equilibrio sociale: veniamo smentiti, in continuazione, dalle notizie di tutti i giorni che sembrano arrivare da oltremare, così lontane e per le quali immaginiamo non possa esserci soluzione, spesso giudicando (pregiudicando per paura) e condannando prima ancora di aver compreso quel che realmente sia successo. Abbiamo da realizzare che siamo tutti interconnessi, per via della diffusione dell’idea che è possibile ottenere qualsiasi cosa con il solo impiego della forza, a smentita di tutti quei discorsi fatti sul bene e sulla possibilità di raggiungimento attraverso la gentilezza, nel momento che rinunciamo a pensare alla al’illimitatezza di quei confini delineati attorno all’amore (per la persona amata, per l’amico, per il familiare), ancora circoscrivendo così tanto questo sentimento che invece pare essere un energia evidente, incontenibile ed incommensurabile, facendo di tutto per giustificare il nostro singolo modo di pensare, di ragionare, basato sull’abitudinaria paura dell’altro, di un progresso che necessita d’esser preso in considerazione, magari accelerato dalle nostre scelte personali, spesso sacrificando gruppi di persone e finendo per disegnare un cerchio che, se da parte riesce apparentemente a chiudersi, dall’altra non può proprio farlo, per gli stessi motivi di sempre.

Un cambio di percezione netto o graduale che viene dall’accettazione del rischio può essere funzionale al ritrovamento di quel’antico coinvolgimento che vede tutti andare, al di la delle apparenti differenze, verso un unica direzione chiamata Libertà. Una libertà che non sia più interpretabile con il solo filtro delle gradazioni bianco, nero, grigio sulla paura di quel che è diverso (perché sconosciuto), ma dell’accettazione che l’impiego della forza per il raggiungimento della stessa, incastrata nel vecchio meccanismo, a cui tutti aspiriamo fin dall’inizio, è effimera, disfunzionale ad un profondo cambiamento che sta avvenendo e che ci vede protagonisti e contribuenti, parte del processo. Potremmo parlare, più semplicemente, dell’assenza di paura, prima ancora che dell’accettazione o presa di coscienza dell’esistenza di qualcosa che non sappiamo spiegarci perché non ci è stato spiegato, insegnato.

Nessuno poteva immaginare la terra fosse tonda fino a quanto non è stata scoperta.

Infondo, quel che tutti desideriamo è poter contribuire all’arricchimento dell’altro (del quale contestualmente abbiamo paura perché manchiamo della Fiducia necessaria all’apertura) e delle situazioni attorno, noi stessi in relazione alla presenza sulla terra e dell’altro, per la nostra stessa valorizzazione, di quel che siamo e facciamo, quello per il quale siamo nati. I confini “netti“, contemporaneamente alla presenza di quel sottile meccanismo basato sulla distanza (paura di perderci) che abbiamo disegnato attorno a noi (dentro di noi) e sull’altro (controllare l’altro avrebbe aiutato a controllare meglio la nostra paura di perdere noi stessi nell’infinito mare della Vita), rispecchiano quanto viviamo attorno in relazione a quel che sentiamo importante per noi: abbiamo così immaginato essere naturale tracciare così tanto bene i confini fra noi e gli altri, quasi ossessivamente, squadrando il cuore in più parti e dando un “nome ben preciso” all’Amore formalizzando i rapporti ed inventando “le strette di mano“, quasi dimenticandoci che, al superamento della nostra paura e la resistenza all’apertura, avrebbe significato il rilascio di tutti quei passati condizionamenti e la manifestazione della nostra Vera essenza, quella che andiamo spesso nascondendo per paura “d’essere scoperti”. Infondo, abbiamo soltanto paura di perderci, perdere i nostri possedimenti, quel che abbiamo ottenuto con sacrificio, non considerando l’aspetto più importante: non è il bene che rischiamo di perdere, ma quella forza utilizzata per raggiungerlo che ha comportato il dispendio di energie, di sentimento, l’Amore che ha fluito verso la realizzazione del nostro traguardo. L’attaccamento è così spiegabile, ma non è insostituibile nel momento in cui prendiamo coscienza che quel che siamo va ben oltre il visibile, l’oggetto stesso del desiderio.

L’altro è nostro alleato in questa battaglia immaginaria, senza vincitori ne vinti, mentre vorremmo non recitare più queste parti tanto ritagliate sul nostro personaggio disegnato, per la maggiore, dalle persone attorno, desiderando spogliare quelle sembianze ormai logorate dal tempo, dalla stanchezza dei giorni vissuti nella menzogna dell’apparenza. E’ possibile trovare quest’equilibrio, nonostante tutto? Sì, è possibile iniziando da noi stessi e dalle nostre scelte, fin da quando abbiamo iniziato a realizzare che quanto stava attorno non poteva rispondere pienamente alle nostre esigenze, a quel bisogno d’essere noi stessi fino in fondo. L’altro può comprendere soltanto attraverso il nostro esempio, perché nelle nostre stesse condizioni, anche lui nel pressante bisogno di accettazione, appartenenza che insegue come fosse l’unico scopo della sua vita.

Immaginiamo come potrebbe essere il fluire della Vita con questa nuova concezione e consapevolezza.

Daniele Fronteddu