27 gennaio, giorno della memoria. Il ricordo “Carabiniere Spanu, all’inferno e ritorno”di Beppe Meloni

 27 gennaio, giorno della memoria. Il ricordo “Carabiniere Spanu, all’inferno e ritorno”. È una tranquilla domenica di fine ottobre 1945, ancora molto calda e afosa, come spesso ci regala l’autunno di casa nostra, quella che si respira nella vecchia, popolare periferia de “Su Brugu” a Sant’Efisio.
In Sardegna la guerra è finita da un pezzo. Il peggio è passato e Cagliari, città ferita a morte e semidistrutta dai bombardamenti anglo-americani, ha iniziato un’opera di ricostruzione “corale”, che ha del miracoloso.
Anche a Oristano la vita ricomincia, cercando i vecchi ritmi di un tempo, anche se bisogna ancora fare i conti con il razionamento, la “borsa nera” e “sa martinicca”. In un cortile di una casetta di via Palmas si vive una giornata tutta speciale e molto particolare. Attorno ad una grande tavolata di amici, parenti e conoscenti, la vecchia madre Petronilla, la moglie Maria Felicita e le sorelle Maria Rita, Annamaria e Assunta, festeggiano il ritorno a casa del carabiniere Sisinnio Spanu, zio di chi scrive, oristanese verace, dopo una lunga odissea, in un campo di lavoro a Mosburg in Germania, durata ben 18 mesi.
L’armistizio dell’8 settembre 1943, trova Spanu, in servizio presso la legione di Cagliari, reduce da una tradotta in Corsica, a Piombino, occupata dalle truppe tedesche. Di fronte all’ordine di sbandamento, ricevuto dai superiori, raggiunge Roma e viene distaccato al forte Boccea. Nei primi giorni di ottobre l’eroica resistenza dei carabinieri a Roma, viene piegata dalle truppe tedesche, e Spanu, che nonostante l’invito dei suoi superiori non ha voluto abbandonare la divisa, nella serata del 6 ottobre viene catturato e rinchiuso assieme a molti altri commilitoni, in un carro merci. Che dalla stazione Tiburtina raggiunge, dopo un lungo viaggio, il campo di concentramento K.3670 di Mosburg in Germania. Qui viene assegnato al lavoro obbligatorio, presso la fabbrica di industria pesante Krauss-Maffei, di Monaco-Allach, che costruisce locomotive e carri armati. Il lavoro è pesante, molto duro e indebolisce anche un fisico giovane e prestante come quello di Spanu, anche perché l’alimentazione e molto scarsa, al limite della sopravvivenza. Si fa la fame, e ogni giorno Spanu e i suoi compagni escono dalla baracca per frugare tra i rifiuti delle cucine e scovare bucce di patate e resti dei piatti dei militari tedeschi, rischiando addirittura la vita. Ogni giorno inoltre, al loro passaggio, i prigionieri sono insultati e sputati in faccia al grido di “Italiani traditori” dai civili tedeschi di ogni età, giovani ed anziani. E ancora, dopo i bombardamenti sulla città, i prigionieri vengono utilizzati per il lavoro di bonifica delle macerie e dei resti umani. Poi la notte del 7 marzo 1945, finalmente la fuga dall’inferno di Mosburg, attuando un piano appositamente studiato a lungo con altri quattro compagni. Per fortuna, tre dei quattro fuggitivi, conoscono bene il tedesco. Gli spostamenti avvengono sempre di notte e a piedi, per evitare controlli e rastrellamenti.
Durante la fuga, sono ospitati in una baia da due anziani coniugi tedeschi, che mettono a repentaglio la loro vita, mentre uno dei compagni muore in un incidente stradale.
All’arrivo in Italia, Spanu viene inviato a Napoli, per essere sottoposto ad un’accurata visita medica all’ospedale militare. È ridotto a una larva umana e a stento si regge in piedi. La sua situazione psicofisica è disastrosa, e al suo arrivo ad Oristano pesa appena 38 chili e non riesce a mangiare nemmeno un uovo. La primogenita Antonietta, che alla sua partenza aveva appena 5 mesi, lo rivede dopo 2 anni e mezzo e non lo riconosce. Sisinnio Spanu non è più lui. Agli occhi della figlia sembra un vecchio, ma ha solo 39 anni.
Beppe Meloni

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