In cosa stiamo spendendo realmente il nostro Tempo?

Tendiamo a soffermarci sempre così poco nel pensare al senso delle nostre azioni, delle nostre parole, reiterando schemi di pensiero e comportamentali delle persone attorno, passate e presenti, senza concludere mai il vero motivo, attraverso continue giustificazioni tese a rendere ancora più concreta, evidente la separazione con l’altro, ricorrendo alle stesse motivazioni di sempre che rallentano, spesso impediscono, l’espressione del nostro massimo potenziale, se non per pochi attimi, quegli istanti che, inconsapevolmente, ritorniamo ad essere presenti a noi stessi.

Ma cosa sto facendo, e perché lo sto facendo?

Rispondere a questa domanda significa venire a capo di un altra: perché sto vivendo?

Talvolta, guardando fuori dalla finestra dell’ufficio, alle nuvole che scorrono nel cielo, oppure ripensando, come spesso accade, all’ultimo dialogo avuto con nostro marito, nostra moglie, nostro figlio, all’impossibilità di qualcosa che non siamo riusciti a dire, a fare, manifestiamo il profondo desiderio di scoprire se quelle azioni, quelle parole, rappresentano le nostre vere intenzioni, la nostra essenza. Spesso, a seguito di ripensamenti sulle incongruenze, proviamo quasi un senso di tristezza, rassegnazione. Immaginando di non poter fare niente lasciamo andare, schiacciati dal peso di una quotidianità doverosa, monotona, eventi che lasciano, quasi sempre, un senso di vuoto che tende a scemare.

In quei momenti il tempo sembra rallentare, cristallizzare: il litigio con il capoufficio, quel direttore così richiedente che, persistente ed oppositivo, per un motivo o l’altro, sembra non voler comprendere, accettare le nostre opinioni, le nostre considerazioni. Potrebbe avvenire tutto in un attimo, la chiamata che cambia la vita, il colloquio che mi ridà quella speranza ormai persa, il partner che mi richiama dopo anni di silenzio, quell’amico che non aspettava altro che ricevere, adesso protende verso noi come mai era accaduto prima: il tempo è riuscito a darmi qualcosa che immaginavo potessi non meritare, lasciandomi andare allo sconforto.

Potrebbe succedere” dice la mente, mentre il blocco, riflessivo del meccanismo di paura, ferma la linfa vitale che desidera scorrere da noi verso l’altro. La paura del cambiamento, ancor più la paura d’amare, conducono all’esclusione dei nostri interessi.

Ci soffermiamo troppo poco nell’osservare l’immenso, silenzioso lavoro che ogni ape svolge nella creazione dell’alveare, nella produzione del miele, nella meticolosa organizzazione, nella stretta collaborazione assente da ogni contrarietà, resistenza, emblema di quel profondo senso di cooperazione che inizia e prosegue ad un altro livello, un livello più alto. Guardiamo distrattamente al presente rendendoci conto, in parte, della nostro esistere tendendo alla selezione (esclusione dell’altro) di quanto più affine al nostro percorso, alla ricerca della felicità condizionata dall’estromissione di qualcuno, di qualcosa, dimenticandoci di quanta importanza abbia il prossimo (qualsiasi) nella realizzazione del nostro ritratto, nonché nella condivisione della splendida opportunità del poter aprire gli occhi la mattina per concretizzare i nostri sogni, il nostro Progetto di Vita. Il riconoscimento del momento presente e della preziosità di questo tempo che scorre senza nemmeno accorgercene, rappresenta la realizzazione di quanto abbiamo scelto prima ancora di nascere, verso quell’integrazione con noi stessi ed il prossimo: scoprire Chi Siamo, Dove stiamo andando, Cosa desideriamo Realizzare.

L’importanza attribuibile al tempo non potrà mai surrogare, avvicinarsi, in alcun modo, all’esistere: la presa di coscienza della nostra presenza sulla terra, fondamentale al proseguimento della vita, restituisce ad ognuno qualcosa di più alto della dignità, della mera comprensione, accettazione da parte dell’altro, e permette la realizzazione di concezioni più estese, come il trasferimento delle conoscenze (condivisione), la profusione della propria essenza nel mondo.

Il primo Ascolto è quello che inizia da noi, verso noi stessi: le nostre sensazioni, le nostre emozioni, la nostra unicità. Cercare il riconoscimento pubblico senza aver osservato il nostro rapportarci a noi stessi, agli argomenti che riteniamo essere più importanti, significa guardare giù dal precipizio senza il coraggio di saltare.

Abbiamo l’opportunità di riconoscere il momento presente, celebrare la nostra essenza, la Vita. Guardare ai colleghi, agli amici, al partner come il bene più prezioso che abbiamo, nonostante tutto, convenendo alla caducità di quanto è materiale.

E’ il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi e agli altri.

Nel vivere questa splendida illusione, non abbiamo coscienza del fatto che “non stiamo spostandoci nemmeno di un millimetro” da un luogo ad un altro, non stiamo incontrando persone sconosciute, non stiamo mancando su niente: la cosa importante è riuscire a realizzare l’essenza del progetto per il quale stiamo vivendo.

Daniele Fronteddu