Antonio Cadoni, alla soglia dei 106 anni, è una leggenda vivente della Grande guerra.

L’ex capitano medico Antonio Cadoni, alla soglia dei 106 anni, è una leggenda vivente della Grande guerra. Già il 4 novembre scorso, era stato ospite della sezione oristanese dell’UNUCI, per ricevere una targa commemorativa e parlare della sue esperienza nella Grande guerra.
In quella occasione, da parte di numerose persone, era scaturita la richiesta al Consiglio direttivo dell’UNUCI, per la concessione della tessera “ad onorem” all’ex Capitano medico Antonio Cadoni. Inoltrata la domanda al Delegato regionale e alla Presidenza nazionale dell’UNUCI, questa era stata prontamente accolta.
Ieri 27 gennaio, Giornata della memoria, nella prestigiosa sede dell’associazione, in via Campanelli ad Oristano, all’ex Capitano medico Antonio Cadoni, amorevolmente accompagnato dai figli Agostino ed Elisa, attualmente considerato l’ultimo grande sopravvissuto alla Grande guerra, è stata consegnata la tessera di socio onorario dell’UNUCI, nel corso di una cerimonia appositamente organizzata per lui,
Per la circostanza, il presidente UNUCI, Martino Fadda, ha voluto sottolineare alcuni aspetti della carriera militare del capitano Cadoni, specificando che «Il dottor Cadoni, con i suoi 105 anni, è l’ufficiale italiano combattente della Seconda Guerra Mondiale più anziano ancora in vita».
Nel suo articolato e complesso discorso di ringraziamento, il dottor Cadoni, non è mancato di dare delle sferzate ai giovani di oggi definendoli “una generazione composta da molti bambocci e per di più, con un vocabolario molto limitato. Le ultime generazioni – ha sentenziato – hanno trasformato le concezioni di libertà, fraternità ed eguaglianza, in libertinaggio, egoismo e disuguaglianza”.Questo il suo articolato discorso, fatto per la circostanza: “La ringrazio con commozione per le espressioni benevole che mi ha rivolto. Con pari sentimento ringrazio lei e l’intera U.N.U.C.I. di Oristano per aver voluto concedermi l’alto onore di una iscrizione “AD HONOREM”. Questo fatto, secondo me, dona a questo incontro un carattere fraterno, spirituale, di uno slancio dell’UNUCI di Oristano verso la verità. Il filosofo inglese Bertrand Russel ha definito la verità quale dea luminosa, sempre velata, ma degna di tutta devozione, di cui lo spirito umano è capace. Io intendo associarmi a questa devozione con l’offerta a Voi presenti del frutto di mie meditazioni senili, che mi sono care e potrebbero, in un giorno futuro, essere utili a chi, attualmente, è giovane. M’incoraggia questa sentenza di Socrate: “Certe cose si vedono con la vista della mente solo quando è scomparsa quella degli occhi”. Sarà questo un mio modo di glorificare l’UNUCI di Oristano. Spesso mi viene rivolta questa domanda: “Che cosa pensa dell’attuale società, lei che ha accumulato tanta esperienza di vita?” Ecco la mia risposta. Io sono un modesto cultore di storia e filosofia e della filosofia della storia. Pertanto indirizzerò la vostra attenzione alla vita sociale attuale. Di essa siamo insoddisfatti, perché, come ha scritto tempo fa, un giornalista italiano, vi rimaniamo in superficie e anche perché, erratamente, pensiamo che le generazioni a noi precedenti abbiano trascorso vite migliori. Dimentichiamo che l’età dell’oro resta una favola, uguale a quella di Biancaneve. Dimentichiamo soprattutto che il Padre Eterno disse ad Adamo: “Con il sudore della tua faccia mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei tratto; polvere sei e in polvere devi tornare”. Dimentichiamo, inoltre, che siamo figli di Caino e non di Abele, carichi di miseria e di fragilità. Dalla storia sappiamo come si è proceduto negli ultimi secoli. L’uomo, dotato d’intelligenza e portato all’azione, ha formulato i dettami della Rivoluzione Francese: “LIBERTA’, UGUAGLIANZA, FRATERNITA’”. Sennonché, e diciamo purtroppo, i proclamatori di sì nobili principi, compreso Robespierre, non ne capirono la fragilità. La stessa impetuosità della Rivoluzione impedì che maturassero e fruttificassero. La rapacità umana provvide, poi, a trasformarli in schemi concettuali, in ideologie deleterie, che portarono allo scoppio di due Guerre Mondiali, divoratrici di ogni tradizionale valore morale e sociale. Purtroppo si materializzò questo famoso verso di Dante: “A retro va chi più di gir s’affanna”.
Avide di perfezionamento, le ultime generazioni hanno trasformato la libertà in libertinaggio. L’uguaglianza in false identità, arrivando ad equiparare i padri ai pargoletti, vietando di dispensare uno scapaccione correggitore. E che cosa si è ottenuto?  Il filosofo Benedetto Croce, allorché nel secolo scorso veniva informato di qualche smargiassata, compiuta dai giovani, era solito esclamare: “Lasciateli arrivare a ventotto anni”. Oggi, al contrario, esistono legioni di quarantenni-bambocci, irrecuperabili, i quali, della scrittura, ignorano la punteggiatura, che conversano usando non più di cinquanta parole. È chiaro che siamo giunti a un’epoca strana, come se il mondo si fosse invecchiato. In Francia l’ha illustrata di recente lo scrittore Michele Onfray, con queste espressioni: “Noi viviamo, io vivo, voi vivete nell’articolazione tra due mondi, tra la fine della civiltà giudaico-cristiana e l’avvento di qualcosa che ancora è vago. La morte di ciò che fu è certa; la rivelazione di ciò che avverrà rimane incerta, anche se le bozze danno un’idea dell’opera futura.
In un vangelo sta scritto che, un giorno, Gesù chiese ai suoi Apostoli: “Pensate che alla fine del mondo ci sarà qualche uomo che, ancora, crederà in me?” Nessuna risposta diedero gli Apostoli e neppure Gesù si pronunciò. Effettivamente siamo incastrati tra due oscurità e, giunti a questo punto, siamo costretti a formulare questa domanda: “Siamo capaci di creare, con l’illuminazione ovviamente della Santissima Trinità, un cristianesimo diverso da quello attuale?”.
Poiché la storia attesta che, in tutte le ere, le religioni si affiancano sempre alla civiltà, riuscendo a plasmarle, è nostro compito neutralizzare ogni apatia e riavvicinarci all’Eterno, ravvivando quel fattore di spiritualità profonda, sempre in noi presente, inconsciamente ricevuto per eredità. Secondo la mia pochezza, sarebbe per esempio utili ripartire dal cristianesimo bonario del nostro Silvio Pellico: cristianesimo fortemente orientato all’osservanza pura di due norme semplici, accessibili alla comprensione di qualsiasi analfabeta: “Ama Dio e il tuo prossimo come te stesso; dà a Cesare quel che è di Cesare”.Su queste due rotaie il treno socio-religioso potrebbe sicuramente continuare la sua corsa. Naturalmente occorrerebbero nuove stazioni, velocità differenziate, grande vigilanza, onde evitare deragliamenti, simili a quello verificatosi ai tempi di Lutero. Avremo, in tal modo, un cristianesimo privo d’incrostazioni, diafano, trasparente e più celestiale. Il Padre Eterno, dal canto Suo, ci aiuterebbe senza dubbio alcuno. Per quanto sembri strano, Dio ha bisogno della collaborazione dell’uomo per la realizzazione del Suo regno in questa terra. È, a questo fine, che ci ha dotati, misericordioso, di un ricettacolo per la fede: era indispensabile, perché il mondo ha un fine di carattere spirituale. Illustro questo carattere spirituale con gli scritti di due filosofi moderni, che l’hanno studiato a fondo. L’americano Heschel ha scritto: “L’umanità non ha scelta tra religione e neutralità. L’irreligione non è un oppio, è un veleno. Siamo o i ministri del sacro o gli schiavi del male”. Gli fa eco, dalla Germania, il filosofo Carlo Jaspers con le seguenti, sublimi, espressioni: “L’umanità odierna, bizzarramente, si è inventata e adora vitelli d’oro, come ai tempi di Mosè. Con ciò dimenticando che l’esistenza umana scorre verso un unico Padre Eterno; dimenticando pure che è proprio questa prossimità al divino autentico quella che conferisce alla vita di ognuno, credente o miscredente, un significato supremo”.
Non sono mancate le poesie che gli sono state dedicate da Giorgio Pani e da Gian Piero Angotzi, quest’ultimo, ne ha composta una molto suggestiva in sardo, che nelle prime strofe dice: “No est mancadu mai su valore/ e hat faddido solu sa fortuna/ ca non b’hat zente sutta sole e luna/ cun sas nostras eroicas virtudes;/ s’amore po sa patria no la mudes/ pesa unu cantu de gloria e de onore”. 
Antonio Cadoni, nasce a Villacidro nel 1912, ma ormai si considera oristanese a tutti gli effetti, per aver trascorso gran parte della sua vita in città, dove ha esercitato la professione di dentista. Si era laureato giovanissimo, in medicina e chirurgia, a soli 24 anni, nell’Università di Roma. Nel 1938, diventa Tenente medico in servizio permanente effettivo del Regio Esercito Italiano e nel 1939, viene trasferito al Regio Corpo Truppe Coloniali e inviato nell’Africa Orientale Italiana. Viene fatto prigioniero di guerra e dal 1941 al 1945, lo sballottano in diversi campi di concentramento, prima in Eritrea, poi nel Sudan Anglo-Egiziano, in Sud Africa e negli Stati Uniti d’America. Lo congedano col grado di capitano medico nel 1947 e nel 1948 prende la specializzazione in Odonto-Stomatologia e Protesi Dentaria. Nel 1952 si stabilisce ad Oristano, dove esercita la libera professione sino al 1991.
Quando gli mancano nove anni al compimento del secolo di età, decide di donare tutta la sua attrezzatura e la sua biblioteca, al Seminario Arcivescovile di Oristano, che allestisce un’apposita sala denominata “Museo Cadoni”. L’ex capitano Cadoni, ha anche trasportato i suoi ricordi e le sue esperienza in diverse pubblicazioni, veri e propri documenti su un passato che ci deve sempre servire per non commettere più certi errori.
Gian Piero Pinna

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