La sensibilità all’Ascolto: una dimenticanza “moderna”

Le Regole di Pechino rappresentano una minima risoluzione per l’amministrazione della giustizia minorile e costituiscono la fondamentale individuazione di norme standard in sede di materia penale, nell’intento di definire diritti e garanzie atti a tutelare gli interessi dei minori. Il documento, definitivamente steso in una riunione interregionale a Pechino nel maggio del 1984, è stato approvato e reso operativo nella sessione plenaria dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre dell’anno successivo (cd. Convenzione di New York). Composto di trenta articoli, il documento presenta una struttura suddivisa in sei parti, la prima relativa i princìpi generali, la seconda l’istruttoria, la terza il giudizio, la quarta il trattamento in libertà, la quinta il trattamento con privazione di libertà, la sesta le ricerche e le politiche sociali.

Le regole esposte ragionano nell’ottica del fatto compiuto descrivendo, con meticoloso rigore, le procedure operative, ad eccezione della parte relativa alle prospettive fondamentali che riflettono l’importanza delle politiche di prevenzione: “misure concrete che comportano la piena mobilitazione di tutte le possibili risorse, incluse la famiglia, i volontari e altri gruppi comunitari, così come la scuola e le altre istituzioni, al fine di promuovere la tutela del minore per ridurre la necessità di un intervento della legge e di trattare efficacemente, equamente e umanamente, il minore quando venga in conflitto con la legge” sottolineando al sesto comma della prima parte che “i servizi della giustizia minorile dovranno svilupparsi e coordinarsi sistematicamente per migliorare e perfezionare la competenza, i metodi, gli approcci e le attitudini del personale impiegato nei servizi stessi” meglio specificato al comma 22 della terza: “la formazione professionale, l’aggiornamento, corsi di riqualificazione e altre iniziative appropriate di insegnamento tenderanno a fornire e a sostenere la necessaria competenza professionale del personale che si occupa di minori“.

In questo senso, potremmo evidenziare la necessità, sempre più crescente, per una giustizia che risponda massimamente ai criteri di efficienza ed efficacia, di un riconoscimento sostanziale che prenda in considerazione la convertibilità legislativa atta alla risoluzione di ogni singolo caso, alla luce dei princìpi ordinamentali in ottemperanza a quelli più spirituali. Nonostante il profuso impegno e l’attuazione negli ultimi anni, da parte del legislatore e delle istituzioni che hanno reso concretamente possibili gli emendamenti in tema di tutela favorendo l’accoglimento delle nuove istanze, riscontro ancora questa mancanza.

advertisement

“Gli angeli dei nostri tempi sono tutti coloro che si interessano agli altri prima di interessarsi a se stessi”
Wim Wenders

Le Regole di Pechino, nonostante non giuridicamente vincolanti per i Paesi che le hanno sottoscritte, sono un buon modo per delineare l’altrimenti impossibile sistema giudiziario minorile, ma tali risposte sono alquanto effimere nel rispondere ad un inesorabile quanto silenzioso mutamento sociale che richiede l’utilizzo di strumenti legislativi d’intervento protesi ad una rapida e profonda risoluzione, e di figure professionali sensibilmente disponibili all’eventuale messa in discussione delle proprie acquisizioni tecnico-meccanicistiche spesso separative nell’incontro su un piano diversamente accessibile.

“Ogni volta che fai qualcosa per gli altri, pensando solo alla loro felicità, ti senti meglio: e questo alla fine ti riempie il cuore di gioia. È un esperienza che ti può cambiare la vita per sempre”
Sergio Bambarén

Riflettere sulla necessità di un’aiuto disinteressato e consapevole che nasca da un de-centramento prospettico, in tutte le nostre relazioni interpersonali, è l’unica soluzione per un sentiero di completo appagamento personale, di felicità che possa estendersi anche al lavoro: i confini netti che fungono apparentemente da pilastri d’equilibrio, atti a giustificare i nostri comportamenti, precludono, di fatto, l’avvicinamento dell’altro e concludono la “separazione”.

La sostanziale differenza tra fare qualcosa per se stessi e farlo per gli altri sta all’origine della motivazione stessa e funge da reggenza, comprensibilmente disfunzionale a seguito di esiti fallimentari. E’ per questo importante domandarsi e rispondersi onestamente sulle vere motivazioni che ci spingono a fare quel che stiamo facendo, tanto per il nostro quanto per il benessere dei ragazzi.

Daniele Fronteddu