Antonio Ledda: da Serramanna a Majdanek via Dachau, viaggio di sola andata

L’ultima ricerca di Paolo Casti, ricercatore e scrittore appassionato della storia di Serramanna stavolta ha dell’incredibile. Con minuziose ricerche e grazie a contatti con altri ricercatori è riuscito a ricostruire le vicende dell’unico deportato serramannese in un campo di sterminio; anzi in due!

Antonio Ledda, nato a Serramanna il 16 marzo 1874, era un possidente terriero, molto conosciuto in paese col nomignolo di “Antoniccu”. Fu anche presente in qualità di testimone, assieme ad un altro possidente, Murgia Fiorenzo, alla costituzione della “Mutua assistenza fra gli Operai ed Artigiani di Serramanna“, costituita con atto pubblico il 4 aprile 1908 rogato dal notaio Efisio Serra, assieme ai 37 soci fondatori.

Padre di sette figli, quattro maschi e tre femmine, una delle quali, Natalina, entrò in convento a Cagliari col nome di Suor Maria Teresa, deceduta poi nel 1977.

Per un atto sconsiderato, a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, finì nei guai con la giustizia e di conseguenza fu arrestato e condannato. Negli anni ’40 venne trasferito nel Carcere Giudiziario di Badia di Sulmona, in provincia de L’Aquila che, oltre ad essere un luogo di reclusione per antifascisti jugoslavi, lo era anche per gli italiani condannati dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e da carcerati comuni.

Il Ledda, pur non trovandosi nella condizione di detenuto politico ebbe la “sfortuna” di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, giacché il Penitenziario di Sulmona era un cosiddetto carcere di smistamento e successivamente all’armistizio man mano che i tedeschi ripiegavano verso il nord Italia, le carceri venivano svuotate.

Antonio Ledda partì dalla stazione ferroviaria di Sulmona, l’8 ottobre 1943, con un convoglio scortato da soldati della Wehrmacht costituito da vagoni merci del “Tipo F 1925” delle Ferrovie dello Stato italiane, piombati e col filo spinato in ogni apertura a cui furono aggiunti durante il viaggio altri deportati durante le soste a Roma, Firenze e Verona.

Arrivarono a Dachau dopo 6 giorni e 5 notti di viaggio, senza acqua e senza viveri, il 13 ottobre 1943. A Dachau, il Ledda, come tutti gli altri deportati, divenne un numero, il 56628, e gli fu assegnata la categoria di “Schutzhäftlinge” (cioè deportato per motivi di sicurezza).

Grazie al prezioso contributo della Professoressa Antonella Filippi, autrice del libro “Deportati italiani nel lager di Majdanek” (Editore Zamorani), basate su documenti originali, quali il “Totenbuch – Libro dei morti” di Majdanek, il 3 gennaio 1944, viene trasferito nel campo di concentramento di Majdanek a Lublino in Polonia, dove arriva il 6 gennaio 1944, dopo 3 giorni di viaggio (Dachau, dista da Lublino ben 1.173,8 Km), dove viene schedato come prigioniero italiano detenuto per motivi di sicurezza.

Antonio Ledda è appurato che non morì né a Dachau, né durante il viaggio verso Majdanek: infatti, nel “Totenbuch – Libro dei morti” di Majdanek, è scritto che morì il 22 marzo 1944, a 70 anni appena compiuti a causa di “turbe circolatorie secondarie a sclerosi vascolare”.

Ovviamente le cause di morte, indicate nel “Libro dei morti di Majdanek”, non sono certamente veritiere poiché veniva usata una ripetizione meccanica di poche patologie per tutti i decessi.

La cosa incredibile è che grazie alle ricerche di Paolo Casti i suoi discendenti possono ora conoscere il destino del loro congiunto, in quanto ne persero le tracce in quei giorni bui e ne ignoravano completamente il destino.

La ricerca completa è consultabile cliccando qui.

Anna Pina Lorenzoni