La fiducia nell’altro: come possiamo imparare dai bambini?

Agitamus, iniziativa promossa dal CIP Sardegna in collaborazione con la Regione, ha voluto porre l’accento sul rapporto fra ragazzi e disabilità. All’incontro hanno partecipato i nuotatori della FISDIR (Federazione italiana sport paralimpici degli intellettivo-relazionali) Alessandro Roggia e Daniele Ruiu raccontando il loro vissuto, le loro emozioni. Un chiaro messaggio di forza, quello degli atleti, che i ragazzi, con la loro sensibilità, curiosità, spiccata attenzione per l’arricchimento, hanno saputo cogliere. La Dott.ssa Caterina Branca, che ha lavorato al progetto insieme a Maria Lisa Carboni, Eleonora Palmas e la coordinatrice territoriale CIP Monica Pirina, ha voluto sottolineare gli aspetti salienti di quest’incontro, le impressioni, le sensazioni.

Gli atleti hanno raccontato la diversità, l’empatia, le difficoltà incontrate nei loro percorsi, ma hanno esternato anche aspetti positivi come l’amicizia, la fiducia e tutto ciò che è necessario per raggiungere grandi traguardi nello sport e nella vita“. Quali sono le sue osservazioni in merito al rapporto fra ragazzi e disabilità?

Hanno parlato con gli atleti di ciò che hanno sentito in situazioni in cui si sono sentiti “diversi”, e l’intento di Agitamus era proprio questo: partire dall’incontro con la diversità per riflettere la nostra ed accogliere l’altro, la sua visione.

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Abbiamo scelto la disabilità perché è una diversità visibile e lo sport in quanto strumento che permette il confronto su temi che bambini e ragazzi conoscono molto bene: fiducia, divertimento, motivazione, impegno, fatica. Ascoltando le storie degli atleti e mettendosi nei loro panni sono stati accompagnati a riflettere su episodi e momenti nei quali loro, in prima persona, hanno provato le stesse cose: rabbia, frustrazione, soprattutto il “bisogno della condivisione“. Arrivare a comprendere, realizzare che ognuno ha la sua diversità, più o meno visibile, e sapere che il nostro compagno ci risponde male perché ha lui una difficoltà in quel momento, ci aiuta a metterci nei suoi panni.

Sapere cosa sta provando l’altro, la sua difficoltà, sia essa una disabilità o una situazione transitoria, ci rende responsabili di ciò che conosciamo e ci porta a prendercene cura. Se capisco la difficoltà di una persona non vedente ad andare da un’aula all’altra perché l’ho fatto con una benda sugli occhi, inizio ad immaginare anche quanto impegno e fatica ci vogliono per poter ballare da non vedenti, o correre una gara di atletica, giocare a torball o svolgere una semplice attività quotidiana come scegliersi i vestiti la mattina. Sapere queste cose mi aiuta a rispettare l’altro, capirne il valore e prendermi cura di lui in quanto persona.

Come gruppo di psicologi abbiamo scelto di presentare Agitamus in una terza secondaria e in una quinta primaria perché sono due momenti di grande cambiamento. Questi ragazzi, tra qualche mese, passeranno ad un ordine di scuola successivo con altri compagni, altre figure di riferimento, un altro ambiente con cui confrontarsi e sintonizzarsi. Ci piacerebbe che l’esperienza vissuta con Agitamus li accompagnasse in questo passaggio e li aiutasse, nel ricordare l’ormai lontano concetto di “diverso, inadeguato”, il valore di gruppo, l’importanza dell’affidarsi all’altro riconoscendone le difficoltà.

Sono contenta che alcuni si siano aperti davanti ai compagni, esprimendo la tendenza alla frustrazione per non sentirsi all’altezza in certe situazioni; hanno avuto tanto coraggio e la loro emozione nel parlare mi ha commosso“. Quali sono state le sue sensazioni quando i ragazzi hanno iniziato a parlare di se stessi?

Li ho ammirati, perché comprendo la difficoltà del mostrare a tutti le nostre debolezze, la nostra inadeguatezza. E’ come “spogliarsi” di ciò che ci siamo costruiti, dell’immagine che vogliamo gli altri abbiano di noi, con la paura di scoprire ciò che siamo realmente se dovessero conoscere i nostri punti deboli. E questo, paradossalmente, si amplifica se davanti abbiamo persone che conosciamo bene, con cui abbiamo condiviso esperienze ed emozioni.

Durante uno degli esercizi sulla fiducia, i ragazzi con la benda sugli occhi, si dovevano affidare ad un compagno nell’esplorazione dello spazio in palestra. Dopo l’esercizio, durante le riflessioni, ho chiesto ad una ragazza come si trovasse nei panni di chi guidava, di chi aveva la fiducia dell’altra compagna bendata, se l’avesse protetta da eventuali difficoltà o le avesse dato l’opportunità di esplorare. La ragazza mi ha risposta che non si era trovata bene in quel ruolo, che non si sentiva “degna di fiducia”, non si sentiva all’altezza del compito per paura di potersi “far male“. Con voce tremante ha dichiarato, davanti a tutti i compagni che in silenzio l’ascoltavano, che si sentiva spesso cosi prima di iniziare qualsiasi attività a scuola, rispondere ad una richiesta in casa o tra amici. Sentiva, ancora prima di iniziare, di poter “fallire“. Ha tirato fuori un coraggio che nemmeno lei s’aspettava.

Un bambino alla primaria, con rabbia e rassegnazione, ha parlato della sua disabilità fisica che non riesce ad accettare. In questi incontri usava la mano per proteggere e prendersi cura della compagna che camminava bendata vincendo il gioco dei tiri a canestro proposto dai campioni della Dinamolab. Quando insieme abbiamo riflettuto su ciò che era riuscito a fare, prima mi ha guardato stupito, quasi non si fosse reso conto e poi, imbarazzato, ha continuato ad “insultarsi”, questa volta con meno convinzione: si tratta della difficoltà di accettare parti di noi che non ci piacciono.

Su quali aspetti dovrebbero maggiormente lavorare i docenti?

Docenti e dirigenti che partecipano ad Agitamus credono nel progetto e nell’importanza di parlare di questi temi, oggi più che mai. Penso spesso agli adulti che sperimentano un profondo senso di inadeguatezza davanti alle richieste dei loro alunni o a certe situazioni di conflitto, rabbia, profonda solitudine che si verificano in classe. Rispondere all’emergenza educativa oggi è altamente complesso, e solo aiutandoci tra adulti è possibile “non sentirci soli”. Un bravissimo maestro, Franco Lorenzoni, dice che la scuola dev’essere sempre un po’ meglio della società in cui è. Personalmente sono d’accordo, la scuola dev’essere come un faro nella nostra società, un luogo per parlare di diversità e continuare a portare avanti percorsi di sensibilizzazione e di accoglimento dell’altro.

 

Riferendoci questa volta al concetto di “diversità”, riscontriamo un altro importante tema già trattato: la fiducia. Se vedessimo, come abitualmente tendiamo a fare, l’altro come antagonista da sorpassare perché presumibilmente capace di farci del male, in un gioco altrimenti detto “lotta alla sopravvivenza”, la cosiddetta disparità del “win-lose” che annulla ogni presupposto collaborativo, non solo negheremo a noi stessi la possibilità di concretizzare in cooperazione l’abbattimento dei pregiudizi sulla diversità, ma la negheremo anche ai nostri ragazzi, il nostro futuro.

Daniele Fronteddu