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La carica iconoclasta e visionaria degli outsiders-Incontro con Greta Panettieri

Sabato 14 gennaio presso il “Ricomincio da tre Music Club” di Perugia si terrà la data zero del nuovo tour di Greta Panettieri: la cantante e compositrice presenterà per la prima volta dal vivo i brani tratti dal suo ultimo lavoro, “Shattered-Sgretolata” (Greta’s Bakery Music – 2016), accompagnata dal produttore e pianista Andrea Sammartino, dal bassista Francesco Puglisi e dal batterista Alessandro Paternesi. Ospite d’eccezione Claudio Gregori (in arte “Greg”) del duo comico “Lillo e Greg”, coautore della swingante” Oppure no”.Formatasi artisticamente nella Grande Mela e consacrata dal Jazzit Award 2005 come una delle migliori cantanti jazz italiane, Greta Panettieri è icona postmoderna per eccellenza, capace di sottrarre la sua identità artistica a castranti monolitismi e di ridefinirla ad libitum; impianto jazz-nelle diverse declinazioni del traditional jazz e del jazz moderno con echi shorteriani, fino alla rilettura jazzy dei successi di Mina- accenti soul, suggestioni carioca- da Hermeto Pascoal a Gilberto Gil passando per Jobim, ritmiche funkeggianti e incursioni pop si alternano vertiginosamente nel suo universo musicale, inedito e de-filologicizzante per vocazione. Quella di Greta Panettieri è una voce spericolata e ludica, che distrugge e ricrea, con la carica iconoclasta e visionaria degli outsiders.

Nella graphic novel “Viaggio in Jazz” (con disegni di Jasmin Cacciola e introduzione di Gegè Telesforo, Edizioni Corsare 2015, N.d.R.) si legge: “Ancora studiare? Charlie Parker non sapeva neanche leggerla la musica. Il jazz non si impara, si vive.” Ha dunque ragione Pieranunzi nel dire che la teoria del jazz si risolve nella prassi e che il jazz -in quanto “musica di attrazione della musicalità”che implica necessariamente un autoapprendimento e un’autoattivazione- si impara esclusivamente suonando, “rubandolo” ?

Credo che ogni musicista, ad un certo punto, debba distaccarsi dai metodi di apprendimento tradizionali per dedicarsi ad una conoscenza più profonda del proprio essere artista; può sembrare una banalità ma non è affatto facile. Detto ciò il mio discorso partiva da un passato di studi classici, per cui dopo tanti anni di “sudate carte” avevo voglia di percorrere appunto una via più dinamica, sperimentare sul campo per provare delle emozioni più autentiche che solo il confronto con gli altri sa darti.

“Under control” (Greta’s Bakery Music – 2013), come si legge nel suo sito ufficiale, “racconta il passaggio dal management di una grande major a una dimensione più creativa e indipendente”. Attualmente è ancora configurabile una univoca filosofia “indie”?

Se parliamo di mercato discografico il discorso è molto complesso; gran parte dei cantanti pop di successo di oggi provengono dai talent, sono quindi legati al mondo della televisione che lascia poco spazio alla creatività. Le grandi major sono le beneficiarie di queste grandi produzioni che però poco hanno a che fare con la musica e molto con il business. Di contro, per quanto riguarda il resto del panorama musicale nostrano, è sempre più diffusa l’autoproduzione. Il calo delle vendite di dischi e il minor costo di produzione degli stessi non giustifica più il legarsi magari per anni ad un’etichetta. Questo ha prodotto un incremento notevole del mercato “indie” (independent). Caratterizzato da una maggiore indipendenza artistica, ma, in molti casi, da carenze tecniche e approssimazioni  nel prodotto finale. L’indie in quanto tale nasceva come alternativa convinta al mercato delle major, mentre l’indie oggi è forse più inconsapevole in quanto mossa da esigenze di carattere economico più che di principio. Per quanto mi riguarda cerco di mettere a frutto anche l’esperienza vissuta con la major e di dar libero sfogo alla creatività senza subire troppo le leggi di mercato, ma sicuramente tenendole a mente.

Lei ama definirsi “una cantante di jazz… ma non proprio.” “Shattered/Sgretolata” (Greta’s Bakery Music – 2016) è un inno alla trasversalità delle forme espressive, un tributo ad un universo artistico onnivoro e post-gerarchizzante. Tuttavia l’estetica postmoderna della contaminazione presta il fianco a facili critiche: secondo alcuni il ventaglio di proposte dell’orizzonte musicale contemporaneo, nei settori classica, popular e jazz, sarebbe il sintomo di un pericoloso livellamento e del fallimento di una lineare progettualità, cui subentrerebbero ibridazioni precarie, poco autentiche e ispirate da logiche di mercato. Lei che ne pensa?

Questo discorso si lega al precedente. Un po’ come per il cibo: i prodotti meno trattati sono più buoni, ma hanno sapori ormai troppo forti per il consumatore medio che li apprezza solo una tantum, ma per la spesa giornaliera va a cercare un gusto a cui si è ormai assuefatto e che sa riconoscere anche se industriale. Stessa cosa per la musica. Chi vive di musica, a meno che abbia capitali personali alle spalle, non potrà non scontrarsi con le richieste del mercato. Essere assolutamente immuni da questo discorso è molto difficile. Non credo ci sia artista che non sia stato influenzato da altri; quello che fa la differenza è il risultato. Quello di un grande artista è unico. Non possiamo chiuderci in una bolla ed evitare contaminazioni, ma possiamo cercare di essere sinceri nel restituire un’idea in modo originale. Riuscire ad essere originali mantenendo il gradimento del pubblico è secondo me un grande risultato. Poi, certo, chi critica deve fare il suo mestiere e credo sia anche giusto avere qualche parere contrario; non può che stimolare.

“Non gioco più” (Greta’s Bakery Music – 2014, distribuito anche in Giappone dalle etichette Albore Jazz e Tower Records) è anche un omaggio a Mina e alla canzone italiana degli anni sessanta. Provenendo dal jazz si è inoltre misurata con standard già noti nelle interpretazioni-tra le altre- di Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Carmen McRae. Secondo Roberta Gambarini l’ansia epigonica è una categoria di pensiero tipicamente eurocentrica, estranea alla musica afro-americana…la formazione newyorkese l’ha in un certo senso immunizzata dalla bloomiana angoscia dell’influenza?

Assolutamente sì! Ogni musicista si appassiona alla musica perché ha ascoltato qualcosa che lo ha colpito e probabilmente ha immediatamente provato a riprodurlo. Mi succedeva anche quando studiavo violino e volevo a tutti costi suonare Paganini o quando da piccolissima cantavo orgogliosa l’aria della regina della notte del flauto magico di Mozart (con la mia “nuova” e acutissima voce di bambina). Quando si è presi dalla musica non si ha tempo di preoccuparsi dell’ego, si ha solo voglia di provare quell’inebriante sensazione che ti sconvolge e ti appaga allo stesso tempo… o almeno questo vale per me.

Lei è cantante, compositrice e polistrumentista; al lavoro di studio ha inoltre da sempre affiancato un’intensissima attività live in Italia e all’estero, oltre che esperienze radiofoniche e televisive. (Nel 2016 LA7 la chiama per oltre venti puntate come ospite musicale fissa nel programma “L’aria che tira”, N.d.R.). Quanto conta nel jazz la rappresentazione visiva della performance secondo Lei? C’è una gestualità coessenziale al jazz che nessun mezzo discografico o cartaceo può restituire?

Sicuramente l’esperienza di assistere ad una performance, attraverso uno schermo o meglio ancora dal vivo, a teatro o in un club, è molto importante. Il linguaggio del corpo ci aiuta a capire quel che il musicista sta cercando di esprimere. Altresì credo che un buon ascolto audio abbia il valore aggiunto della suggestione e dell’immaginazione. Ascoltare musica solo con le orecchie senza il supporto dell’occhio ti permette di vivere un’esperienza intensa, in cui l’emozione diventa solo tua e può diventare sublime. Penso ad esempio a ‘Love Supreme’ di John Coltrane; ascoltato a tutto volume è uno dei dischi più coinvolgenti che esistano; in questi casi non avere distrazioni visive lo fa vivere in modo unico. Invece  guardando i vari video che si trovano in rete si è in qualche modo distratti, o comunque si fa un’altro tipo di esperienza! In sintesi non credo che un artista e la sua musica abbiano necessariamente bisogno del linguaggio del corpo.Panettieri

Claudia Erba

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Un commento

  1. Bellissima intervista, ad una jazzista di altissimo livello.

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