Intervista ad Andrea Cabras, leader dei Tamburi di Capo Comino

Più informazioni su

Ho conosciuto il gruppo musicale di Siniscola, “Tamburi di Capo Comino”, in occasione del reading poetico tenutosi presso la pineta di Sa Petra Ruja, tra La Caletta e Santa Lucia, dove erano venuti a suonare. La loro musica ha affascinato i presenti, dando un’impronta particolare alla serata e ho voluto scoprire  le radici di questa musica, facendo alcune domande a Andrea Cabras, colui che ha studiato e ora insegna questo genere musicale.
Com’é nato il gruppo Tamburi di Capo Comino ? Sei stato tu l’ideatore?
Il gruppo TAMBURI DI CAPO COMINO, è nato come iniziativa del Centro Culturale e Ricreativo “Stella Maris” di Capo Comino, il 4 febbraio 2017. Si trattava inizialmente di un laboratorio aperto di percussioni africane dove iniziare la pratica artistica del djembe e dei doundouns, attraverso lo studio della tradizione musicale propria dell’Etnia Malinké ed in particolare dei ritmi e canti della Repubblica di Guinea. Il gruppo di allievi da allora ha seguito un curriculum di ritmi progressivamente sempre più difficili, che lo porterà a conoscere tutte le basi della tradizione orale di questi tamburi. Attualmente stiamo ancora lavorando e il livello di principianti, presumibilmente durerà altri due anni. Poi ci sarà l’intermedio ed infine l’avanzato. L’idea del corso è stata mia, perché ottenuto lo spazio per le attività culturali, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere altre persone nella mia passione per l’Africa, per scoprire quanto di simile abbiamo in comune e quanto di differente possiamo apprendere: la bellezza della sua cultura ancestrale, che ancora sopravvive proprio grazie alla musica di questi tamburi.
La musica é radici, cultura, storia, da che cosa prende ispirazione la tua musica?
La mia musica, che ora  creo anche rifacendomi all’insegnamento dei miei maestri africani, è una rielaborazione artistica della tradizione del mio strumento: il djembe. Il djembe e la filosofia che lo accompagna, è l’identità stessa dell’etnia che lo ha inventato. Non esiste la società malinké, senza il djembe, e il djembe non esiste senza la storia dell’etnia malinké, sono un tuttuno. Ho avuto la fortuna di ricevere l’insegnamento di grandi maestri e persone di una saggezza infinita, che a piccoli passi mi hanno trasformato in un artista, trasmettendomi la loro cultura. Fra tutti in particolare il maestro Anziano Koungbanan Conde, direttore del Ensamble nazionale guineano Percussion de Guinée, che mi ha iniziato all’arte degli assoli, facendomi scoprire il djembe che prima del suo incontro a Conakry, non suonavo mai. Il suo insegnamento è stato semplice, nulla di tecnico: lasciarsi trasportare dal tempo e dalla melodia dei tamburi. Ho iniziato questo percorso 19 anni fa e ancora non ho smesso di imparare, creare, suonare e divertirmi con il mio strumento.
I ritmi musicali che si intrecciano fra loro nella percussione dei Djembé , sono un linguaggio antico, sembra che tra di loro ci sia un dialogo, ricordano avvenimenti di vita vissuta puoi dirmi in breve a quali si riferiscono?
Il suonatore di djembe, in malinké djembefolà, non suona ma fa letteralmente parlare il tamburo. L’arte del djembe è il dialogo fra le assonanze e le dissonanze create dalla pelle che vibra. Col djembe si può parlare la lingua malinké e anche l’italiano, e dire frasi di senso compiuto che hanno un preciso significato codificato che le persone che ascoltano possono comprendere. I ritmi cantano una sorta di poesia fatta di molti contributi, che ha un significato, legato alla storia e ai costumi di questo popolo. Esistono ritmi e frasi per ogni occasione dalla raccolta del riso, al matrimonio, al funerale, al battesimo dei bambini, per l’arrivo di un capo, per evocare i grani eroi del passato, le epiche battaglie, i proverbi; per raccontare, insomma, la complessiva identità della comunità che questo strumento riunisce, facendola sentire una cosa sola. Il linguaggio del djembe, è la lingua antica, che i malinké conservano gelosamente e tramandano da millenni di generazione in generazione e non tutti hanno la fortuna di intuirne la grandezza e di essere iniziati alla scoperta dei suoi numerosissimi segreti. I tamburi quindi parlano tra di loro e parlano al pubblico che ascolta trasmettendo un messaggio che si perde nella notte dei tempi.
Il tuo percorso musicale da cosa è stato influenzato?
Ho desiderato divenire un musicista di musica tradizionale africana sin da bambino. Ebbi fra le mani una musicassetta di musica tradizionale senegalese della regione della Casamance, intorno al 1984. La ascoltai e riascoltai finché non la seppi a memoria, e un giorno dissi, voglio farlo da grande e così è stato. La mia carriera di artista, è segnata dalla relazione con i grandi maestri di strumento, tantissime persone con cui ho collaborato e con cui ho vissuto esperienze artistiche ed umane. Questa musica è soprattutto relazione. La relazione è centrale, nell’apprendimento come nella realizzazione di qualsiasi progetto artistico con questa musica. Imparare a stare insieme e costruire qualcosa insieme, è il più grande insegnamento che mi ha dato l’Africa e gli africani, ed è questo insegnamento che provo a trasmettere ai miei allievi, perché imparino che per andare lontano occorre capire che si deve camminare insieme.
Questo genere di musica trova difficoltà ad affermarsi?
Nel 1999 ho preso la prima lezione di djembe in un corso stabile, dal maestro Lorenzo Gasperoni di Milano. Allora non c’era nulla, eravamo quattro gatti con un tamburo e le idee poco chiare sul da farsi. Poi abbiamo capito che era il momento di mettersi in gioco e costruire qualcosa. Sono nati molti corsi e con gli stage e gli eventi piano piano si è formata una comunità di musicisti e ballerini, che ora conta migliaia di persone in tutta Italia. Ognuno nel suo piccolo ha contribuito a divulgare la tradizione e l’Afro è diventato un fenomeno grande e prolifico. In Sardegna lavoro a questo dal 2003, con incontri, scambi artistici, concerti, stage e corsi. Qui da noi, è ancora semi sconosciuto e c’è tanto lavoro da fare, ma credo che anche con un po di ritardo, rispetto alla penisola, presto si affermerà come una vera e propria realtà artistica come certamente merita.
Grazie ad Andrea Cabras, per aver condiviso con noi la sua esperienza e il suo sogno, affinché la musica sia custode di pace, perché come ha detto Andrea “Per andare lontano si deve camminare insieme”.
Giusy Giuseppina Carta

Più informazioni su