Sea-Watch 3 valica il confine: la Rackete mostra il vero limite all’Europa

Le differenze reali di tutto il mondo oggi non sono tra ebrei e arabi; protestanti e cattolici; musulmani, croati, e serbi. Le differenze reali sono tra coloro che abbracciano la pace e coloro che vorrebbero distruggerla, tra coloro che guardano al futuro e coloro che si aggrappano al passato, tra coloro che aprono le loro armi e le persone determinante a ripudiarle
William J. Clinton

Un carico di vite umane, anime prima ancora che persone: sono i migranti presenti sulla Sea-Watch 3, nave battente bandiera olandese che poche ore fa ha valicato i “confini” italiani, grazie al coraggio di una ragazza 31enne, in passato nostromo a bordo di navi oceanografiche nel Polo Nord, per il Wegener Institute dedito alla ricerca marina, fondazione con sede a Bremerhaven, nel circuito dei centri di ricerca ambientalista. La ragazza, simbolo di quel princìpio sempre più ricercato e mai dimenticato, ha deciso di sfidare le convenzioni e quelli che, a conti fatti, sembrano essere dei veri e propri limiti, portando in salvo persone in stato di denutrizione, necessità di cura, assistenza.

42 migranti a bordo, assenza di cure che avrebbero comportato la morte di questi: non ci abbiamo fatto caso, pensavamo ad altro. Anche potendo non avremmo potuto fare niente, le decisioni non spettano a noi. Abbiamo capito che c’era una nave in mezzo al mare e sappiamo degli sbarchi, abbiamo capito che c’erano degli esseri umani in mare ma abbiamo atteso in ascolto di qualcos’altro, rivolto la nostra attenzione ad altro: non ce ne siamo accorti.

Carola Rackete, 31anni, conoscitrice di quattro lingue: spagnolo, francese, russo, inglese la sua madrelingua, il tedesco. Laureata a Jade nel 2011 in scienze nautiche, ha conseguito il master in conservazione dell’ambiente presso l’Università di Edge Hill, discutendo una tesi sugli albatros. Ha lavorato al parco naturale della Kamchatka dove si è occupata di tutto un pò: dalla guida dei bambini alla manutenzione delle attrezzature. Una ragazza come tante, una di noi.

All’età di 23 anni al timone per spaccare il ghiaccio del Polo Nord per l’Alfred Wegener, uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi. Diventa secondo ufficiale a bordo della Ocean Diamond, stesso ruolo che ricoprirà nei due anni successivi per la Arctic Sunrise di Greenpeace. Continua su piccole barche nell’arcipelago delle Svalbard, nel mare Glaciale Artico e con la Sea-Watch dal 2016. Ha lavorato in passato per la flotta navale della British Antartic Survey e nel 2018 ha solcato le gelide acque della Terra di Francesco Giuseppe. Ed infine, il Mar Mediterraneo ad oggi, l’esperienza che la vede coinvolta nel salvataggio di 42 persone stremate dalla fame, dalla sete, per correre verso un ideale che tutti conosciamo ma che, accecati da ben altri ideali sui quali puntiamo spesso tutta la nostra Vita, non riusciamo a vedere: l’Umanità. La diffusione di quest’importante messaggio al quale stanno opponendosi le logiche restrittive e convenzionali di diversi paesi di un Europa che parla di unità e condivisione, allorquando ci si ritrova sempre più separati nelle cose più semplici: è forse per questo che non riusciamo a scorgere la Verità di questa semplicità, l’Essenziale è invisibile agli occhi (da “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint Exupéry).

Intanto su Twitter si raccolgono i commenti caricandosi di razzismo, sessismo, incitazione all’odio, alla violenza, seguiti da altri più miti, pacifici e quieti: sono le parole a caldo delle persone che vogliono esprimere la loro. E’ sempre successo e sta succedendo in questo momento, c’è bisogno di espressione. L’AGI informa che l’imbarcazione, sulle quali sono saliti i finanzieri per i controlli, è circondata dalle motovedette della Guardia costiera: la notizia risale a circa 5 ore fa. La situazione è in stallo, c’è un forte bisogno di riconoscimento, tanto di queste persone, tanto degli oppositori: l’Italia si divide su situazioni che potrebbero essere facilmente risolvibili, l’Europa sembra non voler collaborare. E’ arrivata nella serata di ieri, al molo di Lampedusa, una delegazione del Pd guidata dal capogruppo Graziano Delrio, accolta dall’ex sindaco Giusi Nicolini, con Matteo Orfini, Davide Faraone, Fausto Raciti e Nicola Frantoianni. I gruppi sono schierati lì, da sempre, nelle posizioni di partenza: assistiamo ad una svolta nel caso e, al contempo, guardiamo alla situazione come fosse lontana anni luce dalla nostra vita. Si tratta, in realtà, di un esemplare lezione d’Ascolto, una bellissima lezione che necessita d’essere appresa.

Fabrizio Caramagna scrive: “Le conchiglie non conoscono le parole, eppure nel loro suono così semplice è descritto tutto il mare“, a definire che le cose più semplici non possono essere espresse a parole: il fare conduce alla soluzione. La libertà che fa paura, le convenzioni che, tese all’equilibrio, non riescono a rispondere ad un mutamento inevitabile: c’è bisogno di trovare altre soluzioni, più vicine alle persone, più “umane”. Spesso ci si ritrova in fallo a guardare le cose da un punto di vista diverso dal nostro, ed spesso è proprio questa semplicità a spiazzare tutti in un colpo solo riportandoci alla nostra verità, alla ri-scoperta di quei princìpi che tutti sappiamo esistere perché ci caratterizzano, ma ai quali ci sottraiamo per paura: paura dell’altro. La ragazza, definita ed insultata in svariati modi dal governo italiano, sta portando a compimento, attraverso una sola azione, decisa, senza precedenti, la sua impresa, trasmettere un messaggio da molti negato in favore a logiche di convenienza, accomodamento, politiche socio-economiche che beneficiano a metà.

In queste ore la nave costeggia Lampedusa e la Rackete, in un tweet delle 18.51 di ieri, afferma: “Le autorità italiane sono appena salite sulla nave, ci troviamo fuori dal porto di Lampedusa. Hanno controllato i documenti della nave e i passaporti dell’equipaggio, ora stanno aspettando istruzioni dai loro superiori. Spero vivamente che possano far scendere dalla nave le persone soccorse“. Dunja Mijatovic, Commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa chiede, a conferma del capitano, che i migranti possano essere accolti nel territorio: “Nell’attuale situazione si dovrebbe dare il permesso alla Sea-Watch di far sbarcare le persone senza conseguenze per il capitano, l’equipaggio e l’armatore“, prosegue “solleciterò gli altri Stati a prendere la loro parte di responsabilità in modo che l’Italia non sia lasciata sola a gestire le operazioni di ricerca e salvataggio e l’accoglienza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti sul suo territorio. La Sea Watch 3 è stata lasciata in una situazione impossibile, dovendo decidere tra l’obbedire alle istruzioni dell’Italia e adempiere al suo compito umanitario“. Strano, vero? Un paradosso dal quale non si riesce ad uscire: aiutare queste persone o lasciarle morire in mare? Parlare di umanità soltanto quando c’è un riconoscimento di se stessi, dell’altro.

Un intervento quanto mai necessario a ribadire, ancora una volta che, attraverso l’uso della forza, resistenza a quel messaggio che appare chiarissimo nella sua più intima accezione, è impossibile ottenere qualcosa di proficuo per tutti, un messaggio incompreso in passato e che oggi vorremmo venisse capito, una volta per tutte: la pace non la si raggiunge con la guerra.
Il messaggio di forza del ministro, la forza dirompente a dirimpetto del capitano, impatta duramente con tutti quegli ideali che hanno fatto dell’Italia un paese libero, esente da giudizi ed aperto alle ricchezze altrui, delle quali molte organizzazioni internazionali, a nostra insaputa, ad oggi si stanno occupando, guardando alla ricchezza già esistente, implementandola. Incidenti diplomatici fra paesi che conducono a vacue considerazioni sul rapporto fra paesi: abbiamo ancora molto da imparare, intanto vorremmo farlo attraverso questi messaggi di speranza, ricordando che quel che non si vede è molto più di quel che si vede.

I giornali svolgono un ruolo chiave nell’esposizione, circolazione delle notizie che fanno il giro del mondo: l’informazione libera permette l’apprendimento di quanto avviene “attorno” a noi, con gli occhi rivolti verso l’esterno, quando ad occuparci del prossimo immaginiamo possa essere sempre qualcun’altro, tendiamo a guardare all’esterno, in cerca di risposte che, quasi mai, riescono ad accontentarci. Vittime quindi di situazioni al limite, i migranti come noi, gli invisibili che non conosciamo e che sembrano sempre più distanti: potrebbero essere i nostri figli, nipoti, mogli, mariti, fratelli o sorelle. Di fatto lo sono, e tendiamo a non voler considerare, con ribrezzo, indignazione, inutilmente, immaginando questo mondo lontano dal nostro perché fuori dalla porta di casa, accontentandoci di questo “piccolo mondo” d’informazione che, se da una parte ci assicura un collegamento “verso il mondo”, dall’altra ci imprigiona facendoci sentire delle piccole parti senza una meta, alla ricerca di un senso che sembra andato perso: continuiamo a cercare fuori quel che, in realtà, si trova dentro. Abbiamo necessità di continuare ad osannare, aizzando il fuoco di quest’inutile tormento bellico, o possiamo fare qualcosa per risolvere, provando a partire dalle nostre stesse sensazioni? La semplicità non ha bisogno di spiegazioni.

E’ possibile seguire tutti gli aggiornamenti in tempo reale su Twitter attraverso l’Hashtag
#SeaWatch3 o su Facebook a ► @seawatchprojekt

Sea-Watch e.V., società dedita al soccorso delle persone in fuga attraverso il mediterraneo (https://sea-watch.org/it/), lavora a supporto delle popolazioni fornendo mezzi di soccorso per l’emergenza in mare battendosi, contemporaneamente, per il Riconoscimento, a livello politico, intensificando la propria azione nella dialettica internazionale, far comprendere l’importanza della vita umana, al di là di ogni possibile divergenza per il raggiungimento di un equilibrio, far fronte al processo di migrazione che vede coinvolti i mari negli ultimi anni. L’associazione si autofinanzia attraverso le donazioni, le stesse che tutti potremmo fare in virtù di quel princìpio di cui si parlava: è una guerra già persa. L’obiettivo principale dell’associazione sta nell’Agire, promuovendo tutte le iniziative possibili, perché siano tese alla salvaguardia del Diritto alla Vita, innegabile, ineguagliabile, irripetibile. Il riconoscimento di questo diritto che va ben oltre le frontiere e le discussioni di sorta, politico-governative che dir si voglia: al momento in cui una persona sta annegando, non ci chiediamo il perché, il come, e ci gettiamo in maniera qualunque cosa accada, nel rischio di perdere la nostra vita stessa, si chiama Umanità. Gettare un salvagente è un atto d’Amore, Incondizionato, quel che i bambini sanno fare meglio, del quale sembriamo esserci dimenticati, travolti da una miriade di pensieri, spesso inutili alla nostra vita. 

E risale a 5 ore fa l’ultimo aggiornamento su Facebook da parte del SeaWatchProjekt che ricorda l’importanza dell’unità di intenti, ri-unificazione diplomatica, attraverso un videomessaggio dedicato ai suoi followers con le parole di quelle persone che per il progetto lavorano da tempo, aderendo agli ideali umanitari della quale l’associazione si fa promotrice fin dall’inizio.

Ancora una volta, un chiaro esempio, e sempre più evidente, sotto gli occhi di tutti, di quanto le leggi in vigore collidano nettamente con princìpi più alti, delle quali le persone hanno estremamente bisogno ma che tendono ad ignorare per paure, rispondendo alle aspettative dell’altro.

Una meccanica che dura da moltissimo tempo e sempre meno funzionale alla creazione di un mondo dove questi princìpi siano vessillo-specchio del riconoscimento di tutte le popolazioni, riconoscimento del prossimo come persona che ha bisogno d’aiuto, tanto quanto noi.

Nel protestare contro una guerra, possiamo credere di essere una persona pacifica, un vero rappresentante della pace, ma questa nostra presunzione non sempre corrisponde alla realtà.
Osservando in profondità ci accorgiamo che le radici della guerra sono presenti nel nostro stile di vita privo di consapevolezza. Se noi non siamo in pace, non possiamo fare niente per la pace
Tich Nhat Hanh

Daniele Fronteddu