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La musica antica, questa sconosciuta. Intervista a Dario Luisi, direttore artistico del Festival “Echi Lontani”

Il festival “Echi Lontani” (http://www.echilontani.org)   prosegue con i suoi appuntamenti : si è svolto ieri “Carta bianca con…”, un incontro dedicato alla conoscenza dei musicisti attenti al repertorio della musica antica, spesso visti come parrucconi eremiti e misantropi, in realtà persone normalissime che amano il loro lavoro.  Quest’anno è stata la volta di Luciano Contini, sassarese, che ha raccontato il mondo del liuto in un piacevole dialogo con Dario Luisi. E proprio Dario Luisi è stato a sua volta oggetto di una chiacchierata sulla filologia musicale, la recezione del pubblico e l’atteggiamento delle istituzioni verso questo repertorio ancora giudicato inconsueto. D’altronde, chi meglio di lui? Direttore artistico del Festival Echi Lontani, genovese di nascita, è un violinista affermato, specializzato nell’esecuzione e reinterpretazione della musica antica, con all’attivo numerosissimi concerti nelle più famose sale, istituzioni, emittenti radiovisive; è inoltre docente della cattedra di “Strumenti storici della famiglia del violino” (e di numerose materie complementari che sarebbe troppo lungo enumerare) al Conservatorio Regionale “J.J.Fux” a Graz, in Austria. Una personalità a tutto tondo, l’uomo ideale, quindi, per rispondere ad alcune curiosità che spesso balzano in mente a chi per la prima volta si avvicina a questo “piccolo mondo antico”

«Dario, noi ci conosciamo da tempo, innanzitutto bentrovato. Da direttore artistico e strumentista, ritieni che sia davvero così difficile per il pubblico l’ascolto sia della musica antica che barocca? quanto tanti anni di Mozart e classicismo ci hanno plasmato e quanto, nonostante tutto, ancora influenzano anche gli appassionati?

Dario risponde: «Nel caso di piccole stagioni concertistiche e di ambienti consoni alla musica scritta fino alla metà del Settecento, ovvero chiese e/o piccole sale di palazzi o affini, il problema non si presenta. Se la musica viene presentata in un luogo appropriato molto spesso l’ascoltatore riesce a lasciarsi convincere ed ammaliare dalla qualità musicale sia del pezzo che degli esecutori; se invece questo avviene presso grandi sale ottocentesche (pensiamo al Musikverein di Vienna o al Concertgebouw di Amsterdam), teatri moderni o ancora peggio auditoria moderni senza possibilità di simulare acustiche variabili il problema sorge: il pubblico che la sera prima ha ascoltato una sinfonia di Mahler ed il giorno dopo assiste ad una piccola rappresentazione di musiche di Monteverdi eseguite da poco più di 7 o 8 musicisti rimane, a seguito di ciò, scioccato, tende a colpevolizzare più artisti e musiche che piuttosto, come sarebbe giusto, l’organizzazione del concerto. Ma questo è un problema di ritorno economico piuttosto che di qualità della musica o dell’esecuzione. Poco pubblico pochi soldi, grande pubblico grandi soldi, quindi: grandi sale, non importa quale sia la musica. Esattamente quanto si cerca di fare ad Echi Lontani, portare la musica nei luoghi appropriati, dove il pubblico può pienamente apprezzarla, e nel nostro caso funziona»

 

«Come organizzatore, noti delle differenze fra la risposta del pubblico austriaco e quella del pubblico italiano? A Cagliari, in particolare, qual è la ricezione degli ascoltatori?»

 

Prosegue il M° Luisi: «Le risposte del pubblico austriaco e di quello cagliaritano sono similari, il pubblico è molto attento ovunque e molto interessato; essendo forse la vita musicale austriaca molto vivace ed il pubblico di conseguenza molto attento, colto e forse prevenuto, in Austria è forse più difficile offrire repertori poco conosciuti ed inusuali, diciamo che il pubblico austriaco non ama molto essere sorpreso. La mia esperienza personale di Cagliari, per quel che riguarda il pubblico soprattutto di Echi Lontani è, a tal proposito, esattamente contraria: il pubblico cagliaritano ama le sorprese, è estremamente curioso ed apprezza l’essere conpartecipe di esperienze nuove, inusuali e talvolta sperimentali»

 

«Infine, perché si diventa musicisti e perché musicisti così specializzati nel repertorio? Quanto si studia, quanto si suda e quante volte si ha la tentazione di mollare tutto visto che “con la cultura non si mangia”?»

 

«Musicisti si diventa per le più disparate ragioni, chi lo fa perché è tradizione di famiglia, chi lo fa perché almeno uno lo deve fare (come il prete o il dottore o l’avvocato in alcune famiglie bene); nel mio caso è stata una scelta cresciuta col tempo, si inizia da bambino ma non si può ancora parlare di passione,  né mia né dei miei genitori (ferroviere e sarta casalinga), ma di una scelta maturata con il passare degli anni e la consapevolezza che la musica sarebbe potuta divenire un’attività, quella principale (in origine volevo fare il cuoco). La scelta poi di dedicarsi alla musica antica nasce da una esigenza di giustizia, giustizia e rispetto nei confronti della musica stessa e dei compositori che l’hanno creata. Lo spirito guida di questa scelta è la consapevolezza che solamente attraverso la riscoperta degli strumenti e delle tecniche appropriate alla musica che si desidera eseguire si possano ricreare quelle che sono le condizioni più vicine possibili allo spirito ed all’estetica di un’epoca dalla quale ormai ci siamo drasticamente allontanati e che attraverso questi mezzi, frutto della ricerca, possiamo in qualche modo ricreare e far rivivere in piena coscienza, non da interpreti superficiali ed egoisti, ma da esecutori, esecutori di una missione, al servizio della musica. Al mangiare si pensa poi, qualcosa si trova sempre, ma qui si apre un altro discorso, politico, sociale e culturale».

 

Con la speranza,  espressa in modo sotteso da Dario Luisi ma estremamente urgente e pressante ,  che le istituzioni pubbliche sostengano queste attività culturali d’eccellenza, siano esse musicali, cinematografiche o teatrali, e che i professionisti del settore possano proseguire a diffondere arte e bellezza.

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