Intervista al dottor Vincenzo Migaleddu

vincenzo migaleddu

Sardegna, Eden e/o Geenna. L’immagine più comune di terra incontaminata è ancora valida?

Il dottor Vincenzo Migaleddu ha svolto e svolge da circa 35 anni la sua attività professionale, di ricerca e di docenza quale medico specializzato in diagnostica per immagini presso strutture pubbliche e fondazioni quali l’Istituto di Scienze Radiologiche dell’Università di Sassari e l’ASL di Nuoro.

E’ presidente della SMIRG-no profit Foundation, struttura accreditata per la ricerca e la formazione presso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica. E’ autore di oltre 220 pubblicazioni in importantissime riviste scientifiche italiane e internazionali; ha partecipato a oltre 220 Corsi, Congressi e Convegni Internazionali in qualità di docente e/o relatore. Dal 2005 al 2007 è stato consulente, a titolo gratuito, presso l’assessorato alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna nel gruppo tecnico ambiente e salute. Da oltre 10 anni ha intensificato la sua attività di ricerca sulle problematiche ambientali svolgendo attività di consulenza gratuita per il WWF di cui è membro dal 2004. Come membro e componente dell’albo degli esperti dell’ISDE (International Society of Doctors for Environment) Italia-Medici per l’Ambiente e come presidente delle sezioni ISDE Sardegna, in questi ultimi anni, ha prodotto numerose osservazione tecnico scientifiche nelle procedure VAS e VIA di progetti e piani riguardanti prevalentemente il settore energetico valutandone le criticità ambientali e sanitarie qualora presenti. E’ coautore dei position papers dell’ISDE Italia su diverse problematiche ambientali e sanitarie.

L’immagine più comune della Sardegna è quella di una terra incontaminata, di un Eden dove la natura assicura elisir di lunga vita. Questa immagine è quella proposta all’EXPO: “L’Isola dei Centenari”, “Il Cibo dei centenari”. E’ un’immagine stereotipata e falsa?

No, non è un’affermazione senza fondamento, ma prende in considerazione solo una faccia della medaglia: appunto quella Sardegna rurale, peraltro fortemente insidiata anche dal punto di vista demografico. Questa Sardegna è ricca di biodiversità nella flora e nella fauna e nel corso del tempo questo habitat ha sviluppato una sua storia e una sua lingua, una cultura. L’altra faccia della medaglia comprende i 445.000 ettari inclusi in 2 SIN (Siti di Interesse Nazionale, relativi alla zona Porto Torres – Sassari e Sulcis Iglesiente) dove vive 1/3 della popolazione, contro una media italiana di 1 ogni 6 abitanti. Va da sé che in queste aree la mortalità e l’incidenza di patologie tumorali, cardio-e cerebro-vascolari, degenerative e malformative è superiore alla media regionale; alcuni dati superano anche quelli famigerati di Taranto. Nella triste gara relativa all’estensione dei territori inclusi nei SIN, la Sardegna è in testa tra tutte le regioni italiane, superando anche la Campania della terra dei fuochi di circa 100.000 ettari Non dimentichiamo che sul nostro territorio grava il 60% (30 mila ettari) delle servitù militari dello stato italiano; mentre non sembra ancora scongiurato il rischio di diventare sede del deposito unico nazionale per le scorie nucleari. Abbiamo inoltre richieste per ricerca di risorse geotermiche di profondità e per idrocarburi liquidi e gassosi per circa 200 mila ettari, in terra ferma. Nel mare, verso le isole Baleari, esiste una richiesta di ricerca off shore per idrocarburi in una area vasta quasi quanto l’intera superficie dell’isola (circa 20 mila Km2).

Sembra di capire che l’estensione dei SIN sia relativa a zone di industrializzazione che riguardano il passato.

Oltre alle vecchie miniere e all’industria metallurgica del Sulcis e dintorni, si tratta in gran parte delle macerie della monocultura petrolchimica imposta alla Sardegna a partire dagli anni ‘60. Queste aree non sono state mai bonificate e sono ancora attivissime nel rilasciare veleni di ogni tipo (particolato fine e ultra fine, benzene, etil-benzene, idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani, metalli pesanti quali arsenico, piombo, cadmio ecc.). L’aspetto paradossale è però che questa “politica industriale” continua ad essere riproposta, mentre sul problema delle bonifiche, al di là delle parole, permane l’inerzia degli inquinatori e la poca attenzione degli amministratori. Esemplare, al riguardo, è il caso delle industrie legate alla produzione dell’alluminio per estrazione da bauxite di importazione. Questo ciclo industriale è fortemente energivoro e con una produzione di rifiuti umidi superiore anche alla materia prima in ingresso: infatti, mentre per ottenere 1 kg di alluminio da materiali riciclati sono sufficienti 0,8 kWh di energia elettrica, per produrre 1 kg di alluminio primario occorrono 4 kg di bauxite e circa 14-17 kWh di energia elettrica. Questo ciclo di produzione comporta l’imponente produzione di residui di lavorazione chiamati “fanghi rossi” (“fattore residui” intorno a 0,78 a secco, che in termini di fango addensato, umido, diventano al bacino un quantitativo superiore alla materia prima in ingresso). Va inoltre considerato che i fanghi, secondo la Direttiva 2013/59/ Euratom, sono da considerarsi materiali con elevata concentrazione di nuclidi radioattivi, i cosiddetti “TENORM” (Technologically-Enhanced, Naturally-Occurring Radioactive Materials) e quindi da sottoporre a controlli radiometrici e messa in sicurezza prima del conferimento in discarica.
Se pensiamo che lo stato italiano è il primo produttore nell’Unione Europea e il secondo nel mondo di alluminio da riciclo con bassi costi di produzione e costi ambientali in positivo, c’è da domandarsi quali siano le competenze di certa classe dirigente che sceglie di mantenere questa produzione fallimentare in Sardegna sovvenzionandola con centinaia di milioni di euro per poche centinaia di occupati. Sarebbe inoltre interessante capire per quale logica, a supporto di tale produzione, viene associata la costruzione di una nuova centrale a carbone in un’isola che esporta il 43% dell’energia elettrica che produce. Il rilancio di questa produzione comporta anche il dissequestro del bacino dei fanghi rossi sul quale è intervenuta la magistratura a seguito delle sostanze tossiche in esso rinvenute.

Quindi ciò significa che in Sardegna la produzione di energia elettrica è sufficiente?

Non solo è sufficiente, ma – come detto – vi è un surplus del 43% nella produzione che viene esportato fuori dall’isola. In pratica la Sardegna è una piattaforma energetica per alimentare attività localizzate nella penisola. Per circa l’83 %, questa energia deriva da combustibili fossili (nella migliore delle ipotesi da olii combustibili, ma in gran parte da carbone e da residui della raffinazione del petrolio). Queste fonti energetiche sono tutte importate anche per quanto riguarda il carbone per il quale la retorica autarchica sulla fonte primaria nazionale, serve solo ad alimentare un carrozzone clientelare come la Carbosulcis, più volte sotto inchiesta per aspetti amministrativi più che disinvolti. La Sardegna, con i suoi 800 grammi di CO2 per KWh prodotto, affianca India, Cina e Australia, considerati tra i principali inquinatori del pianeta e dei suoi ecosistemi; allo stesso tempo la popolazione dell’isola deve sobbarcarsi gli effetti negativi delle emissioni sulla salute. In questo contesto è paradossale che nel mercato zonale sardo la tariffa rimanga più elevata a causa della posizione di privilegio e degli incentivi di cui godono gli operatori attivi nel mercato infra-giornaliero dell’energia (Sarlux) e in quello di dispacciamento (Enel, Ottana Energia, Fiume Santo). Nel primo caso, un operatore dominante produce a prezzi incentivati, perché il combustibile (residuo di raffinazione) utilizzato viene “assimilato” alle fonti rinnovabili. Nel secondo caso, i maggiori costi sono dovuti al regime di essenzialità di cui godono alcuni impianti (una sorta di incentivo per i produttori di energia da combustibili fossili indipendentemente dalla loro attività produttiva). Pare che, proprio in questi giorni, questo privilegio sia stato messo in discussione tra cori stonati di alcuni esponenti politici sardi più inclini a difendere interessi istrangios che a denunciare questa situazione che grava sulle bollette degli abitanti dell’Isola, impoverendo ulteriormente i Sardi. Proprio a causa di un prezzo zonale più elevato che altrove, sempre più imprenditori manifestano l’intenzione di installare le proprie centrali nell’Isola o di voler estrarre risorse del sottosuolo da impiegare ai fini della produzione energetica.

Sembra un panorama molto negativo: ci sono alcune inversioni di tendenza che possano alimentare qualche speranza di cambiamento per il futuro?

Certamente ci sono molte elaborazioni, molte proposte, molti esempi di associazioni e comitati formati da cittadini che, a partire da esempi e situazioni concrete, si impegnano non soltanto per dire no, ma anche per fare proposte alternative sostenibili. Ci sono infine rilevanti esempi di economia diversa che sono già una realtà. Per quanto riguarda le elaborazioni, vorrei ricordare la recentissima proposta contenuta nel manifesto “Sardigna Terra Bia” che propone il modello dell’economia circolare, cioè un’economia basata sulle risorse disponibili che rispetti i ritmi naturali di produzione delle risorse rinnovabili, che si fondi sul riuso e riciclo dei materiali; l’esempio della produzione di alluminio da quello riciclato può essere esemplificativo in merito. Esiste in Sardegna un coordinamento che comprende oltre 50 comitati e associazioni di cittadini che oltre a dire no alle diverse richieste di trivellazioni, ampliamenti di inceneritori, occupazioni di vaste estensioni di terreni agricoli per l’impianto di gigantesche centrali termodinamiche o eoliche ecc. ( no che sono stati sempre corredati da esaustive e documentate argomentazioni e dati scientifici), è stato in grado di produrre proposte alternative su un piano regionale sia energetico che dei rifiuti che parta dagli interessi dei cittadini stessi. Si assiste, infine, ad un ritorno molto consapevole alla terra da parte di giovani (talvolta si tratta di seconde o terze generazioni di discendenti di sardi, nati e cresciuti in continente) che vogliono rimettere a coltura terreni incolti da molti anni. Legata talvolta a questi fenomeni, ma anche indipendentemente, si assiste ad un’attività di ricerca di antiche essenze, sementi e coltivazioni. In Anglona si è recentemente formato un “comitadu pro sa biodiversidade de s’Anglona” che raggruppa tecnici, coltivatori, allevatori, ricercatori e amministratori pubblici e che ha lo scopo di salvaguardare, anche attraverso progetti di ricerca e diffusione, la biodiversità della flora e della fauna selvatica e domestica di questa regione della Sardegna. Questo ritorno alla terra è tanto più importante se si tiene conto che la Sardegna importa oltre l’85% del suo fabbisogno alimentare. Un altro esempio molto conosciuto, anche perché è stato presentato nello stand della Sardegna all’EXPO, è l’utilizzo della lana di pecora, ma anche di scarti naturali, come la poseidonia spiaggiata, o alimentari, come vinacce o altro, per ottenere prodotti da utilizzare nell’edilizia e non solo. E’ un esempio molto chiaro di economia circolare dove lo “scarto”, invece di essere incenerito o portato in discarica, con gravi danni per l’ambiente e per la salute, diventa risorsa, ricchezza per il territorio e i suoi abitanti.

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