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Il “metalirismo” non addomesticabile di Barbara Bracci-Incontro con la poetessa perugina

Perugina, classe ’83, Barbara Bracci è autrice della silloge poetica “Libra” (Albatros Il Filo, 2008) e coautrice, con la poetessa Costanza Lindi, della silloge “α-vena” (Bertoni Editore, 2015), oltre che fondatrice con la poetessa Federica Volpe, del sito poetico “Vir-Us”. Dall’aprile 2013 ha iniziato a collaborare con “Collettivo Idra”, curando la rubrica “VersiEletti”. Addetta stampa e giornalista, redattrice di magazine online e autrice di prefazioni e postfazioni per varie case editrici, oltre che correttrice di bozze, è attivissima nella promozione della letteratura e convinta sostenitrice dell’importanza dell’educazione alla poesia, anche attraverso laboratori didattici e corsi di scrittura. Oltre a far parte del direttivo artistico del Gruppo Letterario WOMEN@WORK, Barbara Bracci è presidente di “Casapoesia”, una dimensione atemporale consacrata all’arte e improntata alla trasversalità, che riflette a pieno la babele semantica dell’arte contemporanea e testimonia l’abbattimento degli steccati gerarchico-classificatori tra i diversi linguaggi artistici. “Sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia”, questi versi di Fernando Pessoa mi sembrano la migliore delle presentazioni alla poetica di Barbara Bracci, in cui emerge, prepotentemente, tutto il suo essere merinianamente “non addomesticabile”, whitmanianamente non domata, profondamente femmina. “Ogni corpo è un essere vivente, ogni poesia è femmina” scrive la poetessa araba Hamda Khamis, e davvero la poesia di Barbara Bracci, percorsa da un naturale ribellismo nei confronti di castranti prigioni epistemiche, sembra essere un inno al Femminile, inteso come elemento di apertura ad una postmoderna religiosità dell’emozione e dell’intuitività. Barbara Bracci esprime con intensità la contiguità di corporeità e spiritualità: il corpo della donna si fa luogo teologico e nel contempo la realtà trascendente si umanizza, nell “Atto di dolore” della fecondazione (in Dolore, “Libra”), in un amplesso che diviene Trinità. (in Passione, “Libra”). Quello di Barbara Bracci è un “metalirismo”immune da qualsiasi “diktatorische Phantasie” che perentoriamente imponga la creazione di realtà astratte ed esteticamente autonome; un visivismo che vivifica il reale senza  alcun deformante e consolatorio maquillage, facendo confluire nel sapiente utilizzo di inarcature, omoteleuti, accenti ludici e allusivi una visione inedita del reale.

 

“Mi chiamo Barbara Bracci e sono nata il 27 a primavera, nelle campagne umbre che mi hanno ispirato la prima poesia”. Questa sua presentazione riecheggia la meriniana “Sono nata il ventuno a primavera”… l’identificazione di Alda Merini col “Femminile”, e in generale la ribellione del postmoderno nei confronti della “violenza occidentale” (per citare Adriana Cavarero), con l’annesso recupero della pura esperienzialità, ha giocato un ruolo nella creazione del suo mondo poetico-intuitivo?

Il mio mondo poetico è nato e cresciuto con me, mi ha messo al mondo, lo ho messo al mondo, in una relazione sanguigna, filiale, genitoriale, in una parola: ombelicale. Osmotica. Ha colto bene il riferimento alla Merini, di cui amo la profondità e la schiettezza della parola, e insieme la dolcezza, mescolate alla verità drammatica dell’esperienza. Credo che la sua enorme forza sia stata quella di non aver paura dell’umana fragilità: questo l’ha resa una figura simbolo, un’incarnazione della poesia estremamente “civile” nel suo lirismo. Il mio richiamo ai suoi versi nella presentazione fa riferimento alla primavera non soltanto come stagione che amo (qui in campagna, dove vivo, è un’esplosione fiorita che invade i sensi), né come data del mio compleanno: la primavera per me è la rinascita, un lavoro messo a frutto, lo schiudersi di un germoglio, un’apertura, una filiazione, un rimettersi al mondo. In questo, che sia scritta da uomini o da donne, la poesia è assolutamente femmina. Cito Ungaretti, poetica dimostrazione di quanto ho appena detto: “poesia è il mondo/ l’umanità/ la propria vita/ fioriti dalla parola/ la limpida meraviglia/ di un delirante fermento.”ba-4

“Una cinquantina di autori all’anno, e la Manuzio chiude sempre in forte attivo. E senza rimorsi: distribuisce felicità.”  Già Umberto  Eco, ne” Il pendolo di Foucault”, analizzava con acutezza il fenomeno dell’editoria a pagamento. La “vanity press”, che innegabilmente incrementa a dismisura l’offerta di libri di poesia, è da demonizzare?

Credo che si debba fare una distinzione, soprattutto alla luce del fenomeno “social” e dei nuovi canali di comunicazione, che ci rendono tutti un po’ vanitosi e impazienti di scrivere e condividere (talvolta cadendo nell’errore e non rispettando il diritto d’autore). Esiste un’editoria a pagamento che somiglia alla tipografia, nella quale non c’è rispetto per il testo e per l’identità del prodotto libro, standardizzato nella copertina e non sostenuto nella promozione e nella distribuzione. C’è però un’editoria, soprattutto in poesia, con richiesta di contributo, che punta alla qualità e alla selezione, molto spesso portata avanti da staff di persone appassionate e preparate che seguono l’autore nelle presentazioni e nella partecipazione ai concorsi. Se questi editori non alimentano l’impoverimento della qualità e riescono a vendere libri, considerati i dati di lettura davvero poco confortanti – soprattutto italiani-, non credo vadano demonizzati.

La sua tesi di laurea in Comunicazione multimediale è dedicata alla poesia e al suo mercato. La percezione fortemente idealizzante dell’arte tipicamente europea, che induce a dissimulare ogni contiguità tra arte e mercato, può essere una delle ragioni della “invendibilità” della poesia?

Credo che questa sua lettura del fenomeno riguardi in particolar modo la poesia, considerata da molti come uno “sfogo dell’anima”, dunque associata a un vezzo personale e, perciò, a una gratuità. Esiste però un dato di fatto, di cui abbiamo parlato poco sopra: i libri si pubblicano, in grande quantità ogni anno (nonostante il numero minimo di lettori). Dunque il libro, anche di poesia, è un prodotto di mercato. Purtroppo certa editoria a pagamento ha creato una sovrabbondanza di offerta alla quale non corrispondono adeguate forme di promozione (come eventi, letture, presentazioni) e distribuzione nelle librerie (nonostante la possibilità di acquistare online, la visibilità sugli scaffali è un requisito importante per l’acquisto, secondo i lettori da me intervistati). Mettendo insieme i dati ricavati dai questionari compilati dal campione di lettori che hanno partecipato alla mia indagine e la mia esperienza di organizzatrice di eventi, sono giunta alla conclusione che la vendita di un libro va preparata. Prima si deve creare interesse, raccontare la poesia, farla dialogare e giocare con le altre arti, renderla divertente, attraente: solo così si possono stimolare le vendite.

Lei è presidente dell’associazione Casapoesia, attiva nell’organizzazione di eventi culturali, fa parte del direttivo artistico del Gruppo Letterario WOMEN@WORK e organizza laboratori didattici e corsi di scrittura. Come si conciliano insegnamento della poesia e refrattarietà della poesia ad ogni obbligo?

La scuola ha una grande responsabilità nel modo in cui viene percepita la poesia che, solitamente, viene ridotta a un susseguirsi di periodi letterari e di figure retoriche, a una memorizzazione vuota e poco produttiva che la rende poco stimolante… eppure “la poesia è viva”. Per fortuna alcuni insegnanti hanno l’intelligenza di affiancare alla didattica (che è comunque necessaria) percorsi integrativi, come i laboratori, che puntano a stimolare nei bambini e nei ragazzi l’ascolto e la creatività, con l’uso di materiali diversi a seconda delle età e con un dialogo tra le arti. Talvolta io stessa sono rimasta sorpresa dall’entusiasmo dei partecipanti e dalla qualità dei risultati. Anche gli eventi, che organizzo con le WOMEN@WORK e con Casa Poesia, possono far parte di questi percorsi extracurricolari: mi viene in mente quando, nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere a Perugia, Giorgio Colangeli, da noi invitato, ha recitato a memoria la Divina Commedia a una platea di ragazzi delle scuole superiori che, alla fine dello spettacolo, si sono fatti firmare le copie dell’Inferno dantesco come se l’attore fosse l’incarnazione del Sommo! Un meraviglioso ricordo.Barbara Bracci

“Mi sono moltiplicato per sentire, per sentirmi, ho dovuto sentire tutto, sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi, e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente. (da “Passaggio delle ore”- Poesie di Álvaro de Campos). L’eteronimia, in Pessoa, è la presa di coscienza dell’insufficienza della vita… Lei ha mai avuto tentazioni poetiche “dissocianti” o la sua poetica è tendenzialmente monolitica?

Contengo moltitudini”, per citare Walt Whitman. E la poesia, in me, è il filo che le unisce, le sintetizza, tirando le trame della percezione, dell’emozione e dell’esperienza per cucirmi l’abito adatto in ogni istante, quel vestito che mi rende sempre me stessa, eppure sempre differente. La poesia è la solitudine e il contrario della solitudine, è un’invenzione, una relazione inusuale tra le cose, un accostamento originale. Un occhio inedito sulla realtà, un respiro. Pieno di sfumature da scoprire, fosse anche monolitico. Straripare dunque, per risalire alla sorgente del sé, passando per tutte le persone che si è. Mi permetto di citare la mia “Solitudine”, da Libra: “

La solitudine. Io/ I miei inquilini/ gli ospiti/ i curiosi/ i pellegrini/Una moltitudine.”

A proposito di “α-Vena”, scritto a quattro mani con la poetessa Costanza Lindi, ha dichiarato: “Il lessico di questa raccolta, anche in relazione ai temi che la popolano (si spazia dal “Fango” al “Maiale”, passando per la “Gramigna”), è asciutto e scarno. Sia io che Costanza, seppure con stili e ispirazioni diverse, abbiamo cercato di tratteggiare con una penna essenziale ogni nostro soggetto, evitando la retorica, le sbavature lirico-sentimentali e lo zucchero in eccesso.” Tra il minimalismo democratico post-lirico e la virtuosità linguistica di chi si richiama, spesso in chiave polemica, a convenzioni metriche tradizionali e schemi di genere è possibile, dunque, una terza via?

Credo di sì, direi una via d’incontro. Apprezzo il recupero delle forme chiuse quando incarnano una poetica che deve essere prima di tutto ricerca, dialogo tra percezione, sentimento, intuito, esperienza. Se una scatola è vuota non basta il rivestimento della metrica. All’opposto, la poesia non è uno sfogo, un fluido che esce già pronto dall’anima: va contenuta, fatta propria, costruita cercando la parola perfetta, insostituibile, ma anche il ritmo, la musica, l’aggancio – visivo e formale – tra suono, senso e immagine. Non è una strada facile: richiede pazienza, attitudine alla lettura, senso critico.  Poesia è – anche- ricerca e dimostrazione di stile: non bastano le lamentele o gli slanci dell’io-lirico. Io non scrivo in metrica, ma amo molto la rima, che uso spesso non soltanto perché gradevole all’orecchio, ma anche perché richiama la cantilena, il canto popolare, la filastrocca e, con esse, tutta la vena bambina, nostalgica e terrena di cui è intrisa la mia poetica.

Claudia ErbaBarbara Bracci

 

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2 commenti

  1. Bellissima intervista,domande profonde e risposte interessanti.Complimenti al giornale che dá spazio alla poesia,sempre più bistrattata.

  2. Barbara Bracci è una delle voci più interessanti della poesia contemporanea, nel panorama nazionale.
    Complimenti al l’intervistatrice per le domande davvero interessanti.

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