I princìpi di Umanità non prevedono l’utilizzo delle forme di violenza

Tanti casi di cronaca in tutto il mondo ci riportano a parlare di Umanità, quella mancante, un concetto ormai andato in disuso, a fronte di possibili soluzioni mai adottate su larga scala tese alla copertura interessi secondari basati su una logica che, da una parte vorremmo superare, dall’altra continuiamo a portare avanti, portando avanti un passato ormai logoro e privo di qualsiasi funzionalità alla creazione di un futuro che veda al centro degli interessi l’uomo nella sua più intima essenza, la sua Libertà. La cronaca di giornali e telegiornali (cit. cronaca nera) che tanto fa scalpore, tediosa ed insostenibile, triste declinazione di un messaggio ancora non compreso, assume sempre più connotati lesivi alla dignità umana. Nelle attività di ricerca, incontro con la quotidianità ed il prossimo, guardiamo al bisogno di libertà pur consapevoli che le situazioni vissute non permettono all’unica verità la possibilità d’essere riconosciuta, preferendo accontentarci di “quel poco che basta” sul momento, ritrovandoci inevitabilmente nell’impossibilità di vivere pienamente il presente.

Forse una questione ordinamentale troppo ristretta, specialisti ed operatori dell’ordine che cercano di offrire il loro contributo come possono, secondo la singola formazione, nel modo in cui ritengono opportuno o che, più semplicemente, non hanno altra scelta che “rispettare” a loro volta una regola che, se infranta, può portare a “dolorose conseguenze”: abbiamo scavalcato mari, oceani di studi e fatto ricerche, insegnato a bambini e ragazzi che i veri princìpi di Umanità non passano per la violenza, contestualmente, ascrivendo silenziosamente la possibilità dell’azione criminale ad un “nemico invisibile“, posponendo al deterrente l’osservazione più plausibile. Come abbiamo fatto a non rendercene conto per tutto questo tempo, e per tutto questo tempo non aver anteposto quest’ultima? La stessa legge non ha mai parlato di Fiducia: la parola non compare in nessun commissariato, in nessun Tribunale, in nessuno dei luoghi deputati alla “difesa” che si fanno carico del benessere tanto del singolo quanto della collettività, della garanzia all’espressione e che avrebbero anche l’onere di avviare, stringere forme di collaborazione atte ad incentivare nuove forme di aggregazione ed incontro delle istanze – i primi a promuovere una rotta inversiva della precedente. Perchè?

Forse non sono adatti a questo scopo: l’ordine non è violenza. E’ bello dire questa verità nel momento in cui tutti guardiamo ad un mondo ordinario, nel quale la regolarità interrotta non comporta l’impiego della forza coercitiva, della vessazione (cit. Violenza), nell’istante in cui desideriamo un mondo nel quale comprensione, condivisione ed unità siano realtà per tutti e la concezione della regola non più come restrizione alla libertà, fondamentalmente atta a “trattenere” l’essere umano, ma come progresso del singolo individuo a ricchezza per tutti. Tutto questo s’accompagna ad un altra bellissima parola, attualmente ricercata e poco diffusa: l’Ascolto. Pensieri e idee, apparentemente contemplati e conclusivi, dovranno essere rimessi in discussione, ad iniziare dalle stesse istituzioni garanti della sicurezza, dell’uguaglianza, della democrazia, in forma molto più semplice e sempre meno pregiudizievole. In realtà sono argomenti che conosciamo fin dall’inizio, ma l’Ascolto non è mai avvenuto: non abbiamo fatto abbastanza nel mettere in discussione la nostra posizione, da parte l’osservatore giudizioso, talvolta cavilloso (cit. assenza d’Ascolto) per davvero, passando dall’altra parte della barricata per comprendere, mettendo da parte le convinzioni, le giustificazioni: iniziare a pensare che potrebbe non essere come immaginiamo. Potrebbe venire a mancare qualcosa del quale, probabilmente, non ci siamo ancora accorti.

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Immaginiamo gli operatori dei centralini addetti nel rispondere alle esigenze dei sofferenti come potrebbero essere le donne violentate: vorrebbero non sporgere denuncia e desiderano, prima ancora che essere tutelate, qualcuno che possa ascoltarle: non tutti gli operatori sono psicologi – in questo può evidenziarsi la mancanza di competenze come di quell’aspetto più profondo qual’è il “contatto umano” (impossibile per mezzo di un vero equilibrio tra le forze – le imposizioni della divisa, delle diverse professioni, con la parte più autentica che annulla ogni separazione con l’altro) con l’altro, di la dalla freddezza, sempre meno funzionale, di posizioni che hanno come obiettivo la salvaguardia dell’uomo, tanto sotto il profilo fisico quanto psicologico. E’ necessario che un operatore sia psicologo per poter accogliere una donna in estremo stato di difficoltà, oppure potrebbe trattarsi di una persona preparata, o con tanta esperienza di vita alle spalle? E’ possibile che possa trovare dall’altra parte della cornetta una persona pronta a riceverla, fosse anche soltanto per ascoltare le sue parole, fino a quel momento magari inascoltate, senza rinunciare al piacere o al dovere che la divisa impone? E’ possibile che la divisa debba necessariamente fungere da divisore? Quanto è importante il mantenimento della separazione con l’altro? La risposta potrebbe arrivare dalla necessità imperante, quasi oppressiva, che ci riporta a monte: possiamo, nel periodo storico che attualmente stiamo vivendo, alla stregua di un sistema che chiede il riconoscimento più profondo dei bisogni dell’individuo, ancora contemplare vecchie possibilità per la risoluzione dei conflitti?

Nel momento in cui verrebbe da pensare che abbiamo così tanti operatori che, fuori dal servizio, riescono ad essere delle persone magnifiche. Quali che siano i motivi di questi apprendimenti, probabilmente riconducibili all’impossibilità di un vero e proprio equilibrio giurisdizionale-burocratico, riflesso di quello intrapsichico, interiore, confermano in toto questa mancanza esistente da moltissimo tempo (pensiamo all’utilizzo della spada nel medioevo), un equilibrio mai avvenuto anche in procinto di  farsi, ma con quali strumenti?

Qualsiasi forma di pregiudizio può essere dissolto soltanto con la Fiducia.
La Fiducia dissolve la paura.

Paura di quel che non si conosce, di quello che, condizionati, abbiamo sempre immaginato potesse nuocere al prossimo, a noi. Un ordine fondato sulla paura non può essere definito tale, forse qualcos’altro. Il pregiudizio, come sottolineato su più punti, è disfunzionale al riconoscimento della forma più profonda d’ascolto, l’unica possibile alla soluzione, altrimenti inesistente. Il desiderio del “non mettersi in discussione“, rinunciando a mettere in discussione quelle vecchie forme d’approccio, concezioni troppo sicure basate sulla tradizione, preclude la possibilità a quest’integrazione, sempre più necessaria, basilare al benessere.

L’utilizzo di un linguaggio troppo stretto, dialettico, non permette l’avvenimento di una comunicazione fluida, alla pari. Guardare a quella prevenzione terziaria, insufficiente se non accompagnata a quella primaria, con l’avvento della prima come unica possibilità di ri-equilibrio ha avuto, come unico risultato, l’incremento della “repressione“, del “controllo“, un rapido avanzamento della criminalità, la conseguente creazione di un dislivello così inevidente, soprattutto per quanti si accingevano a svolgere questo lavoro nell’intento di proteggere l’altro, arrivando a sacrificare la propria vita. Le statistiche possono confermare un ribasso del crimine: come giustificare, ancora una volta, la presenza della violenza per il raggiungimento della Pace? Impossibile, non abbiamo guardato più in profondità. Un abitudine che cade sotto l’egida di un presunto potere che scade nelle soluzioni usa e getta assenti di funzione contenitiva, soprattutto disfunzionali ad un cambiamento che vede l’uomo e le sue esigenze al centro dell’universo, senza riguardi verso pochezze o grandezze di sorta, convincimenti, idee, pensieri divisori.

Parliamo di un senso universale di vedere, pensare, immaginare la vita sotto un angolazione non più troppo “personale” (cit. l’Amore è energia Universale) che riesce a contemplare ogni sfumatura, ogni gradazione di colore: non più soltanto bianco e nero. L’improvvisa efferatezza dei reati che nemmeno le forze dell’ordine riescono a spiegarsi (se non a fatto avvenuto), racconta di una serie di vicissitudini legate ad uno stile di vita sempre meno vicino alla “natura” umana (e terrestre), conferma dell’assenza del Vero Riconoscimento di quei princìpi che, invece, favorirebbero immediatamente quel ritorno a cui tutti quanti aspiriamo, fin dall’inizio.

L’efferatezza di quegli stessi “reati” mai previsti ha predisposto le persone in attesa di questi stessi, immaginando che nulla potesse essere fatto per le persone sofferenti ed innescando, contemporaneamente, un altro ciclo-circolo vizioso per queste stesse: la ripetitività del pensiero inconcludente del “porre fine” a questa continua sofferenza, con un ordine che mai si è avvicinato alla soluzione per davvero, guardando a quella prevenzione primaria che tanto desideriamo come una chimera, attuabile e non attuabile, secondo il contesto, le opportunità, le possibilità economiche che non possono arrivare dal basso. La prevenzione terziaria, rimasta come ultima spiaggia, unica soluzione per accendere quel sopito desiderio di ordine e regolarità che non assume più tanto funzione di tutela quanto di controllo.

Le forme di violenza assumono diverse forme ma evidenziano sempre le stesse problematiche e spingono verso un altra considerazione: com’è possibile cambiare l’esito del gioco in assenza di un nuovo approccio? A cosa mirano le proposte diplomatiche nel momento in cui viene a mancare la possibilità di ri-scoperta di quell’antica soluzione che oggi sta facendosi sempre più sentire e che abbiamo bisogno di ritornare a guardare, ritornando ad una visione unitaria che escluda l’impiego della forza, anche sotto forma allegorica attraverso la collaborazione di tutti, senza frapposizione di interessi fin troppo univoci, come il grado sociale conseguito, l’anteposizione dei processi economici. Ad oggi, il grado militare ha designato un riconoscimento, un opportunità, per tutte quelle persone che ambivano alla tutela della vita? Sotto convenzioni atte all’intimidazione, come sarebbe mai stato possibile il rispetto della legge, in assenza di una strategia risolutrice dell’antica questione simmetrica di prevenzione del crimine, ancora prima, del dolore, del disagio? Tutt’ora è così.

Guardare a quel mondo desiderato come possibilità di incontro egualitario fra queste due possibilità è l’unica soluzione per la vera estinzione del reato, altrimenti impossibile. Tutti gli interessi economici secondari a questa non potranno sostituirla e non avranno che un effetto palliativo in merito alla risoluzione di questo dilemma estremizzato. La soluzione si avvicina, sempre più, agli ideali inespressi, insabbiati, di Umanità, quale incontro all’unisono delle parti ad un livello più profondo. Guardare a quelle verità fino ad oggi messe in secondo piano perché presuntamente conosciute, contemplate, conclude nella ricollocazione dei bisogni fra uomini che realizzano l’esistenza dei princìpi che regolano l’Universo, e non soltanto la Terra sulla quale viviamo.

Cosa sta mancando attualmente, in tutti i settori professionali che vedono il collasso delle aspirazioni, della “tensione” al raggiungimento del traguardo? L’impossibilità dell’essere se stessi senza paura, alla base di tutte quelle decisioni che costringono spesso alla menzogna, alla rivelazione del nostro vero obiettivo: il riconoscimento e l’accettazione di se come prima ammissione funzionale perseguimento degli ideali – Umanità, quindi amore per se stessi, al primo posto, e la condivisione verrà da se. Essere se stessi e portare questa Verità al mondo, ritornando alla verità della natura che ci ha generato e verso la quale facciamo ancora troppo poco, rappresenta la soluzione più semplice all’antinomia fra le parti apparentemente scisse. In questi anni si è fatto abbastanza per l’ambiente in degrado, attraverso la promozione di iniziative rivolte ai più piccoli nell’intento di coinvolgerli, non soltanto per ricordargli la continuità multidimensionale del messaggio, ma anche e soprattutto per ricordargli dell’importanza che la natura ha nelle nostre vite: sono gli ambasciatori verso un nuovo mondo che non può dimenticare l’inscindibile armonia dell’unità fra microcosmo e macrocosmo.

Cercare indistintamente quegli ideali di pace, prosperità ed abbondanza, ricordando a tutti che le differenze possono essere superate soltanto attraverso quel riconoscimento che non esclude nessun contributo ad oggi fatto, è il primo grande passo verso l’inizio di una vita che contempli verità più alte, senza più ricadute nella pochezza, nella bassezza di propositi d’ordine che non possono risolvere il problema alla radice – senza più troppe distrazioni all’obiettivo.

In un mondo nel quale guardiamo ancora all’utilizzo della forza mediante il ripiego nella paura, non può che delinearsi per il giovane una realtà che noi, per primi, vorremmo concludere, coscienti che la loro sensibilità (spesso la nostra insabbiata) non contempla l’utilizzo della forza – come sappiamo, l’Amore non è Violenza. Una pistola avrà sempre un messaggio negativo, perché finalizzata a fare del male, ad incutere timore ad un altro essere umano. Non è possibile correggere il tiro se non guardando ad alternative che prevedono, anche gradualmente, l’estinzione della paura alla base. La prevenzione primaria ha lavorato, in questo senso, sempre garantendo a tutti la possibilità di apertura e risoluzione per quei precedenti condizionamenti, sbarramento all’espressione creativa. Se quella forma d’Ascolto, così concepita da tutte le persone che ne parlavano e tuttora ne parlano, avvenisse, non potrebbe mai originare il reato, i capi d’imputazione, il disegno-sistema Giustizia così conosciuto, il diffondersi del timore all’infrazione della regola, vissuta male.

E’ impossibile che le persone possano vedere riconosciute la proprie Verità se mai viste, riconosciute, valorizzate, frattanto che non sono stati riconosciuti quei princìpi universali alla base della vita stessa, realizzati e vissuti nella quotidianità: come può essere naturale pensare ad un mondo fatto di comprensione, condivisione e fiducia, in assenza di collaborazione fra le parti? Questo è possibile soltanto anteponendo la verità di detti princìpi ad ogni altro interesse mediante la riunificazione, la realizzazione dell’Unità che prescinde dalla singola realizzazione, al fine di una soluzione in linea con quegli stessi princìpi che animano la vita e dei quali tutti, indistintamente, desideriamo farci portavoce. Una società fondata sull’Ascolto del pensiero libero esente dalla necessità del pregiudizio, del giudizio.

Soltanto in questo modo può avvenire il rilascio dei condizionamenti del vecchio mondo che poggia su fondamenta sempre meno solide, e la creazione di un altro essenzialmente diverso che vede il contributo di ognuno all’arricchimento di tutti.

Daniele Fronteddu