La Menzogna come negazione allo sviluppo di una visione multidimensionale

Tradurre a parole le sensazioni non è poi così semplice, soprattutto nel momento in cui desideriamo trasmettere all’altro l’emozione nella sua interezza, nella sua purezza. Pensiamo a quanto possa essere difficoltosa la comunicazione fra due soggetti in rivalità (blocco nel passato), l’evidenza dello scarto divisorio fra emisfero destro (emozione, sensibilità, comprensione) e l’emisfero sinistro (ego, pregiudizio, giudizio). L’attuale sistema socio-culturale entro il quale viviamo tende a far prevalere il secondo, in direzione tanto costruttiva quanto distruttiva (completo disequilibrio per entrambi). Per effetto di questo disequilibrio, le qualità del sinistro, che non possono creare un terreno fertile allo sviluppo (la tendenza alla percezione della Vita come insieme di doveri vissuti nell’appiattimento emozionale – incombenze irrinunciabili) finiscono per frenare la ricettività del destro. Trovare quella “logicità” che soltanto la mente può conoscere ed elaborare, non permette la coadiuvanza del fattore cuore che rimane escluso dal discorso.

Questa mancata collaborazione conduce ad una comunicazione problematica con noi stessi (e con l’altro): il nostro specchio riflette l’immagine di questa disgiunzione interiore. Dovremmo provare a meditare, mettere da parte quanto distrae la nostra attenzione, guardare alle nostre emozioni insolute, frattanto che aspiriamo, in maniera assoluta, a primeggiare sull’altro nella detenzione della massima conoscenza della nostra materia. Sono molte le cose che non andiamo considerando nei nostri rapporti interpersonali, al cardine la conciliazione mente-cuore. L’estremo bisogno di categorizzazione, catalogazione, classificazione al dettaglio, ha finito per escludere l’inventiva e l’originalità proprie dell’intuizione (emisfero destro), come limite di una vita vissuta nel pragmatismo, scadente nell’insostanzialità di significato. Alcune verità non possono essere viste ne dimostrate (la forza motrice dell’Universo, l’Amore): è bello fare quest’osservazione in un periodo storico nel quale ogni essere umano scopre d’essere co-creatore di cambiamenti sociali così profondi, repentini, riflesso di quel processo interiore, silenzioso, di Trasformazione.

La più grande menzogna è quella che perpetriamo a noi stessi (l’altro come riflesso delle nostre mancanze).

Il lato nero della menzogna è rappresentato anche e soprattutto dalla tendenza ala rassegnazione nell’agire, pensare oggi allo stesso modo di ieri: non può funzionare.

Il sentimento d’Amore non può essere spiegato. Insegniamo ai bambini a scrivere, leggere, calcolare, mancando nell’osservazione, nella valorizzazione di quanto si trova al loro interno, fin dalla nascita: la nostra distrazione scade nella negligenza che si traduce nell’impossibilità al cambiamento. Tendiamo ad occuparci di quel che è “abbastanza conosciuto” sorvolando sulla trasmissione del valore della Vita: infondo, come possiamo trasmettere al bambino qualcosa del quale noi stessi non comprendiamo l’importanza? E’ preferibile raccontare un messaggio antico di millenni, sapendo che per tanti ha già funzionato (campionamento), immaginando possa funzionare anche per il bambino di oggi, simile a molti altri. Guardare a quel che riconosciamo come “sicuro” perché sperimentato migliaia di volte, da migliaia di persone, rilascia la preoccupazione nell’immediato in relazione ai nostri attaccamenti (metafora di un quotidiano vissuto nella piattezza, nell’assenza di vedute – in una società consumistica tesa al soddisfacimento dei cosiddetti bisogni fisiologici sembra inevitabile la caduta nella pochezza degli intenti, nella separazione, talora nella violenza – in questo senso, potremmo citare l’esempio del padre che, di ritorno da un intensa giornata lavorativa non può stare con il bambino e finisce per trattarlo male, assicurarsi che il suo rendimento scolastico sia buono e che il suo comportamento in casa, a scuola, con gli amici sia ottimale), ancorandoci, ancora di più, alla materia.

Prima che venisse scoperta la luce gli uomini guardavano al fuoco come unica risorsa per poter illuminare le proprio giornate. Troviamo ancora difficoltà nel desistere dall’abbandonare, per un attimo, la richiesta della logicità (parte razionale – emisfero sinistro) che tende  alla ricostruzione razionale di avvenimenti, circostanze, sentimenti. Come sarebbe se potessimo invece manifestare quell’accettazione del diverso che tendiamo ad escludere, iniziando a mettere in discussione le nostre competenze, le nostre sicurezze? Spesso la rigida percezione delle regole diventa un automatismo assai limitante. La quotidianità della società materialistica, consumistica, le istituzioni che tendono alla considerazione, alla valorizzazione di quanto riesce meglio “dentro i margini“, sono conferma di un sistema ancora troppo distante dal messaggio che stanno promuovendo.

La verità è che non abbiamo avuto, ne abbiamo adesso, modelli di riferimento capaci di favorire, tanto nel bambino quanto nell’adulto, la possibilità di uno sviluppo delle capacità innate, la profondità d’animo, la sensibilità al Cambiamento, punti centrali per la creazione di una società fondata sull’accettazione del prossimo (e della multidimensionalità del vivere).

L’insegnamento della negazione ha inevitabilmente coinciso con la trasmissione del concetto di regola (cit. apprendimento errato della concezione di Giustizia – in questo modo, il bambino ha dovuto cercare, per mezzo dell’emulazione, di comprendere quale fosse il senso della sua Vita, del suo stare al mondo, in società), attuale vessillo di molte realtà sociali che vivono nella sofferenza, nella rassegnazione. Facciamo ancora convivere il messaggio dell’accettazione in un periodo storico nel quale coesistono, contemporaneamente (e paradossalmente), professionisti e realtà atte alla promozione di percorsi formativi centrati sulla teoria della diversità (cit. necessità alla classificazione del disagio infantile – DSA, BES, ADHD – conferma di una comunicazione tortuosa, complicata dalla tendenza pregiudizievole dell’adulto, così poco attento). Una falla presente e sempre meno funzionale per una società che sta cambiando: imparare da quel che non è possibile vedere per non ripetere gli errori passati – prendere coscienza dell’estrema mutevolezza di quanto crediamo poter afferrare. Sembra quasi non vi sia mai tempo per parlare di cose così importanti, preferendo perpetrare al solito i meccanicismi che stanno facendo acqua da tutte le parti, e non perché non siano più validi al perseguimento dello scopo, ma perché mancanti di quella prospettiva che, invece, richiede di essere, una volta per tutte, presa in considerazione. Immaginiamo come possa sentirsi un bambino sordomuto che ha, come unico mezzo, il campo visivo per poter comunicare le proprie emozioni al mondo. Quanto tempo ancora dobbiamo impiegare per accettare qualcosa del quale siamo già a conoscenza?

Abbiamo dimenticato come comunicare ad un livello più profondo, sentimenti ed emozioni che non possono essere espressi a parole, azioni. Sembra difficoltoso toccare questo tasto in tempi di forte stress dovuto ad una quotidianità che, carica di pressioni e lungaggini, sembra comportare notevole dispendio d’energia, spesso rasentando il limite, ma le continue conferme premono affinché questo avvenga. Prendere coscienza di questa Verità, insabbiata dal tempo, dalle giustificazioni, può aiutarci nel trovare quel punto d’incontro, snodo centrale risolutivo per la restituzione, alle persone, di quanto è stato sottratto.

Insegnare al bambino l’importanza della mente, il ragionamento teso alla sopravvivenza, all’accumulo, preclude la possibilità al profondo contatto con se stesso. Nelle scuole di ogni ordine e grado (riflesso di una società tendente all’apparenza, alla convenzione, alla trasmissione di una concezione errata della Vita) l’apprendimento passa molto per il conformismo identitario e l’amara l’esclusione, sempre più reale, di questa evidenza lampante, sotto gli occhi di tutti, accompagnata alla mancanza d’Ascolto: insegniamo veramente tanto di quel che può essere visto e “riconosciuto” nella dimenticanza di Chi Siamo e di Quel che andiamo a fareQuanto può servire questo comportamento nel momento in cui abbiamo a che fare con qualcuno o qualcosa che non riusciamo a comprendere? Come possiamo aiutare l’altro se non conosciamo il senso della nostra Vita? (la prova) Spesso abbiamo difficoltà nel “decifrare” per mezzo delle nostre conoscenze, le nostre competenze, talora limitate unicamente dalla nostra stessa resistenza, le nostre esperienze che, per quanto significative, non sono in grado di garantire al bambino il riconoscimento (non abbiamo riconosciuto noi stessi).

Preferiamo ancora occuparci di tutto quello che può essere visto a occhio nudo escludendo, a priori, quanto invece ci viene trasmesso senza nemmeno accorgercene: non rivolgiamo abbastanza attenzione all’importanza del guardarci dentro, farci domande. Siamo inconsapevoli dei messaggi che passano in sottofondo e permettono la fluidità al cambiamento: la questione assume un importanza senza precedenti nel momento in cui realizziamo che, alla presenza di questa disattenzione verso noi stessi s’accompagna, inevitabilmente (e silenziosamente), il collasso delle certezze materiali. Quanto è conveniente lasciare da parte le sensazioni? Se queste stesse fossero, come si sta evidenziando sempre più, forze da accogliere e non da rigettare, avremmo abbastanza coraggio di entrare nella dimensione dello “sconosciuto”? Cosa significa entrare in contatto profondo con se stessi?

Insegniamo ai bambini ad ascoltare unicamente la mente (rispetto delle convenzioni che non tengono conto dei princìpi universali – il vecchio sistema che non vede l’uomo al centro dell’Universo), consapevoli dell’estremo bisogno che hanno di vederci per quel che siamo Realmente, non per quel che qualcun’altro vorrebbe che fossimo.

La tendenza è sempre stata quella di non riuscire a valorizzare l’essenza delle persone “riducendone al minimo” le possibilità (cit. asimmetria prevenzione primaria-terziaria, carenza strategica nelle politiche di difesa e sicurezza comune), immaginando il raggiungimento del benessere mediante l’utilizzo di vecchie impostazioni disfunzionali al ritrovamento dell’equilibrio perso, convenzioni ormai cadenti al massimo grado della forza, conseguentemente sminuendo la possibilità per quell’espressione che, invece, avrebbe contribuito alla rimostranza generale che non tutto può essere spiegato e dimostrato con gli usuali metodi collaudati nel tempo, soprattutto nell’incertezza della verifica in itinere: la paura dell’ignoto e l’impossibilità di delinearne i contorni quale conferma più lampante. Verrebbe da chiedersi: Chi si trova più nel passato, in questo momento? Chi fa resistenza all’accettazione di un presente caratterizzato da un rinnovamento strutturale? Quali sono le resistenze che impediscono la piena espressione del potenziale umano (contrassegnato dall’accettazione del diverso, dalla radicale trasformazione dell’approccio alla Vita)?

La quotidianità conferma la presenza di quest’imperativo, ritenuto fin troppo delimitante (così restrittivo all’espressione di ognuno) al fine della creazione di quell’armonia interiore tale da escludere metodologie come costrizione, incomprensione, incomunicabilità, proprie di una società lontana dai princìpi universali di Amore, Pace, Condivisione. Una società riequilibrata che, mediante l’emersione di nuove istanze, nuove esigenze, desidera lo studio di nuove configurazioni, disancorate dal rigore del meccanismo di paura, intimidazione, quale peculiarità del vecchio sistema.

Come sarebbe poter guardare a quel che non conosciamo senza paura? Una paura atavica che vorremmo estirpare per sempre dalla nostra vita, ravvisabile nella “perdita di controllo“. Non si tratta del perdere noi stessi o una persona alla quale vogliamo bene, quanto del perdere contatto con il nostro personale concetto di realtà che mette in “pericolo” la nostra incolumità psicofisica, il nostro stare nel mondo (il senso del Vivere). Hai paura del mondo? Quando hai iniziato ad avere paura del mondo? Cosa hai sentito la prima volta che hai iniziato ad avere paura del mondo? Cosa significa per te avere paura? Tendiamo alla menzogna, ad iniziare da noi stessi: una menzogna atta a nascondere quella vera sensibilità che, se riconosciuta, risulta essere il vero contributo per il mondo.

Siamo protagonisti delle nostre vite, possiamo scegliere un domani diverso ad iniziare dalle scelte di oggi: il futuro promettente, ricco di soddisfazione, pienezza, abbondanza anche materiale, è nelle nostre mani. Il vecchio gioco dell’aggirare il prossimo (noi) ricorrendo al tranello dell’inganno, la separazione imperativa, in parte alimentata da un sistema socio-culturale, politico, giuridico che necessita di riforme radicali, non può interdire, in alcun modo, il nostro potere personale. Qual’è stato il momento in cui hai rinunciato a raccontare quel che sentivi veramente? Quali pensi siano state le cause? Quale parte di te ha sofferto di più nel vedere genitori, insegnanti, amici non rispondere positivamente ai tuoi desideri, i tuoi sogni? Quali sono stati gli insegnamenti o le esperienze che ti hanno portato a dar più credito a quel che potevi vedere, toccare con mano?

Accogliere il nesso funzionale a riconoscimento di questa Verità significa incontrare l’altro ad un livello più profondo, comprenderne il messaggio, l’esistenza: una volta scoperto, come potremmo mentire davanti alla chiarezza della nostra immagine riflessa?

Daniele Fronteddu